Classe 1978, nato a Genova, una formazione classica in Istituto d’Arte, Ruben Esposito si libera presto degli ideali canonici per affrontare un percorso visionario in cui il frammento si sostituisce al tutto, in un confronto diretto con la materia:i suoi reperti mutilati arrivano a noi dopo essere stati sottoposti dall’artista a modellazioni, cotture, colature, corrosioni, fresature e saldature, in un lavoro vorticoso e furioso che non si prende lo spazio di una prova o di un ripensamento. Dall’idea di Ruben al pezzo finito non ci sono intermediari, ma solo il piacere della creazione per la creazione.

La prima volta che sono venuto in contatto con una delle sue opere, Sirena – Tassidermia Industriale – è stato in occasione della 54° Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia Bis allestito a Palazzo Esposizioni di Torino. Incuriosito dal suo lavoro, solo successivamente ho scoperto che è anche un abile scenografo e regista, e ho deciso d’incontrarlo nel suo studio genovese, che si trova in mezzo ai caruggi del centro storico.

Se non sapessi di essere nello studio di un artista, penserei di trovarmi a tu per tu con uno di quei collezionisti feticisti da film horror:piedi, gambe e teste fanno capolino ovunque, in attesa di essere assemblate e prender vita. In mezzo ci sono banchi da officina, sacchi di materiali, maschere da saldatore, attrezzi, ferri, legno e cocci dappertutto.
Lo incontro poco prima della sua partenza per New York, dove si sta nuovamente recando per aiutare i suoi amici della Sinagoga Kehilath Jeshurun a completarne i restauri. Fondata nel 1872, nel 2011 la Sinagoga dell’East Side di Manhattan è stata devastata da un brutto incendio che ne ha compromesso gli antichi arredi. Mentre Ruben mi spiega questa avventura, trovo difficoltà ad immaginarmelo nei panni del restauratore, proprio lui che le sue opere le definisce nella rovina.

D: La tua esperienza di volontario nel restauro della sinagoga di NY m’incuriosisce molto, perché restaurare mi pare un’azione così lontana dal tuo modus operandi…tu assembli pezzi che sembrano reperti arrivati da altre epoche, in una bellezza che è stata e che rivive solo nei dettagli anatomici, tra le corrosioni, le fusioni e il metallo che ne lambisce le crepe e il decadimento, credibilissimo, che la tua mano concede. Qui hai dovuto invertire il tuo processo esecutivo, quello che ti vede intento a riportare indietro le lancette del tempo, e ti sei ritrovato a metter mano a un antico altare divorato dal fuoco, per ripristinarlo. Tu che il fuoco lo usi per creare, ti trovi a riparare i danni di un incendio: come ti trovi nella doppia veste d’incendiario e pompiere assieme?

R: Ho imparato molto.
Osservando le spaccature, le micro esplosioni create dalle alte temperature, le corrosioni, il marciume creato dall’acqua, ho imparato un po’ di più su come si invecchiano le cose e come si possono accelerare alcuni processi del tempo, ma soprattutto come gli oggetti servano a incarnare ideali mistici o spirituali, quando sono inutili.
È più sono inutili più diventano spirituali e, a loro volta, se diventano spirituali o mistici diventano inutili.
Un piatto diventa inutile quando per esaltarne il valore evocativo viene messo dentro una teca.
Un oggetto o un luogo che abbia un utilizzo quotidiano utile, non ha valore spirituale.
Un altare rotto è solo un altare rotto, circondato da addetti ai lavori che vi ruotano attorno per riportarlo alla sua utilità spirituale che annulla, una volta finito il lavoro, qualsiasi altra utilità.
Un ritrovamento diventa per lo più mitologico, come se solo nel passato avesse un valore spirituale.
A volte mi chiedo:quando il cristianesimo diventerà mitologia?
Forse dovremmo guardare di più le macerie di una chiesa per vederla mitologica, o renderci conto che la mitologia è un’invenzione per distrarci da altri culti, che a loro tempo erano reali come quelli attuali?
Al di la di tutto, per me è stata una magnifica esperienza di restauro.

D: Data la tua lunga permanenza a New York, vorrei chiederti come tu hai vissuto la città, o meglio, quanto tu l’abbia trovata a misura d’artista, anche rispetto alle nostre parti.

