Truffaut, parlando di Rossellini, disse: “Roberto mi ha insegnato che il soggetto di un film è più importante dell’originalità dei titoli di testa”. Se c’è stato bisogno di dirlo, evidentemente è perché con i titoli di testa anche i mostri sacri devono farci i conti.

 

I titoli di testa sono avvertimenti.

Nel caso di Enter the void ti avvertono che stai per vedere qualcosa pensato e costruito per non lasciarti indifferente.

In questo inizio una sequenza stroboscopica trasforma i crediti in marchi commerciali, scanditi da una traccia martellante di LFO che diventano parole d’allarme quasi illeggibili e urlate in due lingue – inglese e giapponese – per evocare le luci strade di Tokyo, dove tutto finalmente comincia (o sta per finire?).

Il messaggio del regista Gasper Noè è piuttosto chiaro: così come sto per torcere il cinema per fargli raccontare quello che voglio come voglio, lo stesso voglio fare con i titoli. Ma non è la prima volta che li torce, basti ricordare il suo precedente Irréversible, anche lì un avvertimento: state per vedere una storia difficile da interpretare, crollare su se stessa, partire dalla fine.

La particolarità più evidente è che qui il gioco non è figurativo, quindi ha non ha che fare con le immagini ma è basato principalmente sul lettering, ovvero lo stile, il movimento e l’organizzazione dei caratteri, saturando la loro funzione da cifra a ideogramma.

L’influenza su altri media come i videoclip musicali è facile da riconoscere, basti pensare agli esempi di All of the Lights di Kanye West, e si potrebbe addirittura rintracciare un’influenza in senso opposto, dal video DVNO dei francesi Justice, dove la maniera è quella gusto anni ’80.

In realtà il pensiero va a un altro regista, sempre francese, che progettava personalmente i suoi titoli: è Jean-Luc Godard con il suo film Une femme est une femme, incastonato nel 1961 tra caratteri cubitali e tricolore della republique.

Quando già, dalla fine degli anni ’50, il cinema si confrontava con se stesso in uno dei suoi movimenti più influenti che è stato la Nouvelle Vague, era chiaro che la rivoluzione non doveva certo risparmiare i titoli di testa. Poco prima di lui, Tati aveva giocato a mettere i crediti del suo film nelle insegne di un cantiere costruite appositamente, un unico piano sequenza dall’alto verso il basso con l’eccezione per il titolo, Mon Oncle, scritto a gesso sopra un vecchio muro nella prima inquadratura, e dopo di lui Jean-Michel Folon per Roman Polanski li aveva scritti a mano in un taccuino per introdurre “Che?” quasi a omaggiare lo stile naive dei titoli classici della Hollywood degli ’30, mentre Andre Francois, sempre per Polanski, aveva al contrario osato deformare il leone iconico della Metro Goldwyn Mayer in un vampiro per aprire The Fearless Vampire Killers.

Insomma, la sperimentazione nei titoli evoca, cita o deride, ma sempre per giocare con lo spettatore come farebbe un narratore onnisciente, per influenzarlo e catturare il suo stato d’animo prima di cominciare a raccontare. L’avvertimento, se necessario, si spinge oltre, e facendo leva sull’aspettativa vive di ciò che non c’è, come nel caso di Le Mépris ancora di Godard, un film che in Italia viene distribuito come Il disprezzo dopo una censura ridicola e inaccettabile, ma soprattutto nella quale la voce off dello stesso Godard, che aveva rinnegato la paternità dell’opera mutilata, legge i titoli di testa che però non compaiono sullo schermo che ospita invece la macchina da presa guidata in una carrellata che finisce per puntare l’obiettivo proprio verso di noi spettatori.

Un altro caso eccellente di lettere sparite dai titoli di testa arriva sempre dai pressi della Nouvelle Vague, con François Truffaut e il suo Fahrenheit 451 dove i nomi di produttori, attori e maestranze sono recitati mentre scorrono zoommate monocromatiche su antenne televisive: quale miglior modo di aprire il film che racconta un mondo da cui la parola scritta è bandita?

Sempre Truffaut, insieme alle parole scriverà la colonna sonora sullo schermo, rappresentandone le tracce stereofoniche, a ricordare il modo in cui correva nelle bobine di pellicola accanto ai fotogrammi, ovviamente per aprire uno dei suoi film più famosi, se non il più importante della sua carriera, oltre che l’opera per eccellenza di cinema sul cinema che è La Nuit américaine. Il regista francese parlando di Rossellini disse “Roberto mi ha insegnato che il soggetto di un film è più importante dell’originalità dei titoli di testa[…]”.

Se c’è stato bisogno di dirlo, evidentemente è perché con i titoli di testa anche i mostri sacri devono farci i conti.

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