Tamara de Lempicka fu donna libera ai tempi in cui le donne non potevano esserlo. L’arte e la vita della dandy in veletta e trementina sono a Torino fino al 30 agosto, in una mostra che soprattutto le signore farebbero bene a non perdersi, per conoscere da vicino una delle spavalde che hanno aperto una breccia nelle convenzioni della società patriarcale e la strada alle conquiste femminili.

 

Comprare tele e pennelli e dedicarmi alla pittura fu la mia risposta all’infelicità matrimoniale e alla crisi economica.

Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka è a Palazzo Chiablese di Torino: l’artista polacca protagonista della mondanità parigina, acclamata pittrice alla moda, femme fatale di successo, donna libera e trasgressiva dei ruggenti anni venti, divenuta il simbolo dell’emancipazione femminile.

Cittadina del mondo, esistenzialmente nomade, Tamara de Lempicka incarna la modernità del Novecento e i suoi cambiamenti epocali. In quegli anni a cavallo fra le due guerre, grazie alle innovazioni nei trasporti e nelle comunicazioni, il mondo stava cambiando, sembrando sempre più piccolo, luminoso e veloce.

Le possibilità divenivano infinite: nascevano il cinema, la fotografia, l’architettura moderna, l’industria della moda, la grafica pubblicitaria. Tutto questo si fuse nel poliedrico universo di Tamara de Lempicka, fino a creare il suo stile inconfondibile.

Chi avrà la fortuna di recarsi a Palazzo Chiablese potrà quindi godere dell’universo caleidoscopico di Tamara de Lempicka e di ottanta delle sue opere, insieme a fotografie, alcuni oggetti personali e una collezione di gioielli. La mostra, iniziata il 19 marzo terminerà il 30 agosto. Successivamente si sposterà all’Hungarian National Gallery di Budapest.

Curata da Gioia Mori e promossa dal Comune di Torino, la mostra svela anche i “mondi” privati, intimi e segreti dellartista. Sette i percorsi tematici, ognuno dei quali racconta un periodo e un’ispirazione particolare della pittrice.

La prima sezione I mondi di Tamara esplora tutte le case, tra Europa e America, in cui l’artista ha vissuto tra il 1916 e il 1980, analizzando l’evoluzione creativa nell’arco di tempo tra il suo matrimonio a San Pietroburgo e la sua morte.

La seconda sezione, Madame la Baroness – Modern medievalist, prende il titolo da un articolo dei primi anni Quaranta uscito negli Stati Uniti, dove si parlava del suo virtuosismo tecnico espresso soprattutto nelle nature morte, primo genere cui l’artista si dedicò. Fra le opere esposte c’è La conchiglia, uno straordinario trompe-l’oeil del 1941.

La terza, The Artist’s Daughter, presenta i dipinti dedicati alla figlia Kizette (Kizette al balcone e La comunicanda).

La quarta sezione, Madonne e santi, rivela – tenuto conto dalla natura trasgressiva dell’artista – un’insospettabile attenzione per la pittura “devozionale”. Perché l’eclettismo di Tamara de Lempicka non colma solo le aspettative di un immaginario laico. Ma approda a un imprevedibile misticismo.

L’estetica religiosa, la carica morale di certe madonne è una delle sfumature poliedriche dell’essere donna. Un mix di sacro e profano, ecco l’essenza della vita di Tamara de Lempicka. La curatrice Gioia Mori ci aiuta anche a scoprire una Tamara non mediatica fatta di Santi, Madonne e mendicanti che rivelano un lato spirituale che riflette sui misteri dell’esistenza, inaspettato e in contrasto con l’immagine glamour che si ha dell’artista. Singolare contraddizione che trova il suo apice in Madre superiora” (1935-1939) che ritrae un’anziana Sorella con gli occhi colmi di lacrime che pare manifestare tutto il dolore del mondo. Tamara de Lempicka e il secondo marito, il Barone Kuffner, non vollero mai separarsene, considerandolo il capolavoro più espressivo della pittrice polacca.

