Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: Quali sono stati gli artisti del Secondo Dopoguerra – da lei incontrati – che godettero di storicizzazione già in vita, grazie alla pubblicazione di un proprio Catalogo Generale Ragionato garantito da studi approfonditi di storici dell’arte, da mostre di prestigio, premi internazionali e acquisizioni museali con alte quotazioni? Le loro opere sono sempre in crescita sul mercato collezionistico che conta?

PL: Si contano sulle dita di una mano i grandi artisti italiani, con simili requisiti, entrati nella Storia dell’Arte Contemporanea, con la virtù di non essere stati in vita primariamente compromessi dalle orchestrazioni del mercato internazionale. Le loro ricerche contenutistiche ed estetiche sono materia di studio presso le facoltà universitarie d’arte contemporanea, europee ed americane. Significante l’attenzione nei confronti dell’astrattismo di Lucio Fontana, dalla cui intuizione basilare è nato il “Movimento Spazialista”. Anche Alberto Burri è preso in considerazione, a livello di studio, in quanto ha anticipato di un decennio le sperimentazioni cromatiche informali su juta del celebre artista americano Robert Rauschenberg, che ha sempre riconosciuto al pittore italiano il diritto di prima genitura. Ho incontrato Lucio Fontana a una cena a Torino, avvenuta in occasione di una sua personale presso lo spazio espositivo di Ada Minola. Quanto mai spiritoso, alla domanda rivoltagli da un commensale, su chi comprendeva ed apprezzava, all’istante, i suoi tagli su tela. La risposta, tra le risate generali, era stata: “Prima di tutto i chirurghi che conoscono bene l’argomento e le fanciulline che abbassano lo sguardo, arrossendo leggermente”. Ho incontrato anche Alberto Burri, in occasione dell’anteprima della sua antologica al “Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea”. Ero tra gli invitati alla conferenza stampa per “La Repubblica” di Torino. Mentre stavamo per sottoporgli domande inerenti all’esposizione, con freddo garbo, ci informava – fuori dalla ritualità consolidata nel tempo – che avrebbe parlato solo lui e di non prendere appunti. Fingevamo di ascoltarlo, in realtà eravamo scocciati di essere saliti inutilmente al Castello. All’indomani mattina sull’evento c’era solo il mio articolo. Avevo messo giù con rapidità il pezzo, appena uscito sul piazzale, sedendomi sull’unica panchina. Avevo riferito sull’antologica, sull’inedita richiesta del maestro di fama internazionale, mancante di rispetto nei confronti del cronista d’arte, solo al servizio del lettore. L’intervento di Burri mi era rimasto impresso, in quanto riprendeva i concetti dei testi canonici dedicatigli dagli storici dell’arte, allora di fama, attenti al suo linguaggio astratto, inaugurato all’inizio degli anni Cinquanta. In questo modo, Alberto Burri pioniere aveva avvertito di essere storicizzato già a inizio carriera. Aveva iniziato a livello figurativo, come passatempo negli anni di guerra, quando era capitano medico, prigioniero in un campo di concentramento in Texas. Tornato in patria aveva lasciato la medicina a favore dell’arte, portatrice di fortunate coincidenze.

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