Icons and Women è il titolo della mostra dedicata al grande fotoreporter Steve McCurry. Oltre 180 immagini raccontano la brutalità delle guerre ma anche la forza del riscatto che McCurry affida agli sguardi delle donne in ogni parte del pianeta. Ai musei di San Domenico di Forlì, fino al 10 gennaio 2016.

Tradurre il documento foto-giornalistico in un oggetto d’arte, intrecciare legami profondi e proficui scambi d’identità fra prospettiva storica, dimensione estetica e riflessione etica, e insieme provocare una vertigine emozionale: questo è il segno distintivo di un grande maestro della fotografia, Steve McCurry. Uno dei più audaci creatori di immagini del nostro tempo, da oltre trent’anni una tra le voci più autorevoli della fotografia contemporanea.

I suoi scatti sono in mostra fino al 10 gennaio 2016 nel complesso dei Musei di San Domenico di Forlì con un allestimento di forte impatto concepito da Peter Bottazzi: uno spazio d’ispirazione teatrale, uno scenario che vuole apparire senza confini e costrizioni, dove al centro sono le immagini con i suoi protagonisti, in un rapporto a tu per tu con il visitatore.
Ma è anche un percorso di scoperta progressiva, che da fotografie assurte al ruolo di simbolo del nostro tempo approda a un universo tutto femminile, che ci viene incontro con i suoi molteplici sguardi, alcuni fortemente interrogativi e penetranti, una dimensione espressiva stretta in un unico disegno etico, dove si mescolano culture, storie, età e un potente messaggio umano.
Icons and Women mostra i due volti della fotografia di Steve McCurry.

Una selezione di oltre centottanta immagini, curata da Biba Giacchetti, traccia da un lato il percorso delle icone, visioni rappresentative di un sistema complesso e tragico, dalle guerre ai viaggi compiuti dal fotoreporter nelle zone sofferenti del mondo, in India, Birmania, Pakistan, Afghanistan; dall’altro il percorso dei ritratti di donne, come quello della bambina afghana Sharbat Gula, uno straordinario scatto del 1984 divenuto celebre, o quello di Aung San Suu Kyi del 1995, dal segno politico forte, o infine quello di una piccola vietnamita, del 2013.

Le calamità, le guerre, la fame, l’11 settembre, gli esodi (termine sempre più presente nel linguaggio contemporaneo), i pescatori dello Sri Lanka, i monaci tibetani, i profughi e le etnie in vie di estinzione, sono tutte immagini che condensano e sintetizzano nell’obiettivo di McCurry l’umanità intera, in particolare cogliendo una visione della violenza e delle atrocità di cui l’uomo è artefice e vittima, a diverse latitudini.

Emerge dalle foto di McCurry una bellezza violenta nella catastrofe, che porta tanto i segni dell’ineluttabilità del male e della sua complessa definizione, quanto la capacità di resistere e di opporsi. Come se un cambio di prospettiva sia sempre possibile, anche in una fotografia.
Questo reiterato e “doloroso” procedere lungo la vertigine che il visitatore della mostra è chiamato ad attraversare, non può che ambire alla catarsi: in una sala “sospesa”, un ambiente più meditativo e sereno, gli sconfinati paesaggi fotografati aprono, con il loro abbraccio orizzontale, un senso di serenità. Sono foto in cui la presenza umana, pur essendo solo evocata, è sempre protagonista.

Il cuore resta il ritratto femminile: McCurry affida agli sguardi di donne di ogni parte del pianeta il grande riscatto umano. Sono occhi colti in una potenza penetrativa straordinaria, che lascia senza fiato, occhi che portano il tratto del dolore, della solitudine come il senso dell’accoglienza e della pace. Sono immagini che hanno il respiro più alto della poesia.
Dalle monache buddiste alle giovani nomadi ai più recenti scatti realizzati in Cina, in Africa o a Cuba,  McCurry è sempre capace di una narrazione che si rende universale, quando la sua fotografia, mostrandoci i burqa dell’Afghanistan o il volto di Sharbat Gula, genera in chi guarda un’inesauribile fonte di domande e riflessioni anche sulla propria esistenza. In questo sguardo che toglie il respiro – una tra le immagini più iconiche di tutti i tempi – McCurry mette in gioco, oltre che la sua abilità tecnica, tutta la sua empatia, alla ricerca di un elemento umano inesorabile.

Come dichiara la curatrice Biba Giacchetti, «Icons and Women è una retrospettiva che asserisce i principi della dignità e del rispetto verso qualunque esponente del genere umano e qualunque sia la latitudine, la razza e la condizione sociale». Valori non negoziabili, da affermare con determinazione, come sembrano dire gli occhi di donne e bambine.
La mostra comprende un’audioguida, dove il fotografo racconta le sue foto con aneddoti e testimonianze, e un video dedicato ai suoi viaggi e al suo modo di concepire la fotografia.
Steve McCurry descrive l’avventura della sua vita e della sua professione, il filo rosso delle sue passioni, la sua tecnica, la prossimità con la sofferenza, e la sorpresa di un’anima che si svela: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».

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