30 anni, di Milano, Valentina Giola è una fotografa e una viaggiatrice sempre in movimento. Ama documentare ciò che vede e vive nei suoi spostamenti con degli scatti che, nonostante la giovane età, hanno il piglio dei grandi reportage in bianco e nero. Nei suoi viaggi predilige l’Oriente, al quale è legata non solo dal gusto personale ma anche per le sue origini mediorientali.
La raggiungo nel suo studio di Lainate quando è appena tornata dal Myanmar con una quantità di scatti impressionante, che ritraggono soprattutto donne e bambini.
Devo dire che per mestiere sono abituato a frequentare studi dove l’ordine non regna certo sovrano:quello di Valentina invece rispecchia perfettamente la sua professione, ma potrebbe benissimo essere lo studio di un architetto o di un grafico, dove ogni cosa ha un posto preciso, senza quegli anfratti pieni di cose accatastate che a volte non hanno più nome, e che popolano ogni angolo degli studi di pittori e scultori.
Appese ai muri spiccano, come tante tavole di fumetti in bianco e nero, i suoi scatti incorniciati dei volti che ha incontrato nel corso delle sue continue esplorazioni, che sono davvero tantissime per una ragazza così giovane:Thailandia, Cuba, Birmania, Kenia, Tanzania, Madagascar, Stati Uniti, Grecia, solo per dirne alcune. E, ovviamente, c’è ancora una valigia da disfare.

D: Ti sei laureata in Scienze dei Beni Culturali e Storia e Critica dell’Arte, poi ti sei iscritta all’Accademia John Kaverdash di Milano. Ma il tuo background personale, il bagaglio che porti sempre con te in ogni viaggio, qual è?

R: Il mio background si basa fondamentalmente sulle opere d’arte che ho sempre osservato e studiato; già durante l’adolescenza, nei viaggi studio in Europa ho sempre cercato di approfondire la conoscenza del bello. Un riferimento sempre forte è la pittura di Caravaggio, da sempre considerato pittore/fotografo per lo straordinario utilizzo della luce e del buio. Nelle sue opere la luce non illumina mai completamente i corpi, ma ne mette in risalto solo alcuni punti, dando ai ritratti una vera e propria tridimensionalità.
Nei miei viaggi, spesso in zone subequatoriali, mia grande alleata è proprio la luce, che già in ripresa mi crea dei forti contrasti chiaroscurali, che poi correggo e calibro con più equilibrio in fase di postproduzione. Una vita che si basa sulle immagini, avere sempre sparse per lo studio riviste sia di moda come Vogue, Numerò, Muse ma anche riviste di viaggi e soprattutto come lo chiamo io il mitico giallo, ovvero il National Geographic. Il tutto corredato da libri fotografici che spaziano da Atget, Frank Robert, Annie Liebovitz, Gastel e McCurry.
Per me è fondamentale nutrire la mente d’immagini e osservare molto la realtà che mi circonda; penso che la mia formazione abbia influenzato molto il mio lavoro attuale, gli anni universitari passati a preparare esami d’iconografia ed iconologia, mi hanno aiutato a focalizzare l’attenzione sul dettaglio, sul particolare. Particolari che diventano protagonisti delle mie foto, microcosmo che racconta una realtà più ampia e che quindi cerca di contenerla.

D: Le tue foto di viaggio hanno la forza del reportage e la delicatezza di un bianco e nero d’altri tempi, sono un piccolo racconto in ogni scatto, come dovrebbe essere ogni foto che lasci il segno in chi guarda. Mi pare che ci sia sempre un velo di malinconia negli attimi che cogli col tuo obiettivo, dove i soggetti non sono in posa e occorre cogliere l’attimo.