La quinta sezione, Dandy déco, racconta il costante rapporto di Tamara de Lempicka con il mondo della moda, ma anche spettacolari nudi, illustrazioni per riviste di moda e fotografie personali, come anche la ricostruzione dell’allestimento della mostra del ’33 a New York, filmati originali e le opere che l’hanno ispirata.

Qui si trovano molte delle icone di Tamara de Lempicka, da Le confidenze del 1928 alla Sciarpa blu del 1930, allo straordinario Ritratto di Madame Perrot con calle del 1931-1932.

Nella sesta sezione, Scandalosa Tamara, troviamo l’audace pittura del tema delle coppie: quelle eterosessuali, con un bacio di Hayez ad acquarello a confronto con un d’après di Tamara de Lempicka, fino alle coppie lesbiche messe in relazione ad alcune fotografie di Brassai e Harlingue. Troviamo in questa sezione il dipinto La prospettiva del 1923 (prestito del Petit Palais di Ginevra) primo quadro citato dalla critica del tempo.

Nelle Visioni amorose l’attenzione è riservata agli uomini e alle donne da lei amati. In mostra l’unico nudo maschile da lei dipinto e poi tutte le donne desiderate, con capolavori come La sottoveste rosa, La bella Rafaëla, Nudo con edifici, Nudo con vele. Per la prima volta si espone anche la principale fonte pittorica dei suoi nudi: il dipinto Venere e Amore di Pontormo, in una versione cinquecentesca di manierista fiorentino.

Quando da una Varsavia zarista approda a Parigi, la cifra stilistica di Tamara de Lempicka è influenzata dal suo maestro André Lhote che le trasmette le istanze del cubismo, ma trasposte secondo il gusto Déco, quel movimento artistico che credeva nel connubio tra pittura, arti decorative, architettura e moda.

Di questa lezione di eleganza mondana Tamara de Lempicka si ricorderà quando dovrà sfruttare lo sfondo architettonico delle proprie tele, mentre per dar vita ai personaggi preferirà mantenersi fedele all’insegnamento di Ingres e a quello del Pontormo, che è andata a studiare a Firenze.

Colpisce infatti nelle sue opere l’accostamento fra le città verticali (Manhattan, più che Parigi) e quei personaggi apparentemente superbi e arroganti che spesso ci guardano dritto negli occhi, quasi a volerci impartire degli ordini.

Una delle caratteristiche del suo stile è l’alone di successo, di spavalderia e di abbandono, di desiderio e di attrazione e nello stesso tempo di impenetrabilità che i personaggi dei suoi quadri esprimono; i colori sono eccitanti e romantici e rispecchiano un’incredibile fusione di tradizionale e moderno. La sua pittura, scandalosa e seducente, è talvolta caratterizzata da anatomie deformate, ma di una costruzione scultorea raffinatissima tra archi e cerchi di matrice cubista.

Singolare rappresentante dell’Art Decò, Tamara colse le suggestioni del futurismo e del neocubismo, i colori del Fauvismo, la purezza rinascimentale, le forme di Michelangelo e di Ingres, l’idea di bellezza di Klimt, il manierismo di Pontormo reinterpretandoli con genialità e modernità.

Tamara fu donna libera ai tempi in cui le donne, soprattutto se ebree polacche, non potevano esserlo. Una dandy tutta al femminile che ha viaggiato per il mondo, vivendo in Europa e negli Stati Uniti, dichiarando la sua bisessualità, sposando due nobili e rifiutando le avance di d’Annunzio.

Perché la sua fu davvero una vita da romanzo: due mariti, una figlia, molti amanti (sia uomini che donne) e lei stessa che seppe pubblicizzarsi con abilità, basti pensare al celebre autoritratto al volante di una Bugatti verde smeraldo.

Tra gli anni Venti e Trenta, Tamara de Lempicka viaggiò moltissimo in tutta Europa. Ebbe la possibilità di conoscere d’Annunzio, di essere paragonata per fascino e avvenenza a Eleonora Duse e fu tra le protagoniste della vita bohémienne parigina dell’epoca, diventando amica di Pablo Picasso, Jean Cocteau e André Gide.

