«Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.»
Gabriele d’Annunzio, Il Piacere.

Fino a qualche anno fa non immaginavo che avrei un giorno preso le difese di Tracey Emin, per lo meno non della Tracey Emin degli esordi dei YBA, quando la capacità imprenditoriale sembrava prevalere sulla qualità artistica della ragazza. Forse, quella che mi sento di difendere oggi è la donna, la sua storia e quello che i suoi traguardi rappresentano per tutti gli artisti, non solo quelli concettuali. Ma come si fa a dividerla da ciò che fa? Non si può, Tracey Emin non crea opere d’arte ma vive dentro di esse, letteralmente.

Credo anche che per il pubblico, nonostante la persona diretta e trasparente che è, sia lei l’artista più difficile da decifrare dei nostri tempi ma che meglio li rappresenta. E’ riuscita a trasformare in oro le esperienze della sua vita, tra le quali si conta un’infanzia nella povertà – segnata anche da uno stupro subito a 13 anni – e una giovinezza guastata da un aborto cui reagì distruggendo tutta la sua produzione. Questi esordi potevano far intravedere un futuro ai margini della società, ma lei li ha trasformati in leggenda personale, scrivendo la sua vita dentro ogni suo lavoro, passando dalla modalità incendiaria di un debutto coi fiocchi, ma dopo lunga gavetta – 34 anni nel 1997, contro i 20 anni dei debuttanti dell’arte di oggi – a quella di pompiere:un passaggio quasi obbligato, merito anche delle attenzioni ricevute dal suo paese, sempre pronto a valorizzare quei talenti che gli fanno da attrazione.

Dagli eccessi di Sensation – la mostra raduno del futuro gotha YBA, assemblato da Charles Saatchi nel 1997 – all’ultima personale di questi giorni alla White Cube di Londra, The Last Great Adventure is You, Tracey Emin è salita man mano di grado, raggiungendo la vetta delle istituzioni.

E’ stata insignita del titolo di Reale Accademica alla Royal Academy of Arts di Londra, ha rappresentato la Gran Bretagna alla 52° Biennale di Venezia, ha ricevuto due lauree honoris causa in Filosofia e in Lettere ed è stata nominata Professoressa di Disegno alla Royal Academy, seconda donna a ricevere tale onore da che l’accademia fu fondata, nel 1768. Nel 2013 è stata poi nominata Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico per i suoi servigi alle arti. Nel suo palmarès manca giusto il Turner Prize, che ricevette invece Damien Hirst, sul quale invece non credo cambierò mai idea:la differenza tra i due artisti è che entrambi girano nudi, ma solo Hirst vuole farti credere di portare le mutande.

Di Tracey Emin apprezzo poi l’attitudine a voler pareggiare i conti con la vita, che hanno tutti coloro che molto hanno ricevuto senza perdere memoria del punto da cui sono partiti, usando la propria immagine per smuovere la coscienza collettiva su temi urgenti.
E’ infatti una delle artiste più impegnate nelle cause sociali, non limitandosi solo a donare le sue opere – con risultati in asta oltre il milione di sterline – ma andando di persona a fare da battitore per far alzare le offerte del pubblico. Oltre ad abbracciare le cause per la prevenzione degli abusi sull’infanzia, la ricerca per curare l’AIDS e la salvaguardia dell’ambiente, si è fatta promotrice dell’istruzione degli studenti in Uganda portando la sua biblioteca “Tracey Emin Library”, nelle zone rurali, dove lo studio non è ancora una priorità.

Sono stati gli insulti a lei rivolti in questo mese, a farmi ripensare alla sua carriera in toni più benevoli. E lo statement della sua ultima personale, conferma una crescita che ha preso le distanze dal cliché del ribelle a tutti i costi:

La mostra riguarda i riti di passaggio, del tempo e dell’età, e la semplice constatazione che siamo tutti soli.

