Cosa si può dire di Ugo Nespolo che non sia già stato detto?

GILLO DORFLES, 1990
Il sistema compositivo di Nespolo – che, come è noto, da tempo si vale di sagome, ritagliate nelle tavole di compensato secondo un preventivo disegno, e poi colorate e ricomposte a mo’ di puzzle – ha una sua indubbia efficacia e pregnanza; soprattutto per la nettezza delle singole figure ritagliate, per la timbricità assoluta del colore (che però in queste ultime opere è, alle volte, corretto da pennellate che coprono e amalgamano tra di loro i diversi frammenti), per la finitezza delle immagini, l’assenza di sbavature, e la “solidità” che viene conferita alla composizione definitiva dalla preventiva lavorazione a incastro. Quando, in una delle sue garbate ironiche poesie, Nespoleide, Edoardo Sanguineti componeva strofe come questa: «che virgola tiene per naso / il mio domatore dei cani! / ma è un ricciolo (alquanto bistorto) / spuntato dall’oggi al domani …», rendeva perfettamente l’idea della metamorfosi costante dei segni e delle figure nel microcosmo iconico (e ironico) di Nespolo: metamorfosi, talvolta meditate, altre volte casuali e aleatorie, dove il significato è spesso arbitrario (come ne sarebbe arbitraria ogni dotta interpretazione), ma che, peraltro, rispondono a un preciso “ordine interiore” dell’artista; sono, cioè, parte integrante e non intercambiabile di un processo compositivo di spregiudicata sofisticatezza.

GUIDO ALMANSI, 1991
Io amo i pittori e gli scrittori e i compositori che hanno familiarità con la notte e non solo con il giorno; ma, ogni tanto, trovo esilarante il contatto con un artista pienamente soddisfatto della sua serenità, quasi ignaro dell’esistenza del concetto di buio. Nespolo è un pittore diurno, e superficiale nel senso più alto del termine (Le plus profond, c’est la peau, diceva Valéry).
Ricordo quando nei primi anni Sessanta noi poveri provinciali europei arrivavamo alla Tate di Londra o ai musei americani con attrezzatura da minatore, lampada e piccozza, per esplorare le profondità della psiche; ed è stato un grande trauma trovarsi di fronte alla mirabile superficialità della pop-art.
Nespolo è un pittore in cui tutto sembra avvenire in superficie, persino la vita mentale: come se pensassimo in superficie (è un’idea di Alain Robbe-Grillet circa Lichtenstein che mi pare si adatti anche a Nespolo). Abbiamo a che fare dunque con un artista squisitamente post-moderno: se cerchi di trovare un buco o una fossa dove infilarti per scavare in profondità, sarai deluso, perché i segreti più nascosti sono allo scoperto, come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe. Se solo si potesse pensare e sentire nella vita come nei suoi quadri, finalmente potremmo fare a meno degli orrendi psicanalisti e delle loro pretese. Forse ciò che amo di più in Nespolo è la sua immunità da ogni tentazione della psicologia e di quella pseudo-profondità che è una delle piaghe maggiori della cultura del nostro secolo.

PAOLO LEVI, 1997
Profeta ludico, narra sempre se stesso anche attraverso l’accettazione allegramente snob di farsi autore di manifesto. Nespolo si presta, si impresta, e il suo linguaggio anche in queste occasioni commerciali rimane aderente alla sua poetica.
A livello critico lo possiamo definire un postfuturista e curiosamente, proprio nel momento in cui l’artista si concede alla committenza che gli chiede un persuasivo messaggio promozionale, l’eredità poetica e operativa di Fortunato Depero si fa ancora più evidente. Il gioco delle parti non è mai nascosto, e Nespolo stesso ama citare i precedenti

illustri, quegli artisti cioè che, come lui, hanno prestato la loro creatività alla grafica pubblicitaria: «Bonnard, Chéret e Lautrec decidono che le fonti di ispirazione stanno nei boulevards e non solo nella storia dell’arte, nel buio degli atéliers, nel segreto delle collezioni, nel dogma dei musei.
L’arte si riserva allora per le strade, frequenta luoghi non previsti, si propone a letture più popolari, sfata il dogma del pezzo unico.»
E proclama il suo desiderio di «costruire una sorta di Universo Nespolo, un buon contenitore di proposte e realizzazioni da riversare nella contemporaneità».