R: Sì, cerco in ogni fotografia di raccontare una storia; in una frazione di secondo può esserci una realtà che va oltre.
Per tutti i fotografi è fondamentale cogliere l’attimo ma per me ancora di più, i miei soggetti non sono abituata a metterli in posa; cerco di coglierli un attimo prima che si rendano conto che sto per immortalarli, prima che interrompano la loro quotidianità, sorridano, insomma che si mettano in posa da soli.
Le mie fotografie si sviluppano per dettagli; attraverso un microcosmo raccontare una realtà; sono molto sintetica nella vita e questo si riflette anche nei miei scatti. Come dice Annie Liebovitz: “ Lo scopo della fotografia è ricreare un istante che significhi qualcosa per gli altri”. Io appoggio quest’affermazione, io so cosa c’è stato prima, durante e dopo lo scatto, ma chi osserva no; ma tramite i miei dettagli lo può intuire.

D: Quali sono i soggetti per i quali senti proprio l’urgenza di fotografare?

R: Bella domanda, ho scoperto che preferisco fotografare la figura umana, il paesaggio risulta piatto, nemmeno da cartolina.
E’ la figura umana nel proprio contesto come già dicevo non posata, perché si perde una sorta d’aurea, di realtà e naturalezza.
Nella foto posata in cui si curano tantissimi dettagli ed aspetti sia tecnici che di composizione, il risultato è sicuramente bello, ma personalmente viene a mancare quella realtà, quella purezza che serve invece nel reportage.
Le mie foto non sono sempre corrette a livello compositivo, ma questa mancanza viene colmata dall’intensità di uno sguardo, di un gesto.

D: Ci sono dei soggetti che invece non vorresti mai ritrarre o che ti mettono a disagio?

R: Per il momento non ho ancora incontrato soggetti che mi mettono a disagio, certo preferisco fare ritratti o comunque concentrarmi sulla figura umana.
La mia fotografia si basa molto sulla relazione col soggetto; cerco sempre di capire se ha il piacere d’essere ritratto.
Spesso mi è capitato, soprattutto nei paesi di religione musulmana, di ricevere dei no (per loro essere fotografati significa rubargli l’anima) o comunque di relazionarmi con uomini e donne che si nascondono dietro ai veli o alle proprie mani per farmi capire di non essere fotografarti; quindi abbasso la macchina e mi godo il loro sguardo che si tranquillizza.
Non mi reputo spietata nel fotografare a tutti i costi, prima di tutto il rispetto, cerco di “sintonizzarmi” con i soggetti e farmi accettare: per me è fondamentale, sia a livello umano per le persone fantastiche che conosco, sia per ottenere quel qualcosa in più nello scatto: per non farlo rimanere un ritratto sterile.

D: Prossimi progetti?

R: Sono tornata da poco dal Myanmar, con un bagaglio di circa 9000 scatti, che si sviluppano su due fil rouge ma ancora in via d’elaborazione.
Vorrei continuare la mia ricerca sul movimento e la doppia esposizione sempre in Oriente; terre in cui sia a livello personale che creativo sento molto vicino.

D: Cosa ne pensi del fenomeno dei selfie che spopolano soprattutto su Instagram? Oltre a far sentire tutti quanti dei fotografi, i soggetti di moda che vediamo postati sui social imbarazzano solo a vederli, penso ai piedi in vacanza e agli autodamé davanti allo specchio del bagno o dell’ascensore, quando non di peggio. E’ proprio il caso di definirli egoscatti, o ci vedi anche qualche possibilità di sviluppo artistico?

R: Questa domanda mi fa sorridere, perché io uso Instagram da quasi due anni e sono a quota 1544 post… (follow me valecolette)!!!!
La mania dei selfie è legata secondo me al