R: Non credo sia possibile paragonare NY alle nostre parti; cioè, le nostre parti si possono paragonare con città europee sempre più ridotte all’osso sia finanziariamente che umanamente, e non ce n’è molte come la nostra bella Italia.
Si potrebbe al limite fare parallelismi su cosa è meglio o peggio; come le fognature quando piove, o altri problemi di carattere pratico che ci accomunano con paesi storicamente più arretrati, rischiando di uscirne anche li sconfitti.
Sicuramente NY non l’ho vissuta come turista, ma il mio punto di vista è stato quello di un ospite avvantaggiato, dal momento che abitavo a casa dei miei amici, mio punto di riferimento per tutto.
L’ho vissuta con i newyorkesi, con i loro orari, le loro pause pranzo e la metro tutti i giorni:quando gli dicevo che la loro è una città a misura di lavoratore, qualsiasi sia il lavoro, non mi credevano molto, ma non hanno mai lavorato o vissuto in Italia…
La città è molto più umana di quanto uno si aspetti, e il senso civico dei suoi abitanti è invidiabile.
Quello che ho amato di più di questa città sono gli orari di chiusura dei negozi, praticamente non chiudono quasi mai.
Quando finivo di aiutare in Sinagoga andavo a casa a fare una doccia, poi uscivo a cena e dopo andavo negli Home Depot, che sono come i nostri magazzini del fai da te, a comprare il materiale per il giorno dopo, ed erano già le 23.00.
Ricordo una volta che ero a casa e in crisi di astinenza dall’arte:mi è venuta una voglia terribile di produrre, anche lì erano già passate le dieci, ho cercato su internet il centro commerciale più vicino a casa mia e mi sono comprato acquarelli e fogli per dipingere e ho dipinto tutta la notte.
Quando avevo un po’ di tempo per me andavo verso Soho, dove sono concentrate la maggior parte delle gallerie d’arte, in cinque o sei vie.
Tralascio i commenti sulle opere, perché l’arte io non la capisco, soprattutto quella contemporanea che, evviva la globalizzazione, ha preso a mio avviso la strada del non ritorno.
Comunque nel tratto di strada che ci può essere tra una galleria e l’altra, dieci quindici metri di marciapiede, sono posizionati artisti che non hanno sponsor, con le loro tele o sculture messe per terra. Era interessante vedere come i possibili clienti o fruitori passassero da una galleria all’altra, senza dimenticare di fermarsi ad osservare per bene le opere esposte in strada.
Sono curiosi e sanno quello che vogliono, inutile fare esempi con l’Italia.

Mentre ci beviamo un caffè, osservo meglio lo studio e noto come ci siano sparsi ovunque pezzi di sculture, buttati per terra, accatastati in mezzo alla polvere. A prima vista potrebbero sembrare pezzi finiti, ma sono ancora troppo intonsi per esserlo alla maniera di Ruben.

D: David Lynch espone i suoi quadri alle intemperie e lascia che la natura

faccia il suo corso, tra bistecche in decomposizione e insetti che vanno a morirci sopra, Munch sottoponeva i suoi alla famosa cura da cavallo. Qual è la tua?

R: Solitamente, una volta che il pezzo é pronto per essere trattato, e per trattato intendo cominciare ad affrontarlo, ha già ricevuto due o tre fasi di cottura –stiamo parlando di ceramica– quindi ha già un colore, una prima impronta, un carattere… il che vuol dire più di una settimana di lavoro. Questo è il momento in cui separo i pezzi, quelli grandi da quelli piccoli, le facce dalle parti del corpo.
Faccio una scrematura…tutto questo senza molta cura, anzi le parti vengono ammassate e separate spingendole tutte insieme sul mio bancone, e una volta divise buttate dentro scatoloni per sentirne lo stridio che la ceramica fa quando sfrega su se stessa. Poi ne individuo uno che mi permette di iniziare a formare qualcosa, un’idea…
Mentre mi preparo per affrontare uno dei miei lavori, prendo i pezzi più grandi e importanti e li metto in situazioni di pericolo, li appoggio su oggetti non proprio stabili, li lascio per terra in posti di passaggio, in posti ingombranti, talvolta li sposto con i piedi. Quello che cerco, sicuramente in maniera un po’ forzata, è di utilizzare una parte di casualità.
Riuscire a usufruire un po’ del caos, come se potessero, cadendo e rompendosi, far parte del tutto e non solo di un mio progetto. Tiro fuori la rabbia che sta dentro al pezzo per essere poi io ad addomesticarla in un’opera finita. Dopo che si è rotta e ha tirato fuori altri colori e forme, è come se avessi a che fare con qualcosa che ha una vita propria, ma è anche un voler velocizzare il tempo, m’illudo di poter avvicinarmi in poche settimane a quello che potrebbe fare il giusto proseguire degli anni e i suoi effetti.
Talvolta quando un pezzo è finito, a volte anche a distanza di anni, lo prendo in mano e lo scaravento al suolo con tutta la forza che ho, é un gesto che trovo davvero liberatorio, un po’ come ricordare che è solo arte e non deve prendere il sopravvento…e che è l’atto di farla l’importante.
Un paio d’anni fa stavo pensando a un’esposizione con una foto che rappresentasse la scultura nella sua forma finita, e a fianco un mucchietto di cocci dopo l’atto di rottura.