ENRICO BAJ, 2003
Nell’arte della pittura Ugo Nespolo introdusse attorno alla metà degli anni Sessanta il concetto di composizione lineare curvilinea.
Ovverosia la superficie dipinta veniva suddivisa da linee curve le quali, incontrandosi spontaneamente, davano l’idea di tessere di un grande puzzle, e il quadro stesso creava l’illusione di un puzzle ingrandito.
L’idea di suddivisione lineare, e non chiaroscurale, come ad esempio in Leonardo, è fondamentale in tutta la pittura moderna. Ma una considerazione si impone prioritariamente: la distinzione capitale tra linea retta e linea curva.
In tutte le avanguardie storiche degli inizi del XX secolo traspare quella sconvolgente attrazione verso un mitico progresso tecnico, meccanico, costruttivista, progresso che poi si rivelerà portatore di molta ricchezza transitoria e di molti danni permanenti. L’arte diverrà cubista, astratto-geometrica, futurista: e esalterà la scomposizione e frammentazione delle forme col cubismo, il ritorno a una spazialità euclidea con Mondrian e il culto della velocità col futurismo.
Tutte queste pulsioni si serviranno largamente della linea e dell’angolo retto, che è l’elemento dominante di ogni costruttivismo meccanicistico e di quella torre di Babele del ferro che è la Tour Eiffel. Ritornando alle curve semplici, sono queste che costituiscono gli elementi primari nella stesura figurativa dell’opera nespoliana.

GIAMPIERO MUGHINI, 2004
L’ossessione del moderno. L’ossessione che è stata di Warhol, di Man Ray, di Depero. L’ossessione di Nespolo. E dunque la commistione dei linguaggi e dei materiali, e un pittore che fa combutta con un musicista (Nespolo con Luciano Berio) o che arreda la camera da letto di un’amica a renderla più allegra. E le silhouette dei fumetti che si addensano nei quadri grandi così, e oggi ti metti a spalmare di colori una motocicletta come a renderla ancora più sfrecciante, e domani disegni i costumi di un’opera lirica, ma anche le librerie in legno colorate all’acrilico dove mettere in mostra i libri dei dadaisti e dei futuristi. Ed ecco la stanza ipertecnologica dove poter montare e modellare i film di Nespolo che il Centre Pompidou ha onorato con una sua mostra fin dal 1984. E quella collezione di piccoli robot, di sagome talmente essenziali al suo lavoro di pittore. E il libro strutturato a illustrare le poesie di Alda Merini, ma anche quello progettato per la Campari in occasione del campionato del mondo di calcio del 1990. La pubblicità. Il cinema. Il fumetto. Il calcio. Il design. Quali altri fantasmi vorreste trovare in un castello moderno?

VITTORIO SGARBI, 2008
C’è stato un episodio, di recente, che mi ha confermato quanto la libera ricostruzione dell’universo di Nespolo continui a essere sorretta da un pensiero non solo libero, ma coraggioso, scevro da conformismi, renitente all’opportunismo di maniera. Roma, ottobre 2007. Un anonimo performer, poi individuato in Graziano Cecchini, tinge di rosso sangue le acque di Fontana di Trevi. Spettacolo inatteso, improvviso, affascinante, che fa il giro del mondo, e indigna i grandi della cultura, i perbenisti piccolo-borghesi, i museificatori dell’arte. Pochissime le voci che hanno il coraggio di esprimersi pubblicamente a favore della provocazione, perfettamente riuscita, nel più puro spirito dell’Avanguardia storica, quella vera di Marinetti e Duchamp, non dei loro disgraziati emuli.
Una è la mia, l’altra è quella di Ugo Nespolo. Non poteva essere altrimenti.

UGO NESPOLO, oggi

About The Author

Leave a Reply

Your email address will not be published.