Nella splendida cornice di Palazzo Pallavicini, nel cuore di Bologna, si è aperta il 3 Marzo la retrospettiva della fotografa Vivian Mayer (1926-2009) che ci mostra l’eleganza del suo stile in una selezione delle 120 fotografie più rappresentative del suo percorso. Curata da Anne Morin l’esposizione sarà visibile fino al 27 Maggio.

Morta ad ottantatré anni sola e senza fama, fu scoperta solo nel 2007 grazie ad un’Asta fallimentare che ha portato alla luce più di 120.000 negativi, film in super 8 e 16m e fotografie varie. Un lavoro immenso che va di pari passo con la sua vita.

Vivian Mayer inseguiva con tenacia e passione, in modo quasi ossessivo quel mondo ordinario che la circondava, affascinata e decisa a diventare esperta e competente quanto i nomi celebri del settore.

Un mito che è stato alimentato dalla sua vita appartata. Lavorò come governante per oltre quarant’anni a partire dagli anni Cinquanta e, nei momenti liberi munita della sua Rolleiflex scattava il grigiore delle zone popolari alla ricerca di quegli inafferrabili momenti della banalità quotidiana. Sempre attenta ed impegnata ci mostra la società più impercettibile e più silenziosa della New York e Chicago degli anni 1950/70. Il Bianco e nero impera in questi scatti che presentano luoghi e persone comuni colte nelle piccolezze più singolari. Non diede mai titoli alle sue foto e ai suoi scatti, ma con costanza fotografò sempre soggetti che catturavano la sua sensibilità.

La mostra si sviluppa in una struttura ideale che vede la divisione per soggetti a partire dagli anni Cinquanta fino alla produzione degli anni Settanta a colori.

Le foto di Strada. Sono soprattutto i quartieri più ordinari con la loro moltitudine e armonia a interessarle. Il suo palcoscenico è la strada in cui attori anonimi si esibiscono per lei e di cui né coglie la sfumatura singolare. La distanza è la parola chiave per comprendere il suo percorso, distanza che costituisce l’essenza del suo modo di lavorare.

Altro tema ricorrente è l’Infanzia. Amava molto i bambini e la loro innocenza: cercava in loro una immedesimazione e oltre ai ritratti, troviamo spesso scatti che testimoniano la sua ricerca del rapporto bambini e adulti. A lei che era mancata un’infanzia felice importava stabilire empaticamente un contatto in rapporto ad un suo equilibrio interiore.

Tutta la sua tensione rimane legata all’atto in sé di fotografare. Immersa nell’architettura americana ne ritrae inquadrature che sfuggono ad una descrizione precisa divenendo solo forme: forme create dalla distanza che interpone tra lei e il soggetto, tra luci e ombre, tra suggestioni e inquietudini.

I Ritratti e gli autoritratti prevalgono nella sua ricerca. Sono donne o anziani indigenti, persone comuni a cui spesso sovrappone i suoi lineamenti in un risultato di autoritratto. Sempre animata dall’indagine di se stessa imprime un suo riflesso nello scatto, in quei profili anonimi che diventano parte di sé, spronata dal cercare un posto nell’umanità.

A partire dagli anni ’60 inizia a sperimentare il colore e sostituisce la Rolleiflex che l’ha accompagnata per tanti anni con una Leica, più leggera che le permette di fotografare all’altezza degli occhi. L’attraggono i contrasti di colore, come il verde e il rosso, i colori accesi, il rincorrersi di gialli, che creano un proprio vocabolario del linguaggio cromatico, gradevole e divertente.

Tutta la sua tensione rimane legata all’atto in sé di fotografare. Immersa nell’architettura americana ne ritrae inquadrature che sfuggono ad una descrizione precisa divenendo solo forme: forme create dalla distanza che interpone tra lei e il soggetto, tra luci e ombre, tra suggestioni e inquietudini.

I Ritratti e gli autoritratti prevalgono nella sua ricerca. Sono donne o anziani indigenti, persone comuni a cui spesso sovrappone i suoi lineamenti in un risultato di autoritratto. Sempre animata dall’indagine di se stessa imprime un suo riflesso nello scatto, in quei profili anonimi che diventano parte di sé, spronata dal cercare un posto nell’umanità.

A partire dagli anni ’60 inizia a sperimentare il colore e sostituisce la Rolleiflex che l’ha accompagnata per tanti anni con una Leica, più leggera che le permette di fotografare all’altezza degli occhi. L’attraggono i contrasti di colore, come il verde e il rosso, i colori accesi, il rincorrersi di gialli, che creano un proprio vocabolario del linguaggio cromatico, gradevole e divertente.

Bologna – Palazzo Pallavicini

dal 03 Marzo 2018 al 27 Maggio 2018

http://https://www.palazzopallavicini.com

info@palazzopallavicini.com

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