2010: La cantante statunitense Lady Gaga indossa agli MTV Video Music Awards un vestito di carne. Il suo creatore, lo stilista Franc Fernandez, dichiara fiero in quell’occasione «di avere ora finalmente una voce come artista e designer». Tuttavia in pochi sanno che l’abito di carne in questione non è una novità, ma soltanto una citazione di un lavoro precedente dell’artista Jana Sterbak: il Flesh Dress for an Albino anorectic del 1987. Giacomo Leopardi nelle Operette Morali dichiarava la moda sorella della morte per la sua natura caduca ed effimera; oggi, la definiremmo invece sorella dell’arte.

Ma se la moda, da attività artigianale e industriale qual era in origine, ha trovato in questa vicinanza gli elementi per una sua nobilitazione, quali interessi e stimoli hanno invece mosso l’arte verso la sorella minore? L’arte visiva ha seguito nel Novecento un percorso che, sempre più, l’ha portata alla contaminazione con altri linguaggi. A partire dalla Belle Époque, attraverso l’Art and Crafts Movement, il futurismo e il Bauhaus, sempre più si è affermata la prassi della mescolanza di generi. In questo gioco di scambi e ibridazioni reciproche, la moda ha avuto un ruolo fondamentale, favorita in questo dalla sua natura ambigua, dove arte, artigianato e industria si fondono.

Con Charles Frederick Worth nasce nel 1850 a Parigi l’alta moda. Dal sarto che crea anonimamente abiti in base al capriccio dei clienti, si passa allo stilista, artista che dà vita, per mezzo del suo genio, a creazioni uniche e preziose. Più tardi è l’italiana Rosa Genoni ad approfondire il legame della moda con l’arte figurativa: la stilista realizza le sue creazioni rifacendosi al Rinascimento italiano: così è per La Primavera, un abito femminile del 1906 in raso di seta color avorio, ricami, perle e paillettes che si ispira all’omonimo dipinto di Botticelli.

Sul versante degli artisti, è Giacomo Balla il primo a promuovere apertamente il connubio tra moda e arte, pubblicando il 20 maggio 1914 il Manifesto futurista del vestito da uomo. Già dal 1912 aveva ideato, con l’intento di dar vita a una moda futurista, capi d’abbigliamento, che sono tuttora conservati a Guidonia, Roma, presso la collezione Biagiotti-Cigna. In seguito anche Fortunato Depero contribuirà a questa sperimentazione con i suoi famosi Panciotti Futuristi, presentati pubblicamente nel 1924 e indossati in quell’occasione da Marinetti e dagli altri membri del movimento.

 

 

Sempre all’interno delle avanguardie, Sonia Delaunay realizza nel 1913 i primi abiti simultanei, i cui motivi geometrici e intensi cromatismi lasceranno un grande segno nella moda successiva, a cominciare dalle creazioni di casa Missoni. Lucio Fontana affronta il tema della moda, caratterizzandolo con il suo stile fatto di tagli e buchi: nel 1957 realizza una Cravatta Spaziale e più tardi, nel 1965 progetta dei Vestiti Spaziali, poi realizzati ed esposti da Ellen Moberg, docente alla Minneapolis School of Art. L’inventore della Pop Art, Andy Warhol è invece attratto dalla scarpa femminile, intuendone profeticamente il potente ruolo simbolico di feticcio, che si affermerà

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più tardi. Nel 1955 pubblica il libro A la Recherche du Shoe Perdu, una raccolta di disegni accompagnata dalle poesie di Ralph Pomeroy e ancora negli anni Ottanta la scarpa tornerà nella sua opera con la celebre serie Diamond Dust Shoes. Dall’altra parte del mondo, Atsuko Tanaka, un’artista giapponese del movimento Gutai, realizza nel 1956 il suo lavoro più noto, l’Electric Dress, un kimono realizzato interamente con lampadine e cavi elettrici.

 

La connessione con la moda è in questo caso puramente strumentale e l’abito è qui la perorazione per un nuovo inizio dopo gli orrori della guerra, perché arte e vita costituiscano un tutt’uno. Tra i contemporanei, anche la già citata Jana Sterbak fa dell’abito un puro pretesto per veicolare significati altri. Oltre al vestito di carne, la Chemise De Nuit, in cui la peluria maschile è cucita sul tessuto etereo di un capo tipicamente femminile, ci parla della transessualità come stato mentale e corporeo. Mentre gli artisti vi si confrontavano e prendevano a prestito i suoi stilemi, nel corso del ‘900 l’industria della moda cresceva e precisava ulteriormente le sue velleità artistiche, facendone un abile strumento di promozione pubblicitaria e commerciale. L’abito, oggi, per quanto rimanga nella sostanza un prodotto, è divenuto nell’apparenza una vera e propria opera d’arte, una creazione unica e uno strumento espressivo capace di comunicare inediti significati. Basti guardare a come il modello espositivo museale influenzi i luoghi di vendita dell’alta moda. Qui gli abiti sono esposti in numero esiguo, spesso in teche, con una studiata disposizione e illuminazione che ne valorizzi la fattura e l’unicità. Contemporaneamente sono gli stessi luoghi dell’arte ad aver aperto le loro porte a stilisti e designer, riconoscendone in questo lo statuto di artista; il Guggenheim ha allestito di recente una mostra dedicata a Giorgio Armani e lo stesso ha fatto con Valentino la Somerset House di Londra.

Ma basta questo, al di là della ineccepibile perfezione formale, a rendere la moda in grado di veicolare la complessità di valori estetici e filosofici, che sono da sempre prerogativa dell’arte? La haute couture, anche nelle sue manifestazioni più raffinate e complesse, rimane lontana dall’ideale estetico dell’art pour l’art tanto caro alla sensibilità moderna. La moda è soggetta alle leggi di mercato e ai meccanismi di consumo e nessuno può dire se le sue creazioni rimarranno di valore inalterato nel tempo o diverranno meri documenti sociologici, come lo è oggi ai nostri occhi un vestito dell’Ottocento.

 

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