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fatto che siamo in una società in cui conta di più l’apparire che l’essere, dove bisogna condividere tutto e in tutti i casi. Spesso questi “scatti” interessano solo a chi realizza il selfie per ottenere su Facebook ed Instagram i like ed uscire dall’anonimato per qualche minuto.
Io non li condanno i selfie, anch’io soprattutto durante i miei viaggi per tenermi in contatto con la mia famiglia mi scatto l’autoscatto sotto alla Golden Rock in Myanmar, con le zebre sullo sfondo durante il safari nel Serengeti….poi c’è il selfie diretto agli amici per farli morire d’invidia dei miei piedi o delle mie gambe sdraiate sotto qualche sole esotico, come le chiamo io le foto wurstel, perché si vedono solo le cosce e sembrano dei wurstel sotto il sole!!!!
La maggior parte di questi li possiamo definire si egoscatti, finalizzati al proprio compiacimento, soprattutto quelli scattati nei bagni con sullo sfondo il wc… quelli proprio non li sopporto.
Condannare Instagram è troppo facile, tutti si sentono fotografi con questa applicazione; fai uno scatto lo modifichi con un filtro preimpostato e il gioco è fatto!!! Ma può capitare di realizzare immagini interessanti che poi andrebbero sviluppate in maniera più seria per ottenere vero e proprio sviluppo artistico.

D: Per restare in tema, te lo chiedo in quanto fotografa e più o meno coetanea delle protagoniste di un altro fenomeno di costume da social. Dopo il caso delle Suicide Girl e delle nostrane Sick girl, che hanno aperto la strada a chiunque volesse sentirsi modella senza possederne i canoni estetici, è praticamente impossibile navigare su Facebook, Twitter o Instagram senza imbattersi nei calendari o negli album della vicina di casa, o della studentessa amica di amici. Spesso sono foto scattate anche da professionisti, laddove le location restano quelle casalinghe, come sfondi di cucine, salotti o camere da letto, gli abiti sono pochi e succinti o mancano del tutto. I risultati sfiorano a volte il ridicolo ma vanno anche la decenza, che in questo bisogno di apparire a tutti i costi viene spesso accantonata, basta collezionare “mi piace” e commenti. Hai mai ricevuto richieste di questo tipo da modelle per caso, tu che di solito lavori con professioniste?Che ne pensi di questa moda?

R: I miei lavori di moda si distaccano da tutto ciò perché anche in questo ambito continuo con la mia ricerca di movimento dove i modelli appaiono traslati, impressionati più volte quasi dei fantasmi.
Ma Facebook lo uso anch’io e ogni tanto ci sono delle “pseudo modelle” che siccome hanno o la quinta di reggiseno o sono un pochino più carine della media pensano di lavorare come modelle, non sapendo poi muoversi sul set!!! Questo mi crea grande tristezza, ma mi ripeto è la realtà di questi anni dove la parola d’ordine è apparire.

D: Durante l’anno viaggi moltissimo, e hai visitato tantissimi paesi. C’è un posto che ti ha ispirato più di tutti, per la sua gente? E un luogo dove non sei ancora stata e che ti piacerebbe molto fotografare?

R: L’oriente è la mia seconda casa e la popolazione soprattutto quella birmana nel mio ultimo soggiorno mi ha dato molto.
Prima di ogni partenza cerco sempre di documentarmi sugli usi e costumi del Paese per non incorrere in sgarbi e farmi ben accettare.
Mi piacerebbe molto tornare in Myanmar per visitare una tribù, le cui donne vengono tatuate sul volto, oppure andare in Laos- Cambogia e Vietnam… il sudestasiatico mi affascina molto.

D: Ultimamente è scoppiata sul web, in ritardo di tre anni, la polemica sulla sparizione delle ore d’insegnamento della storia dell’arte e relativa soppressione degli Istituti d’Arte, anche se la legge è quella solita del 2010 voluta dal ministro Gelmini. Quello che è chiaro, è che la situazione, da 3 anni a questa parte, resta gravissima, soprattutto perché siamo in Italia.Te la senti di commentare?

R: Senza cadere nel banale e nel politico è semplicemente assurdo! Io ho dedicato dieci anni dei miei studi alla storia dell’arte, prima al liceo artistico poi all’universitá! Mi auguro che ci sia un’inversione di rotta altrimenti le nuove generazioni guardando i dipinti dei famosi barattoli di zuppa Campbell’s di Warhol li scambieranno per pubblicitá dell’Esselunga!

 

Per chi volesse seguire il lavoro di Valentina su Facebook, la sua pagina è questa.

Alcune delle sue opere sono in vendita qui, su bebopart.

 

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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