di Stefania Bison

L’immaginazione, in chiave di affabulazione pittorica, può a volte dipanarsi all’infinito, come nel caso della felice figurazione di Vincenzo Pinto, nato a Torre del Greco nel 1975.  Prestando attenzione alla sua ricerca, si può captare il susseguirsi di diverse tematiche, senza inoltrarsi più di tanto nel territorio dell’inconscio, disciplina attinente alla psicoanalisi e non a quella della critica d’arte. Dalle radici espressive di soave caratura emotiva, reputo errato imprigionare queste fiabe a colori per adulti in una definizione, il cui senso può distrarre l’attenzione dalla bellezza di opere come Historia de un amor o Vita, suggestiva a livello compositivo. Un misterioso costrutto poetico, similare ad altre seducenti strutture figurali, dalle equilibrate campiture e dal valore aggiunto di lievi ombreggiature.

Sono presumibili riflessi della sensibilità di un maestro sapiente in ogni occasione ispirativa, affrontata tramite l’arte della tavolozza. Vincenzo Pinto è oggi nella piena maturità creativa. Attraverso singole ricerche pone in risalto passaggi tonali calibrati e lenti, sino a ottenere apparenze vellutate e morbide. Magistrale in questo caso Padroni del nostro futuro, dal leggero tocco di pennello, virtuosismo di un disegno preparatorio dall’allusione significante, come recita il titolo. Padre mio è invece un acrilico alla soglia della solarità, grazie al silente gioco di bolle leggere cristalline in volo entro un breve spazio metafisico.

Ogni ricerca rappresenta un ciclo fine a se stesso, chiuso e concluso, dall’armonia di contrappunti, di alti e bassi a livello cromatico. È il messaggio che si rivela appieno visionando Tu sopra ogni cosa, dalla mirabile architettura immaginifica, a cui fa da compagna l’enigmatica opera Sempre con te, di talentuosa fattura esecutiva. Pinto è artista di garbo ispirativo, la cui espressività appare nella coniugazione di forme raffinate ondulanti nella loro essenzialità atemporale.

Esemplare in questo caso la simbologia poetica di Verso il massimo, un susseguirsi mnemonico il cui approdo gioca tra vibrazione materica e contemplazione interiore dell’autore. Così dicasi per La partita, messaggio alla soglia del sogno inafferrabile, di eventi enigmatici, di atmosfere dagli accadimenti allusivi. Sono apparizioni, ricordi, divenuti un susseguirsi di appunti dopo il risveglio mattutino e, in seguito, una poetica interpretazione di un’ipotesi illusoria. Maestro di fiabe, la cui porta di accesso pare sia solo per pochi eletti, la sua chiave di lettura è celata nell’enigma del titolo. Lo conferma quello struggente di Non puoi fermare il tempo, architettura dal sentimento controllato sotto forma di un’invisibile linea mutata in colore silente.

È un pittore sapiente nella disposizione dei colori, in funzione di una rappresentazione arcana, a volte dolcemente gotica, altre di ironica sensualità barocca. A Vincenzo Pinto non si possono fare doni di paternità storiche provenienti dal Museo del Novecento. Seguendo la propria strada, senza modelli di riferimento, gli viene in soccorso solo il riflesso dell’inconscio, razionalizzato tramite elementi magici, in costante movimento, in un gioco di piani e di oggetti. L’unico appiglio certo è rappresentato dalla struggente bellezza del valore pittorico, di cui Vincenzo Pinto è il libero compositore.

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