A scatenare gli improperi di Quentin Letts, il critico– teatrale, non d’arte – del Daily Mail, è stata proprio questa mostra alla White Cube di Londra, che espone un repertorio di guazzi, sculture in bronzo, installazioni al neon, tele ricamate di grandi dimensioni e dipinti che sono stati più volte rielaborati nell’arco degli ultimi sette anni.
La penuria di argomenti di un critico teatrale prestato alla critica d’arte – a tutti gli effetti, il Daily Mail non ha in organico un critico d’arte – si risolve in una serie di insulti e attacchi personali che vanno da “ex sciattona ubriaca” a “provocatrice di basso livello”, salvo poi ripiegare sull’incapacità tecnica nel disegno. E tante grazie.

Sì, è vero, chi si accanisce contro di lei, osservandone i ritratti accennati di fretta, può avere qualche ragione a contestarla e a chiedersi come sia stato possibile farla professoressa in questa materia.

Ma a prescindere dalla materia, un professore degno di tale nome è chi sa come stimolare il pensiero degli allievi, è la guida che non deve mai smettere di infondere coraggio e di emozionare, di essere l’esempio da seguire e cercare di superare. Altrimenti è finita, soprattutto nel traballante campo dell’arte e del suo insegnamento. Sono più o meno tutti capaci di insegnare a disegnare una bottiglia e un mazzo di fiori, allo stesso modo in cui l’allievo può rispondere sul foglio o sulla tela, trasferendo ciò che vede. Ma l’arte è andare oltre, là dove sta la superiorità dell’artista, che non è mai un semplice esecutore.

Tracey Emin ha imparato presto come si sta al mondo ed è questo l’insegnamento migliore per chi vuole restare nel campo dell’arte:imparare a stare al mondo.

Sono andato a rileggermi l’intervista che diede a David Bowie nel 1997, mentre stava per debuttare con Sensation, la mostra che avrebbe lanciato lei e Damien Hirst nell’olimpo dell’arte. Le idee già molto chiare e la sincerità spiazzante sono quelle di una ragazza che, se le fai notare che gira nuda per strada, si mette ancora a ridere, facendoti notare che tu, invece, sei vestito esattamente come tutti gli altri:

Nel 1992 m’iscrissi a un corso di filosofia che mi fece capire molte cose sull’arte contemporanea, mentre prima tutto quello che potevo immaginare erano Edvard Munch e gli affreschi bizantini, Giotto e il primo Rinascimento. La mia mente aveva smesso di lavorare. Non c’era niente di artistico che potesse riempirla ma, dopo il corso di filosofia, nella mia mente si aprì un grande spazio che non avevo mai esplorato prima e realizzai che qualsiasi cosa poteva essere arte. Si tratta della convinzione insita in ciò che fai, è l’essenza del suo percorso di provenienza, quindi è più come un’idea concettuale, anche se poi i miei lavori non hanno sembianze concettuali. Non credo abbia senso fare qualcosa che è già stato fatto. Se hai un messaggio da dare e vuoi essere ascoltato, devi trovare un modo di comunicare che appassioni il pubblico e per me non ne sarebbe valsa la pena se avessi fatto qualcosa che era già stato fatto 50 volte. Sono dovuta scendere a patti con il mio fallimento come artista. E l’artista che provavo ad essere era quello tradizionale, in cui facevo davvero schifo. Dovevo trovare la mia strada. Quindi parlo di esperienza personale…la maggior influenza nella mia vita è la mia vita stessa, non quello che faccio quotidianamente ma ciò che per me ha un senso nel mondo. Perché, ciò che il tuo lavoro diventa, che ti piaccia o meno, è la celebrazione della tua personalità, per via del tuo centro autobiografico e del suo perseguimento. Ci sono persone che passano tutta la vita nella Foresta Nuova a dipingere cavalli. Non sono artisti. Sono produttori di immagini. E’ qualcosa come l’artigianato, o un mestiere o la qualunque, è un’industria del genere.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.