Dal flusso diretto delle sue parole, mi rendo conto che quello che mi sta dicendo è esattamente la cronaca di quello che succede quando crea:non c’è finzione né affettazione nelle sue parole. Ruben è un artista sincero, che non ha paura di mettersi a nudo e lo fa senza peli sulla lingua. Mi sembra di vederlo all’opera mentre descrive la forza che mette nell’elaborazione dei suoi pezzi, tutti con un forte richiamo alla mitologia e alla storia dell’arte, ma non solo.

D: Quali letture, film, fumetti hanno influenzato e continuano ad influenzare il tuo lavoro?

R: Sin da piccolo in casa mia giravano fumetti Marvel, DC, Bonelli, riviste come Lanciostory, Skorpio, l’Eternauta… andavo da mio cugino che era ed è tuttora un bravo fumettista (Salvatore Leonardi, NdR):a casa sua trovavo fumetti di ogni sorta, viaggiavo tra le sue bellissime tavole a china –all’epoca aveva già pubblicato per l’Eternauta e Bonelli – rimanevo incantato dalle tavole surreali di Hans Giger o dagli acquarelli di Juan Gimenez…del resto non esisteva internet, se volevi vedere qualcosa di artistico te lo dovevi comprare o fare.
Sicuramente la fantascienza ha dominato la mia fantasia sin dall’infanzia:vedevo film come Alien, o tutta la serie di Ai confini della realtà. Quando ho visto per la prima volta Dune avevo 7 anni, e ovviamente non capii nulla.
Era il periodo del Pianeta delle scimmie, di Occhi bianchi sul pianeta terra, che sicuramente non era in prima visione, quando l’ho visto io… o film come M.A.R.K.-13 (la storia di un futuro apocalittico, in cui un rigattiere regala i resti di un robot alla fidanzata scultrice, NdR) o L’inquilino del terzo piano:Polanski è uno che ha segnato il mio modo di guardare i film, per la sua tecnica di racconto…
Sono tutti film che ho rivisto più volte, e da cui ogni volta traggo spunti per i miei viaggi mentali.
Sono dell’idea che i film, quando fatti bene, vadano rivisti, proprio come si dovrebbe fare per qualsiasi forma d’arte.
Molti di questi visionari ci mostravano cose che sono attuali ancora oggi, situazioni che solo adesso riusciamo a cogliere con la stessa lucidità con cui loro le hanno descritte allora.
Adoro chi visitando una mia esposizione dimostra di aver capito cosa volessi comunicare, dopo quindici minuti di osservazione…ma dico…ci sono stato dietro un mese a quel pezzo e tu pensi di spiegarlo a me, che non l’ho ancora capito, dopo quindici minuti…ma tu sei un genio! Dovresti fare dell’arte, invece di spiegarla a chi prova a farla…Tornando alle letture, un bellissimo libro che mi ha tenuto compagnia per tutta la mia infanzia é stato la Bibbia, vista la natura religiosa dei miei genitori;è un libro che tutt’ora esamino con cura, forse quello che più ha accompagnato quegli anni. Comunque quando ero piccolo c’era un gran bel mischione…i media ci bombardavano di visioni mistiche appesantendo la nostra vita sociale, o per lo meno l’appesantivano a chi ci cascava…io ci cascavo… con il pianeta delle scimmie non dormii per due notti…La loro idea di programmazione del genere umano era differente da oggi. Cristo, come ideale di prescelto, veniva pubblicizzato in molti fumetti e film, oggi l’ideale del prescelto è determinato da culo e furbizia, in una visione sicuramente più realistica di prima.E così anche per il ruolo di un artista, quello che appresi da ragazzino avvicinandomi all’arte, era che l’arte questa deve arrivare dove ognuno di noi si nasconde…Un po’ diversa da quella di adesso.

