Willy Verginer comunica con grazia e bellezza l’esaltazione del rapporto uomo-natura come condizione ideale, ma anche l’incomunicabilità tra esseri umani e gli orizzonti troppo lontani da decifrare. 

Scolpisce nel legno di melo e di tiglio della sua regione, il Trentino Alto-Adige, ma la connessione di Willy Verginer col suo territorio finisce qua.

Willy Verginer potrebbe infatti tranquillamente fare scultura in Norvegia o in California, tanto le sue opere sono difficilmente riconducibili a qualche appartenenza locale, a differenza della tradizione che vincola tanti scultori montani a una sorta di artigianato del legno e ai cliché per turisti.

Le creazioni di Willy Verginer sono unicamente legate al suo stile di fare scultura, ulteriormente caratterizzata dall’uso del bagno di colore a blocchi nel finale. I suoi soggetti sono uomini, donne e animali che a volte ci fissano come fossimo orizzonti lontani, altre ancora non ci sfiorano nemmeno, persi in una fragilità nella quale possiamo però rispecchiarci eccome. Che gli occhi siano ben aperti o celati dietro delle lenti, le figure di Willy Verginer ci trasmettono la loro emotività e i diversi stati d’animo attraverso il codice universale del colore nel quale sembrano immersi.

Questi bagni di colore precisi, insieme alle dorature, a tagliare con eleganza porzioni di corpo e di indumenti, non sono solo una scelta stilistica che esalta il tono dolce e neutro del legno grezzo, ma implicano, oltre la firma dell’artista, anche una riflessione sulle molteplici identità dell’individuo. Un concetto in parte pirandelliano, dove l’uno è anche centomila parti di sé, ma che nel caso di queste leggiadre sculture non può mai essere “nessuno”. Loro sono lì, ad altezza naturale o in miniatura, e parlano di noi, delle nostre fasi alterne, della mescolanza di sentimenti che l’interazione con il mondo esterno provoca, trasforma e contrasta insieme all’eterno dilemma dell’incomunicabilità tra esseri umani.

Come nella serie “Cecità voluta”, un gruppo scultoreo in cui diversi personaggi sono idealmente a bagno – nella resina di un pavimento – chi fino alla testa e chi semplicemente seduto sopra una passerella di legno: gli sguardi sono celati da mani, occhiali e palpebre chiuse, tranne quello di una ragazza che sembra attirata dalla nostra presenza e cerca di capire chi siamo. Nella serie “Human Nature”, così come in altre affrontate da Verginer, l’ancestrale legame tra uomo e natura viene approfondito con un simbolismo fatto di foglie, fiori e boccioli che le sue sculture umane porgono allo spettatore. E non è mai il ritratto di una natura coltivata o sradicata dal suo habitat, ma della perfetta simbiosi di vita con l’essere umano da cui sbocciano frutti e verzure, generate da una pacifica convivenza.  Come in un paradiso panteistico dove nulla è violato, gli equilibri sono rispettati da parte di tutti i suoi abitanti, creature leggiadre toccate dalla grazia poi perduta nel circolo vizioso del consumismo.

In questo messaggio aggraziato sta la forza dell’artista Willy Verginer: denunciare una natura violata e in pericolo mostrando il suo opposto, senza far uso di stereotipi di facile presa sensazionalistica ma che poi raramente si traducono in presa di coscienza da parte del pubblico. Qui c’è il bello nella sua concezione pura cui tendere come valore ideale per ripristinare, amare e difendere la madre terra che ci accoglie. In quel legno che Willy Verginer restituisce a vita nuova, conservando l’antico rapporto uomo-natura, c’è il segreto del rispetto, di cui si fa specchio la cultura dell’upcycling, che lentamente prova a metterci del suo, per bilanciare l’inquinamento dell’ambiente, che è poi anche inquinamento dei costumi.

About The Author