Uno degli episodi più singolari per Tamara de Lempicka fu l’incontro con d‘Annunzio, conosciuto attraverso il conte Castelbarco dopo la mostra di Milano. Il poeta tentò di sedurla con la scusa di farsi fare un ritratto, invitandola al Vittoriale. Tamara accettò. Nonostante ciò non solo non riuscì ad eseguire il ritratto del Vate, ma dopo l’ennesima sua avance se ne andò, pronunciando, lei ventottenne, la storica frase: «Vecchio nano in uniforme!»

Seguace del glamour e trasformista, adorata e imitata da Madonna, comprata da Jack Nicholson. Diventata famosa a Parigi e rimasta icona a Beverly Hills. Eccentrica ed anti convenzionale tanto da volere che le sue sue ceneri venissero sparse sul vulcano Popocatepeti in Messico.

Apprezzata anche da chi ignora la sua storia, ma che sfoggia su una parete, su una borsa, su un quaderno, su un piatto una sua creazione, Tamara de Lempicka è tra gli artisti più riprodotti di sempre e antesignana della cultura pop che vide in Andy Warhol il suo massimo esponente. Trasferitasi negli Stati Uniti dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, visse a Beverly Hills, New York e Houston.

Tuttavia, durante il soggiorno americano l’arte di Tamara poco a poco si diluisce, perde la sua forza. La sua acidità. Il suo mistero. Forse è troppo lontana dalle sue terre, dai giardini d’Europa. O forse ha intuito che presto altre ricerche, altre sperimentazioni estetiche relegheranno le sue nell’ombra. Così Tamara de Lempicka diventa un nome, più che un’ opera. Chi si ricorda più di lei quando a New York trionfano Rothko, Pollok, De Kooning ed il mefistofelico Marcel Duchamp? Quasi nessuno.

Quando nel 1943 Tamara de Lempicka si trasferisce negli Stati Uniti sviluppa una nuova tecnica pittorica consistente nell’utilizzo della spatola al posto del pennello. Le sue nuove opere, vicine all’arte astratta, vennero accolte freddamente dalla critica, tanto che la pittrice giurò di non esporre più i suoi lavori in pubblico. Alla fine degli anni trenta comincia il suo lento declino: Tamara soffre di crisi depressive, cerca conforto da uno psichiatra (che ritrarrà come Sant’Antonio): continua a dipingere e a esporre, ma già nel 1943 le si presentano i primi sintomi di arteriosclerosi. In vecchiaia si trasferisce in Messico, dove muore nel 1980.

Colta, raffinata e disinibita, attraverso gli sguardi languidi, provocatori delle sue granitiche femmine avvolte in abiti incantevoli, Tamara de Lempicka racconta l’eleganza del ghiaccio bollente, il fascino dell’armonia dei corpi ma anche di una femminilità fredda e misteriosa. Tamara, nonostante usi spesso una cifra pittorica chiara, ci lascia sospesi in un alone di mistero.

Le sue ultime opere devozionali ci dimostreranno che il germe di tutto questo già esisteva in quegli sguardi, distratti e seducenti a nascondere probabilmente una malinconia che tradisce un disagio psicologico: dietro l’artificio di immagini raffinate si nasconde il preludio della grande guerra e tutto il disagio del mondo moderno. Il tradimento della società delle macchine, che con la falsa illusione della libertà ci ha resi tutti un po’ più schiavi. Ma questa volta di noi stessi. Una forma dell’inquietudine umana, dunque, quell’ineffabile senso di precarietà e attanagliante irrequietezza che è sentimento moderno per eccellenza. Pertanto il valore di Tamara de Lempicka, anche dal punto di vista sociologico, lo considero ben più pionieristico di quello che le è stato riconosciuto dalla critica d’arte, cioè di artista “antesignana della cultura pop”.

Ma quella di Tamara non è solo una pittura accattivante, fatta di volti definiti da ombre nette, cromie ridotte e spazi angusti. Il nero diventa luce, è lo sfondo da cui emergono figure spigolose, cariche di erotismo, apparentemente statiche ma come in procinto di muoversi. Non si comprende se gli sguardi esprimano gioia o dolore. O se addirittura lo trattengano.