Dove prendo ispirazione oggi?

Dalle perversioni, che poi è la stessa roba che c’era allora, non parlo dei social network, quelli hanno permesso di far uscire la stessa melma che la gente ha sempre avuto, ma che si teneva dentro, sono una specie di enorme confessionale dove lo schermo ha la stessa funzione della grata.
Parlo invece dei media in generale, di perversioni cicliche e di come tutto sia permesso, sempre di più, basta farlo fruire lentamente.

D: Cosa vuol dire essere un artista per te?

R: Come ti ho detto, ho sempre cercato di arrivare in quei luoghi dove tutti ci nascondiamo, riportarli a galla e renderli pubblici, forse perché se scavi nelle viscere e tiri fuori tutto quello che hai dentro, una volta che arriva in superficie ti accorgi di essere solo un insetto, e questo per me é terapeutico.
Non mi sono mai piaciuti i prestigiatori, ovvero mi piace poterne svelare o, quantomeno, capirne i trucchi e questo fa di me un pessimo artista…cioè sembra che l’artista oggi faccia esattamente l’opposto, sembra che ormai abbia il ruolo del prestigiatore:prendo un bel foglio A4, lo appallottolo tutto e lo metto sopra un piedistallo e dichiaro che è arte, e siccome sono investito della suprema carica d’artista conferitami da chissà quale critico o università (costosissima) del menga, e in più stai assistendo ad uno show che è del tutto a senso unico, cioè mio, tu puoi fare solo:oooooooOOOOHHHHHHHH!!!!!!!
E non puoi nemmeno cercare il trucco perché tanto non c’è, è talmente un lavoro epidermico che lo scrolli via con una doccia.
Non sto parlando di Ready-Made, che mi piace moltissimo, e nemmeno di cosa sia o non sia l’arte, ma mi rivolgo all’atteggiamento che dovrebbe avere un artista nei confronti di se stesso.
Ho avuto la fortuna di avere dei cattivi maestri che mi hanno insegnato anche a non fidarmi nemmeno di loro, che mi hanno insegnato che se il trucco c’è, e qualcuno lo scopre, almeno bisogna far capire che

non è un caso che ci sia, e forse non è nemmeno un caso che si scopra.
Mi hanno insegnato che bisogna far percepire che sei padrone dell’azione artistica anche nello sfruttamento della casualità del momento.
E’ come scrivere un dialogo tra due persone che ha un tema, ma che ti permette di improvvisare.
E sta a te renderlo divertente o triste, cupo o solare, uscire dal tema o rientrare, indirizzarlo o farti trasportare se ritieni che così scorra meglio, magari per riprender fiato e le forze per affrontarlo ancora, sino a che non ti sembra che tutto quell’animale che è l’opera finita sia stato catturato e addomesticato, che non vuol dire inebetita, ma resa in qualche maniera cosciente…viva.
Senza mai dimenticare che se riguardandola, rileggendone le forme, seguendone il percorso introspettivo delle sue ombre, o il tono evocativo disegnato dalla luce, non ti piace, puoi sempre prendere quel foglio A4 appallottolarlo e gettarlo via.

D: Ho letto che da giovanissimo frequentavi gli studi degli artisti che all’epoca lavoravano presso l’Ospedale Psichiatrico di Quarto (il laboratorio di arteterapia creato dal pittore Claudio Costa in sinergia con lo psichiatra Antonio Slavich, collaboratore del Prof. Basaglia, l’uomo cui è associata la famosa legge che impose la chiusura dei manicomi nel 1978, NdR.). Cosa ti ha attirato lì?

