di Diana Orini

Salire su un nastro, percorrerlo all’infinito e perennemente incontrare la propria immagine riflessa; riempire di sé e di lei tutta la superficie, unendo i corpi senza fonderli e pure non lasciando all’aria spazio per passare e alle membra la possibilità di muoversi una volta almeno, una sola, in modo diacronico, spezzando il ritmo, rompendo le fila di un moto che prosegue perpetuo e implacabile lungo la propria traiettoria.

Se entri non uscirai più, attento! Ti ho avvertito! È come il sortilegio di un antico mago, ti terrà sempre con sé: cigno nero e cigno bianco, inganno e verità, avvinti nel nodo indissolubile dell’infinito. Gli occhi percorreranno migliaia di vie, dimenticherai le leggi di natura, invaderai  mondi piatti che accolgono una terza dimensione.Vedrai uccelli diventare pesci, pesci diventare squame e ritornare pesci che nuotano in un mondo di carta e inchiostro. Camminerai sui soffitti vagando senza meta perché non vi è scampo, solo uno conosce l’uscita, ed è la persona che tutto ciò ha creato: Maurits Cornelius Escher.

Nella sua biografia l’artista olandese racconta di come queste immagini siano scaturite dal suo intimo quando, avendo dovuto lasciare l’Italia a causa della Seconda Guerra Mondiale, non poté più raffigurarne i paesaggi e le architetture che tanto amava e che non ritrovò in Svizzera dove si era rifugiato. Nella sua mente si annidano spazi che debbono ricorrere alle scienze per prendere forma; sul foglio e prima ancora sulla matrice di stampa, ciò che è impossibile nel mondo terrestre si realizza; vi sono immagini dalla simmetria esasperante, il cui ritmo ipnotico rimanda alla struttura microscopica dei cristalli ma anche alle figure osservate attraverso un caleidoscopio.

Grande e piccolo, destra e sinistra, su e giù, notte e giorno, bianco e nero, astratto e concreto, la ricerca di uno scienziato e il gioco di un bambino, non sono idee o concetti contrapposti ma contigui tra loro, indivisibili e imprescindibili gli uni dagli altri. Nelle opere di Escher c’è però anche la tradizione della pittura fiamminga del passato: l’horror vacui lo spinge a soffocare il bianco del foglio riempiendo ogni interstizio ed è difficile capire se sia questo l’effetto dello sviluppo di precise teorie matematiche, che volesse colmare l’infinito?, o piuttosto abbia preso la scienza a pretesto per soddisfare quell’esigenza atavica di pieno.

Il simbolismo di certe raffigurazioni porta l’eco lontana di Hieronymus Bosch; scene enigmatiche il cui significato è lasciato all’interpretazione, specchi magici da cui i riflessi escono prendendo forma di animali mitici per poi sparire, come allucinazioni, nelle decorazioni geometriche del pavimento disegnato sul foglio, una superficie che non appartiene ad altro luogo se non a quel finito spazio di carta.

Figlio di un ingegnere civile, Escher dimostra fin dalla più tenera età di eccellere nel disegno e nelle arti grafiche, anzi per la verità in tutte le altre discipline scolastiche conseguirà risultati disastrosi, tanto che non riuscirà mai a diplomarsi, ma la sua esigenza di trovare un punto d’incontro tra la sua visione di arte e le scienze fisiche e matematiche nelle quali sicuramente il padre si destreggiava abilmente, lo spingono per un certo periodo a prendere lezioni private di architettura, che verranno però presto abbandonate.

È per altro difficile inserire questo autore in una corrente artistica determinata poiché, pur subendo diverse influenze, soprattutto nella fase iniziale, in cui sono chiari i riferimenti Liberty ed espressionisti e gli sguardi verso il passato, Maurits è padrone di una visione cui dà forma, nella fase matura della sua produzione, in una maniera unica. Una mostra dedicata al lavoro dell’incisore olandese è ospite del Palazzo Reale di Milano da giugno 2016 sino a gennaio 2017 e ne ripercorre la storia artistica dagli esordi in Olanda, passando per il lungo periodo paesaggistico in Italia, per giungere alla nascita delle complesse raffigurazioni per cui è noto.

L’esposizione offre l’opportunità di scoprire o di meglio comprendere la complessità di un lavoro che a un primo sguardo potrebbe essere giudicato come semplice capriccio grafico ma il cui magnetismo può intrappolare gli occhi e la mente in un mondo affascinante e sconosciuto, in una realtà parallela da cui si potrebbe anche desiderare di non uscire più.

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