La pittrice si accostò al tema di Andromeda e alla cosiddetta questione “femminile”, con il dipinto del 1927 della Fanciulla dalle mani incatenate; il corpo meravigliosamente modellato, di metallico e prorompente classicismo, carnoso ma astratto, fra carezzevoli riflessi e lingue d’ombra, contro lo sfondo cubo-futuristico di una città moderna, nella cui dura solitudine la bella è prigioniera. Come se Tamara, irrobustendo la struttura figurativa, avesse chiarito a se stessa la propria condizione femminile di fragilità mista a forza e avesse interiorizzato l’ideale michelangiolesco nell’utopia di un poetico titanismo femminile, esposto a tutte le prove mondane, esaltanti o umilianti, e a tutti gli esiti di solitaria malinconia: lei stessa come “prigione” di un mito vissuto con vagante ansia ideale.

Lo scenario in cui Tamara de Lempicka si muove è quello del femminismo sorto proprio come nuova poetica. In questa patologia del maschio decadente, l’iniziativa delle donne si era incuneata con spirito positivo, reclamando ed ottenendo titoli di affermazione sociale. L’immagine della femme fatale stingeva così, senza perdere del tutto i propri contorni, nella donna determinata a conquistare l’ambita parità, pur non rinunciando alle antiche malìe, all’uso delle armi proprie di seduzione tradizionali, ancora riconosciute dalla cultura fra il vecchio ed il nuovo secolo come le più irresistibili e appuntite; e anche per questo continuando a soffrire intimamente la propria diversità.

Quello che la Lempicka imita è il modello Greta Garbo, una donna glamour che nasconde sotto lunghe ciglia e sguardi suadenti inedita fermezza e tenacia. L’immagine di Venere moderna nasconde in realtà una mente da Minerva, da guerriera armata di cultura, in grado di sostenere il duro confronto che serpeggia nella vita artistica di Parigi. Le donne delle sue tele sono belle e seducenti, ma hanno spesso un libro aperto fra le mani che racconta la dimestichezza dell’artista con questa arma, appunto, da Minerva. In una Parigi percorsa dai fremiti delle suffragette, abitata da donne intellettuali e proprietarie di librerie, da avvocatesse che aprono scuole per future deputate, da sportive che sfidano i pregiudizi maschili, da aviatrici e spericolate guidatrici d’automobile, Tamara de Lempicka non pensa di imporsi con la sola arma delle lunghe ciglia.

E affronta la sfida da “donna virile”, che come enunciava il Manifesto della Donna futurista del 1912: Ogni donna deve possedere non soltanto delle virtù femminili, ma anche delle qualità maschili, altrimenti è una femmina. Tamara invece ha sempre vissuto in modo “virile” dominando le situazioni e conquistando rispetto, autonomia e indipendenza economica.

L’automobile in quegli anni era stata glorificata dagli uomini, ma Tamara de Lempicka, nel raffigurarsi in caschetto e guanti di daino alla guida di una Bugatti verde (che non ha mai posseduto) rivendica con spavalda sicurezza unattività prettamente maschile.

L’auto quindi diviene simbolo di liberazione della donna, che per rompere le catene ha fatto molto più di tutte le campagne femministe e le bombe delle suffragette. Dal giorno in cui ha preso il volante, Eva è diventata uguale ad Adamo. Le donne moderne guidano e fumano come gli uomini, con spavalda ostentazione. Questo nuovo costume suscita un nuovo interesse anche da parte dei pubblicitari che lanciano la campagna delle sigarette Lucky Strike con testimonial soprattutto femminili. Non poteva mancare anche questa icona per la Lempicka, ritratta in una fotografia di Camuzzi, dove l’artista si fa ritrarre con un abito che le lascia scoperte le spalle e una sigaretta fra le dita, che diviene icona dell’epoca.

Del resto, come diceva di se stessa: “Io non seguo la moda, la faccio!“.

INFO:

Tamara de Lempicka

A cura di Gioia Mori

Fino al 30 agosto 2015

Palazzo Chiablese – Piazzetta Reale – Torino

Tel.011 0240113



www.mostratamara.it

About The Author