R: Mi ero appena trasferito con la famiglia da Genova ad un paesino vicino a Ovada…Lì incontrai un gruppo di ragazzi della mia età, eravamo tutti davvero molto giovani e con una gran voglia di fare arte, come fosse una missione per conto di Dio…Passavamo le nostre giornate in un ristorante dove al piano di sopra abitava il figlio dei proprietari con tutta la famiglia, quello era il nostro punto d’incontro…
Lì si discuteva e si dipingeva, si scolpiva, si suonava, cominciavamo ad addentrarci, con l’aiuto di un po’ di buon vino, nel mondo onirico e surreale della psiche, facevamo esperimenti di scrittura automatica e altre follie. Eravamo giovani ma molto seri, non iniziò tutto per gioco. Ci si allenava come fanno gli atleti, sia mentalmente che fisicamente.
Nel ristorante un giorno conobbi Mauro Marcenaro, un pittore genovese che frequentava quei luoghi; cominciammo a dipingere con lui nello scantinato del ristorante, fu di grandissimo aiuto per noi.
Per me la vera scuola è sempre stata la strada, la bottega…l’arte diventava sempre di più un mezzo per sopportare ciò che non ci piaceva là fuori:con il suo aiuto potevamo affrontarlo con la consapevolezza che dentro di noi c’era qualcosa di più, che più la si scavava, più dava soddisfazioni personali.
Mauro, divertito da questo gruppo di sbandati, ci propose di andare nell’allora Ospedale Psichiatrico di Quarto di Mille, dove lui era stato introdotto da Claudio Costa, un altro grande artista genovese.
Le esperienze che ho vissuto là dentro in quei giorni non sono descrivibili in breve, ma quel luogo ha avuto un impatto gigantesco su di me.
Lo studio di Claudio Costa, i personaggi solo intravisti, come Grondona, o conosciuti un po’ più da vicino, come Davide Mansueto Raggio (paziente dell’Ospedale, poi diventato pittore grazie all’arteterapia, oggi fa parte della collezione del Museo di Art Brut di Losanna, NdR.) che ci spiegava come le parti che componevano i suoi lavori lo chiamassero sino a farsi trovare per essere prese da lui; un giorno mi regalò una collana fatta di ossi di pesca…
Lì c’erano uomini e ombre, ombre che per alcuni istanti diventavano solide, palpabili, dicendo cose che per noi erano oracoli spaventosi, terrificanti, per poi tornare vacue in quei corridoi, continuando comunque a fare paura.La prima mostra che vidi lì dentro fu impressionante…uscito di lì vomitai, tante le forti emozioni ricevute.
Eravamo molto giovani e troppo seri…

D: Sei stato un anno in Brasile, dove hai imparato la tornitura dei vasi e la cottura della ceramica, secondo le tradizioni tribali. Quanto è cambiato il tuo lavoro dopo questa esperienza?

R: Non sono stato lì per imparare la tornitura, ero li per scappare da qui. La fuga è un’azione che mi ha sempre attratto…
Comunque nel paesino di Trancoso incontrai uno dei più bravi tornitori del posto, forse il più bravo di quelle zone. Con l’aiuto di un amico costruii un tornio a pedale, posso dirlo…bellissimo!
Imparai la tornitura con questo maestro che parlava di me come un allievo straordinario, forse perché lo pagavo per insegnarmi…forse sarebbe stato meglio continuare a far vasi (risata, NdR.)
Avevo in progetto, insieme a un altro scultore che lavorava il legno:la realizzazione di una serie di busti della donna tipica della Bahia, con in testa il turbante della baiana, che è il loro vestito tradizionale; la donna sarebbe stata in ceramica e il turbante in legno…
Neanche in Brasile ho vissuto da turista, lavoravo in una falegnameria e vivevo dentro il Mato, e per entrare nel letto mi facevo largo tra le lenzuola a ciabattate, mandando via ragni grossi come una mano.
Non per cattiveria ma il letto non era molto grande, in più di due non ci si stava e quella specie gira sempre in coppia.
Per fare la mia prima cottura, comprai un’intera palizzata di una casa che stavano demolendo, e andai a cuocere da un’amica nel suo forno di pietre e mattoni… fu un’esperienza tragica, scoppiò tutto!
Non fu facile, rimasi senza soldi, vagabondai un po’ in mezzo a chi si sparava per strada, bambini di sei anni che ti chiedono l’elemosina con la sigaretta in bocca, cani in branco che si sbranano tra loro, insetti di ogni grandezza e forma.
Ma la cosa che ricordo di più è la meravigliosa mescolanza, potevi vedere bambini mulatti con occhi a mandorla verdi e con i capelli a riccioli rossi.
Conservo immagini e situazioni che non avrei mai pensato di vivere:fiori giganteschi e frutta dolcissima, vedere il bambù grande come un pino, trovarsi a dieci metri da un branco di bufali passare a due metri da gli urubù (avvoltoi) che ti guardano come se fossi tu il pollo, o rimanere paralizzato a tre centimetri da un serpente corallo oppure…danzare davvero molto stretto a donne bellissime.
È un gran bel posto.

