Sin dagli inizi, Vincenzo Musardo approfondisce una certa classicità figurale.

I temi affrontati nei primi anni tendono al mito come riconoscenza di un inconscio personale, dove aleggia la perduta civiltà mediterranea.

Ma della notevolea maturità creativa di Musardo – pensiamo non solo ai dipinti, ma anche alla magnificenza della produzione grafica su carta – si comincia a goderne pienamente dagli anni Novanta ad oggi.

Sono anni in cui costringe l’osservatore ad assimilare l’opera in un meccanismo percettivo, frutto di un’elaborazione di notevole livello stilistico.

II mezzo tecnico utilizzato da Musardo – direi alchemico per l’uso della terra, dell’acqua, dell’aria e del “fuoco”-  ha comunque un suo mistero.

Eppure questi suoi lavori, dove il pigmento si cimenta con altorilievi terrosi, hanno una propria virtù che non impedisce di vedere cosa c’è dietro di antico e di presente, di denso e perduto. La dote di questo signore della tavolozza, maestro di reperti frantumati, dove la memoria archeologica si sposa alla poesia, dimostra la colta esigenza di essere nuovo e significante. Sono, le sue, rappresentazioni di silenzi, di stupori, visioni della memoria.

Sono dipinti dal respiro epico dove il maestro ha scelto sì la tradizione, ma il suo inconscio antico lo fa muovere all’ombra di luoghi sconosciuti con la volontà di distinguersi per tecnica, autenticità e trasparenza di spirito.

Egli ha la dote del compositore che non ripete mai se stesso, che non esegue futili finzioni e variazioni sul tema. 

Anzi, l’originalità di Vincenzo Musardo sta proprio in questa sua solitaria tensione, nell’ unicità di riuscire a indagare nuove terre e nuove magie di frantumazioni arcaiche.

Egli è un cantore, un maestro della pittura che non fugge da ciò che gli appartiene, ma vi fa ritorno con umiltà, rimettendo insieme i reperti che conservano il ricordo e il senso dell’ originale antico.

Ciò che conta per lui è sempre l’alta qualità di rappresentazione di un microcosmo scenico dal materico splendore cromatico; la forza con cui pone in risalto l’illusione del museo ritrovato, che solo il suo occhio – quello della sua coscienza e spiritualità – ha saputo cogliere.

Nella sua sperimentazione figurativa conta il mistero, la vita di relazioni tra un nudo di donna disteso, due profili di guerrieri, un toro, una scala e due punte di lancia, i legami tra scena e scena, i rinvii, le citazioni.

Sono numerose le chiavi di lettura della produzione pittorica di questo maestro europeo, di radici mediterranee. E’ pittore di richiami figurativi incrociati, di continue e sapienti interferenze visive e di presenze volutamente barocche.

Nella storia dell’arte moderna, se si vuole dare una dotta paternità all’opera di Musardo, la si ritrova solo attingendo, in piccola parte, a certa sperimentazione di Mario Sironi, poiché optando per forme arcaiche, per entrambi l’immagine è assoluta. I motivi materico-plastici di Musardo sono, infatti, fuori dal relativismo della cronaca. Sono narrazioni, affabulazioni volutamente interrotte, dove l’artista pare privilegiare più la finzione della storia tramutata in gioco mitologico, che la vita. Musardo stesso definisce, in modo appropriato, la sua ricerca figurativa come meta-arcaica.

I risultati sono a portata d’occhio: vengono incontro immagini di grande respiro e d’indubbia originalità, riflesso di compostezza di ritmi, straordinariamente liberi e puri.

Egli seduce ma nel contempo è sedotto, grazie all’immersione in una memoria fatta di icone, di giochi visivi, che rimandano al passato non solo greco, ma anche egizio, etrusco e bizantino.

I supporti materici compositi su cui lavora questo maestro che scolpisce la tela, da un lato rallentano e rendono più faticosa l’esecuzione delle opere, dall’altro esaltano la complessa elaborazione e l’ansia del risultato: ogni opera porta con sé un’emozione amplificata da un impegno profondo e viscerale.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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