All’inizio del Seicento il paesaggio dipinto passa dallo stato di fondale di scene storiche, sacre o profane al ruolo di protagonista assoluto della raffigurazione pittorica.

In Italia, i precursori del genere furono i bolognesi Annibale Carracci e il Domenichino: i due furono attivi a Roma, dove qualche anno più tardi la loro eredità venne raccolta dai francesi Nicolas Poussin e Claude Lorrain, che lì si trasferirono. Poussin, seguendo l’ideale classico fuse insieme vegetazione, architettura e trama storica in una concezione panteistica della natura, e Claude Lorrain animò realistici impianti narrativi all’interno di scenari idilliaci.

Parte da qui la rassegna Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento: curata da Marco Goldin, la mostra ha inaugurato il 26 ottobre ed è visitabile fino al 9 febbraio 2014 a Verona, al Palazzo della Gran Guardia.

Tra le cento opere, concesse da musei e collezionisti di tutto il mondo e suddivise in cinque sezioni, spiccano i venticinque dipinti di Claude Monet, l’artefice del nuovo corso del paesaggio, che con lui si fa interiore.

Nella prima sezione, Il Seicento. Il vero e il falso della natura, troviamo i maestri olandesi Seghers, van Goyen, van Ruisdael e Meindert Hobbema, il cui realismo agreste, boschivo e lacustre emerge dal buio delle fronde con una luce che i secoli non sono ancora riusciti a spegnere, forse perché non pare dipinta ma emanata dal sole.

Preromantiche sono invece le aspre ambientazioni di Salvator Rosa, in cui gli alberi sembrano perennemente in dialogo col cielo che annuncia tempesta ma anche lo Sturm und Drang che verrà.

A introdurre il ‘700 è il van Wittel degli anni romani, con la sua Piazza del Popolo del 1718 che precede il vedutismo veneziano, qui presente con quattordici tele di Canaletto, Bernardo Bellotto e Francesco Guardi, alcune delle quali tornano in Italia per la prima volta.

Canaletto esalta Venezia con luce fenomenica e col rigore topografico della camera ottica, in pieno spirito Illuminista; Bellotto usa sapienti inganni visivi per un effetto di aumentata spazialità, ma mantiene il dettaglio della città con fedeltà da cronista; Guardi invece la trasfigura liricamente, con rapide pennellate di luce.

Romanticismi e Realismi è la terza sezione, dedicata all’Ottocento.

Qui appare la malinconica visione della natura come opera divina nel Mare al chiaro di luna di Caspar David Friedrich, quadro del 1836 che raramente la Hamburger Kunsthalle accetta di prestare.

Il coetaneo William Turner - che John Ruskin definì il migliore seguace della natura – andò oltre la rappresentazione oggettiva, dissolvendo le forme in vortici di luce: il suo Paesaggio con fiume e montagne in lontananza è un tuffo verso un futuro che si chiama Monet.

John Constable, altra anima romantica del paesaggismo inglese, rimase invece fedele alla veduta classica, resa con una maestria mai ripagata economicamente in patria. Fu Parigi ad apprezzarlo, premiandolo con la medaglia d’oro al Salon del 1824. Definito da Delacroix “Il padre della nostra scuola francese di paesaggio”, già dal 1825 tanti pittori accolgono la sua lezione, fondando la Scuola di Barbizon, nell’Île-de-France.

Lì si recò spesso dal 1830 Jean Baptiste Corot, che innovò la tecnica tradizionale, anteponendo al rigore accademico una descrizione per macchie di colore.

E ci sono gli altri europei: von Wright, esponente della Golden Age finlandese, il norvegese Dahl, già internazionale ai suoi tempi, l’ungherese Karl Lotz con la vita campestre della puszta e il romeno Grigorescu, formatosi a Barbizon. Ci sono poi gli americani della Hudson River School – Church, Bierstadt, Kensett e Heade – che tradussero in armonie pastorali la convivenza uomo-natura.

Un capitolo a parte è lo sconvolgimento che gli impressionisti portarono nel 1874 con l’estrema modernità della loro pittura en plein air che, in un ampio ventaglio di scelte linguistiche, esprimeva allo spettatore un’immediata percezione dell’immagine, ancor prima della sua decodifica.

Troviamo infine Renoir, Pissarro, Degas, Sisley, Cézanne e Caillebotte – quest’ultimo anche generoso mecenate dei colleghi – e chi fu da loro influenzato: Vincent Van Gogh e le sue accentuate fughe prospettiche e il sintetismo di Paul Gauguin.

L’esposizione chiude con l’approdo a Monet, attraverso le luminosità intense dei lavori di Argenteuil, e gli stessi soggetti ritratti in differenti momenti della giornata e in stagioni diverse, quasi a voler metabolizzare l’irradiazione della luce.

Ha scritto: «La nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, creano variazioni nel colore e alterano la superficie dell’acqua».

A Giverny, fino alla fine nel 1926, dipinse le ninfee dello stagno del suo giardino, che lui chiamava paesaggi di riflessi:fusioni di forma e luce in un assoluto anticipatorio dell’astrattismo lirico.

Verso Monet.
Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento

Verona, Palazzo della Gran Guardia

26 ottobre 2013 – 9 febbraio 2014

La mostra continuerà a Vicenza, Basilica Palladiana,
dal 22 febbraio al 4 maggio 2014

La mostra è promossa dalla Fondazione Cariverona, dai Comuni di Verona e Vicenza e da Linea d’Ombra, che ne è anche la società organizzatrice.

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Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.

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