D: Nel 2008, in occasione della Giornata Mondiale del Libro indetta dall’Unesco, sei stato incaricato di realizzare il palcoscenico-scultura Expeditus che ha ospitato il reading di Vinicio Capossela. Vuoi raccontarmi il lavoro che sta dietro questo pezzo così imponente?

R: Ho sempre stimato Vinicio Capossela, sin da ragazzo, quando suonavo la chitarra e scrivevo canzoni…questo lavoro mi è stato chiesto a una decina di giorni dall’evento che si sarebbe tenuto a Palazzo Ducale.

In un primo momento pensai seriamente di rifiutare visti i tempi strettissimi, spinto però da un’enorme passione nei confronti della sua arte decisi d’incontrare la Fnac di Genova, che fu la mia committente per questa follia.Il responsabile della Fnac che curava l’evento mi disse che voleva reperire il timone di un veliero e piazzarlo su una specie di palchetto, visto che la lettura era sul Moby Dick e altre storie di mare. Seguendo come ispirazione il tema delle sue letture, immaginai immediatamente Vinicio nelle vesti di Padre Mapple interpretato da Orson Welles, quindi preparai un paio di disegni che si rifacevano a quella memorabile scena, rivisti con il mio stile.
Rimasero entusiasti..ma chiesi loro ancora un paio di giorni per decidere se farla o no, in mancanza del mio lavoro avrebbero messo il timone.
Per due giorni progettai tutta la struttura, visto che doveva essere smontabile e trasportabile,in un giorno reperii tutto il materiale che mi occorreva e la realizzai in quattro giorni lavorando dodici ore al giorno.Fu davvero un impresa, alla consegna tremavo dalla stanchezza. Al nome Expeditus ci arrivai per Espedito di Melitene, il santo protettore di mercanti e navigatori; in più Expeditus significa che va veloce e mi sembrava adatto al tempo ristrettissimo che avevo per realizzarla. Da lì iniziò una collaborazione che mi vide come scenografo del concerto-reading Marinai, Balene e Profeti, poi del solo show dove la scenografia fu pensata insieme a Vinicio durante un concerto in Sardegna e poi realizzata seguendo i miei disegni.

Un’altra bella esperienza.

D: Ultima domanda:recentemente è scoppiata sul web, in ritardo di tre anni, la polemica sulla sparizione delle ore d’insegnamento della storia dell’arte e relativa soppressione degli Istituti d’Arte, anche se la legge è sempre quella del 2010, voluta dal ministro Gelmini. Resta comunque evidente che la situazione, da 3 anni a questa parte, rimane gravissima soprattutto perché siamo in Italia.Te la senti di commentare?

R: Mi sembra che tutto fili perfettamente in una società dove il valore dell’arte è dato da un collezionista che compra un lavoro seguendo i consigli di un critico strapagato da un artista incapace, ma ricco di famiglia o leccaculo ( si può dire, è pure nella Treccani).
Meno ore si passano a studiare cosa può fare un essere umano con le proprie mani e il proprio intelletto, più si potrà giustificare il perché una scatola di legno, o un bicchiere di plastica appiccicati al muro vengano definiti sculture e vengano pagate…troppo.
Una società che esalta e premia questo genere di escrementi spacciandoli per sudato valore artistico, dando maggiore risalto al guadagno, non può che avvantaggiarsi ad insabbiare il ricordo di chi era capace, facendo dimenticare che fare dell’arte è un lavoro e non la condizione illuminata di chi ha capito che può esporre tronchi d’albero contro un muro, senza nemmeno saper bilanciare l’allestimento e permettendosi di chiamarla arte.
Stiamo solo continuando il nostro processo involutivo.

Per chi volesse approfondire il lavoro di Ruben Esposito, questo è il suo sito.
Alcune delle sue opere sono in vendita qui, su bebopart.

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
Google+

Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

Leave a Reply

Your email address will not be published.