La Cattedrale di Dresda fu distrutta da un incendio propagatosi a seguito dei bombardamenti prussiani durante la Guerra dei Sette Anni (1756-1763) quando Bernardo Bellotto (1721-1780), nipote del più famoso Canaletto, vivendo nella città sassone ne poté illustrare il penoso stato. L’opera, dipinta nel 1765, è nella Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. Le Twin Towers furono distrutte a New York l’11 settembre 2001 da un commando della jihad islamica. I due aerei che si incastrarono nelle due torri, con le conseguenze ben note a tutti, sono stati rappresentati da Gerhard Richter nel 2005 in September, che il pittore, nato a Dresda nel 1932, ha donato al Museum of Modern Art di New York. Ecco le conseguenze delle guerre, potremmo ancora una volta commentare e condannare, ma dovremmo aggiungere che ce ne sono anche di inaspettate e imprevedibili, come quelle che mettono a nostra disposizione le grandi opere d’arte – e potranno essere romanzi come Guerra e pace di Tolstoj o La débâcle di Zola, o Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque, o musiche come il War requiem dedicato da Britten alla distruzione della cattedrale di Coventry nel 1940 o la sinfonia Leningrado di Shostakovich. Ciò che accomuna i due eventi è l’impressionante, e persino

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stilisticamente affascinante, capacità di quei bombardamenti, e consideriamo tali anche i due aerei sulle Twin Towers, di ischeletrire gli edifici. Il piccolo rebus che si intreccia tra le due immagini – due cattedrali: a Dresda della religione, a New York del denaro – si svela non appena scorriamo una delle tantissime e impressionanti fotografie scattate a Ground Zero subito dopo l’evento.

Ne risulta – proprio come a Dresda, dove le case intorno alla cattedrale sono rimaste integre – l’impressionante struttura, quasi un fantasma, di quella che era una delle più superbe e note architetture del mondo, e che in poche ore, in preda non al fuoco, ma al collasso delle strutture di cemento armato, scomparve lasciando dietro di sé delle scultoree macerie. Ed ecco un altro colpo di scena: quanto assomigliano le macerie di Ground zero al Mare di ghiaccio, ora alla Kunsthalle di Amburgo, che Caspar D. Friedrich, un non fortunatissimo simbolista tedesco nato nel 1774 e morto nel 1840, dipinse fra il 1823 e il 1824 quando abitava a Dresda, che è coincidenza artisticamente irrilevante, ma assai suggestiva e misteriosa?

I blocchi di ghiaccio sono diventati muratura, pavimenti e soffitti: esprimono il senso delle rovine, sembrano monumenti in pezzi, esattamente come quegli altri che in pezzi sono davvero, ma non per cause naturali, bensì per la follia umana che crede di trovare soluzione ai grandi problemi sociali semplicemente uccidendo e distruggendo. È qui in gioco una delle più affascinanti e sconcertanti problematiche della teoria estetica: la rappresentazione artistica si limita a copiare la natura o ciò che comunque è già sotto i nostri occhi, oppure l’arte è addirittura in grado – e questa ne sarebbe la caratteristica più emozionante e straordinaria – di ante-vedere ciò che non è ancora successo, e non in modo medianico né magico, ma per quella sconfinatezza che il pensiero umano possiede e che, come in poesia o in musica, può dar vita a ciò che non si è visto, ma si vedrà, a ciò che ancora non è, ma sarà? Bellotto e Richter non stanno tra di loro in alcun rapporto, ovviamente.

Ma entrambe le loro opere sono di storia perché narrano vicende importantissime che hanno segnato la storia del mondo. La Prussia di Federico II era ormai nel crepuscolo della sua superiorità militare e la Rivoluzione francese si avvicinava; gli Stati Uniti nel 2001 si stavano interrogando su come dovesse essere il new american century, destinato a sancire la loro superiorità unipolare; ma le guerre conseguite all’attacco dell’11 settembre segneranno piuttosto il declino della superpotenza, la sua incapacità ormai di sconvolgere i piani di qualsiasi competitore. Mondi in crisi e incapaci di pre-vedersi. È una specie di drammatico braccio di ferro, nel quale nulla accomuna un’opera d’arte e un bombardamento, che si ritrovano tuttavia intrecciati e interdipendenti nel momento in cui se ne libera la portata epocale nel loro tempo rispettivo: la guerra, ancora una volta, sembra avere il sopravvento, dettare non soltanto gli esiti della politica, ma anche quelli artistici.

Non possiamo esserne certi per quanto riguarda Bellotto, che presso la Corte sassone cercava un posto di lavoro più che una celebrazione, ma è certamente vero per Richter che la sua pittura in altri tempi e in altri contesti sarebbe stata diversa. Avrebbe potuto dipinger vasi di fiori, invece si è intestardito, anno dopo anno, a discutere di terrorismo ai tempi della Banda Baader-Meinhof, della guerra all’Iraq nel 2003, così come si è occupato dei bombardamenti statunitensi sul Vietnam nei primi anni Sessanta. È stupefacente come, in fondo, non ci venga neppur fatto di osservare che espressione politica ed espressione artistica sono tra loro tanto distanti da non poter essere comparate: ma il fatto è che l’arte è vita, e la vita è politica… Anche Bellotto ci riporta, seppur involontariamente, un segno dei tempi: la Dresda che egli dipinge, e della quale ci offre una straordinaria sezione architettonica, è quella stessa che quasi due secoli più tardi i bombardieri alleati rasero al suolo il 13 e il 14 febbraio del 1945, così simile nelle immagini fotografiche dell’epoca a quella vista dal cosmopolita pittore veneziano. Dresda 1 e Dresda 2, così come le Torri Gemelle saranno tutte e sempre ricostruite.

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