Sotheby’s New York chiude con un risultato onesto la sua asta di arte contemporanea e del dopoguerra. Tra grandi invenduti e un mercato che lega ancora le sue sorti all’andamento del re Andy Warhol, pare che la novità sia questa: i sempre più numerosi neofiti del collezionismo preferiscono i quadri grandi. Che non significa grandi quadri.

Sotheby’s New York ha chiuso la sua asta “d’arte contemporanea e del dopoguerra” di mercoledì 11 novembre con un risultato che potremmo definire solido – 294.9 milioni di dollari, contro i 343.6 della stessa asta dell’anno prima, con 44 opere vendute su 54, l’82% – e che allo stesso tempo indica il raffreddamento di un mercato che era andato sempre più surriscaldandosi.

Dopo anni passati a rincorrere i concorrenti, la divisione di arte contemporanea della Sotheby’s è riuscita a darsi un tono e a portare a termine con successo la sua asta nonostante un mercato freddino che si sta muovendo al ribasso verso opere d’arte più economiche – comunque a sette cifre – e che ha lasciato un vuoto nella fascia di prezzo che va dai 20 ai 50 milioni di dollari, a causa della scarsità di domanda per opere di questo valore.

Dovendo affrontare un mercato in cui i proprietari arrivano a stimare le opere in loro possesso più del mercato stesso, Sotheby’s è riuscita a far girare l’asta intorno a tre lavori principali, riuscendo comunque a fare un bel lavoro per piazzare degnamente il restante delle opere.

Si è posizionata in testa alla classifica delle vendite una tela di CW Twombly, che segna così il record d’asta dell’artista con la cifra di 70.5 milioni di dollari – battendo quello dell’anno prima da Christie’s di 69,9 milioni di dollari – ma segna un punto nel suo palmares personale anche l’artista punk-trash Mike Kelley, col suo miglior risultato di sempre pari a 3 milioni.

La lavagna di Twombly del 1968, che mercoledì ha superato di oltre 10 milioni le sue aspettative, era stata comprata nel 1990, sempre da Sotheby’s, al prezzo di 3.85 milioni da Audrey Irmas, filantropa di Los Angeles che col ricavato di questa vendita andrà a finanziare in parte la sua fondazione per la giustizia sociale.

Qualche sorpresa c’è stata, quando per esempio la tela di Jean Dubuffet, Le tissu social del 1977, è stata battuta, contro ogni previsione, a 7 milioni e 194mila dollari, dati i 6 milioni di quotazione.

Il secondo prezzo più alto è stato raggiunto da Mao (1972) di Andy Warhol, uno dei suoi primi ritratti del  leader cinese, concepito dall’artista al tempo dello storico viaggio di Nixon in Cina. Dopo un minuto di offerte, Mao è stato aggiudicato per 47.5 milioni di dollari, contro i 40 di quotazione pre-vendita, che passa così di mano da Francois Pinault a un anonimo compratore al telefono. L’ultima volta che questo pezzo fece la sua comparsa sul podio del battitore fu sempre da Sotheby’s nel 1996, quando fu aggiudicato per poco più di un milione. Si tratta di una vendita importante per Sotheby’s ma ancor di più per il mercato di Warhol. Il re della pop art è infatti sempre stato la roccia del mercato dell’arte contemporanea.

L’impennata nel suo mercato ha segnato l’impennata del mercato dell’arte contemporanea. I suoi alti e bassi sono gli stessi che coinvolgono ogni altro mercato, ma questa stagione per Warhol è stata in picchiata. Senza contare che la famiglia Mugrabi, che possiede la più grande collezione privata di opere di Warhol ed è solita supportare il suo mercato alle aste, quest’anno ha fatto mancare una parte consistente del suo supporto: la sera prima, da Christie’s, quattro dipinti di Warhol sono rimasti invenduti. Forse colpa di alcuni pezzi “deboli” che pure Warhol, come tutti gli artisti, aveva nella sua enorme produzione. Vero anche che un collezionista non è obbligato a comprare ogni opera che il mercato ha da offrire e che il ruolo di chi fa il mercato è di comprare quando i prezzi sono bassi, e di vendere o fermarsi quando invece salgono. Oggi il mercato di Warhol si trova forse nel mezzo: non così bollente da venderlo e non abbastanza freddo per comprarlo. Del resto, se le quotazioni delle opere non sono fatte bene, non si vende. Come è capitato a un bel Basquiat del 1982, Hannibal, stimato a 8 milioni, un prezzo troppo alto, e quindi rimasto invenduto. Al contrario, un suo Untitled del 1987, venduto tre volte tanto la sua quotazione, è stato battuto a 8.3 milioni di dollari con le commissioni, a dispetto di quanti lo descrivevano come inferiore.

Tra i top dei lotti della serata c’erano anche lavori di Jackson Pollock, Lucio Fontana e Francis Bacon.

 Number 17 (1949) di Jackson Pollock, uno dei primi dripping dell’artista, è stato battuto a 22.9 milioni (comprese le commissioni), contro i 20 milioni di stima (che non includevano le commissioni) che però era stato precedentemente acquistato, dal venditore di mercoledì sera, per 5.3 milioni alla Sotheby’s New York del maggio 2003.

Il  Concetto Spaziale di Fontana, Attese (1965) che vanta ben 24 tagli verticali per una lunghezza di due metri – più di qualsiasi altro suo lavoro –  ed ispirato al film vincitore del Leone d’Oro a Venezia, Deserto Rosso (1964) di Michelangelo Antonioni, con dedica sul retro: “Sono tornato ieri da Venezia, ho visto il film di Antonioni!!!”, dopo un minuto e mezzo di offerte è stato battuto a 16 milioni e  154mila dollari, a salire dalla stima iniziale di 15 milioni.

La sera prima però, da Christie’s New York, il Concetto Spaziale La Fine di Dio (1964) aveva raggiunto quai il doppio, con 29.2milioni.

Il Ritratto di Francis Bacon (1962) – nono risultato più alto della serata, con 15.7 milioni di dollari –  mostra un uomo nudo seduto, probabilmente l’amante dell’artista, Peter Lacy. Il dipinto, coincidenza vuole, fu un tempo di proprietà proprio del regista Antonioni ed era rimasto fuori dal mercato per una trentina d’anni.

“Il mercato è forte ma selettivo”- ha dichiarato la mercante d’arte Pilar Ordovas ad Artnet appena finita l’asta”- e un po’ di selettività fa bene a tutti noi. Stiamo assistendo a un’assestamento delle stime troppo ottimistiche di questi ultimi anni.”

“Questa sera ha dimostrato che quando una casa d’aste mette insieme una vendita con stime sane, si può raggiungere un buon risultato”- ha commentato l’art advisor Suzanne Gyorgy.

Insomma, le impressioni dei mercanti e degli addetti ai lavori presenti all’asta hanno registrato un certo entusiasmo, soprattutto per il buon rapporto qualità/prezzo.

Ma il grande collezionista Larry Warsh ha identificato un trend molto più interessante nelle misure:

“E’ bello vedere come le grandi proprietà stiano liberando opere sul mercato, in un modo attento – con le giuste quotazioni  – ma questi lavori che sono stati venduti, e bene, erano semplicemente grandi di dimensioni. Tutto ciò è in linea con i tanti nuovi compratori di oggi che sono interessati alle misure, a discapito della qualità.”

Del resto, come recitava una nota réclame di casa nostra, per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello. Ma per i parvenu del collezionismo internazionale questo dettaglio è irrilevante.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.