Nessuno ha bisogno della filosofia per riflettere su una cosa qualsiasi: si crede di concedere molto alla filosofia facendone l’arte della riflessione ma, al contrario, le si sottrae tutto, perché né i matematici hanno mai atteso i filosofi per riflettere sulla matematica, né gli artisti sulla pittura o sulla musica; dire che quando ciò accade essi diventano filosofi è uno scherzo di cattivo gusto, tanto la loro riflessione appartiene alle rispettive creazioni.

(Gilles Deleuze)

«Oggi parliamo il linguaggio di Dante, dipingiamo le immagini di Giotto e ragioniamo come Platone ci ha insegnato. Siamo in Italia e quindi all’estero; tra i teatranti non solo italiani mi sento l’unico che vuole complicarsi la vita sul palcoscenico dell’arte. Più è dura l’esposizione al pubblico, più diventa importante definire cosa intendiamo per grande artista. Sono un curatore/critico/ collezionista/gallerista: tutti possono dire quello che vogliono. Del resto, sono solo parole».
Anticonformista, eclettico e diretto, Roberto Papini fonda otto anni fa Arting159: anima necessariamente contemporanea, ma ancorata a quella ricerca storico-filosofica di cui il mondo dell’arte oggi pare aver smarrito i fondamenti. Associazione e galleria che – secondo le parole del suo presidente e fondatore – nasce “da una rabbia insopportabile”, per essere presente nel mercato internazionale e cercare uno spazio per gli artisti che ne fanno parte, consci della difficoltà presente nell’attribuire un reale valore all’arte contemporanea.
«Sostengo che dovremmo imparare a “de-pensare” invece di pensare, a volte il pensiero è un male. Peraltro, il pensiero sociale è una dimensione che in Italia abbiamo avuto tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta, ne siamo già fuori tutti. Questa dimensione non viene alimentata dalla nostra cultura corrente, la scelta è individuale». L’invito agli artisti, così come quello a chi osserva, è quello di arrestare la proposta miope della propria individualità, per lasciare spazio alle influenze in noi dei grandi pensatori, coloro che oggi meritano ancora uno spazio di considerazione.

Nello stesso tempo, ritrovando quel contatto autentico con sé stessi, da cui trae origine la forza creativa primordiale, libera da condizionamenti; «mi dico spesso: dobbiamo imparare ad abbandonare la volontà, come costruzione che si sovrappone al nostro essere vero, libero di uscire soltanto quando si abbandonano le forzature, lasciando fluire le cose per come vengono».
«Nel mio percorso intellettuale, mi rifaccio ai francesi Jacques Lacan e Gilles Deleuze, Sigmund Freud, Hegel, Nietzsche e i filosofi francesi. Mi sono voluto far attraversare da questi grandi: si tratta di scegliere con chi vale la pena di trascorrere il proprio tempo».
«Per avvicinare un capolavoro, devi essere già tu un “capolavoro”: come artisti, critici e curatori, siamo chiamati a misurarci con un livello culturale oggi sempre più raro e latitante. Come potremo distinguere e produrre eccellenza, se non conosciamo il pensiero di chi ha saputo raggiungerla?». Aristotele diceva: l’eccellenza è un atto quotidiano, non una casualità.

«Per avere una galleria di artisti di talento, io stesso mi devo sacrificare. Mettere in gioco il mio capitale, rischiare. Nel mio caso, ho investito moltissimo denaro senza ricevere nei primi anni alcun guadagno immediato. Perché ci credo, paradossalmente, senza un fine economico. Solo per amore e passione per questo lavoro. Per fare il mio lavoro, si può essere poveri? Non è possibile.
È anche vero che si può diventarlo, spendendosi per ciò in cui si crede. È una vera missione questa. Il mio progetto nasce perché non possiamo parlare di arte contemporanea in Italia, ma dobbiamo parlarne stando nella globalizzazione, e parametrizzarci anche a quanto accade nel mondo, promuovendo le connessioni tra le persone, non tra gli oggetti. Oggi siamo nella società della tecnica, non della tecnologia. Pensiamo di essere liberi usando lo smartphone o il computer ma, spesso, rimaniamo degli esecutori. Oggi l’uomo non viene visto come fine, ma come mezzo per il raggiungimento di uno scopo».

Come rimediare alla mancanza di cultura nella classe media nei confronti dell’approccio all’arte oggi, che lei spesso denuncia?

Oggi l’arte è diventata un business per quei musei che organizzano mostre dove raccolgono internamente opere importanti di artisti morti – e parliamo ancora di morti. In questo caso l’arte viene rappresentata in questi musei attraverso la borghesia di massa come mera rappresentazione demagogica: una illusione da vendere a chi non sa, al non-sapere. Perché ciò comporterebbe un sacrificio da parte dello studioso, di chi ricerca e studia.

Si dice oggi che la figura del curatore non abbia più molto senso: cosa ne pensa?

Bisognerebbe chiudere le scuole: finalmente, disinformare. Chiudere le scuole iniziando a disinformare: siete tutti troppo informati. Negli ultimi cinque anni non ho avuto un ragazzo/a uscito da una scuola di Belle Arti, con un’adeguata preparazione e capacità critica. Bisogna avere una grande passione, sin da quando si è piccoli, iniziando a visitare i musei, battisteri, chiese nel mondo. Crescere con la Bellezza in casa.

L’arte classica è quindi un paradigma da cui non si potrà mai più prescindere?

Un artista non può definirsi tale senza conoscere la storia dell’arte, la poesia – più arte che mai, in una società così scontata, pensiamoci: fare i poeti è veramente una dannazione, toccare il diavolo e uscirne vivi. Avere un senso accentuato di sensibilità, per la società della tecnica, ti può portare veramente al manicomio. Una persona sensibile non può condividere le bruttezze di questo tempo della tecnologia e frammentazione delle esperienze, dove l’uomo non è più il fine, ma il mezzo.

Il compito dei cosiddetti curatori, critici, secondo Papini dovrebbe essere quello di farsi promotori d’eccellenza e qualità, lanciando messaggi significativi anche di responsabilità sociale. «Per questo, il pensiero demagogico non ama l’arte, non la promuove: ne ha paura. La sensibilità degli artisti e i loro passaggi spingono a pensare il “popolo bue”; tutti i grandi intellettuali, studiosi, che hanno dato fastidio ai sistemi di potere, sono finiti male. Non bisogna essere troppo intelligenti per stare con il potere. Devi assecondarlo, e gli artisti non sono in grado di farlo. Grazie al loro lavoro, sono in grado di esprimere quella libertà che la mediocrità borghese di massa in questo tempo dice di avere, pensando le appartenga, ma in realtà mi pare somigli più a una schiavitù».

L’arte e le sue vie come forma di ottundimento o di riappropriazione di un proprio senso critico; questa seconda via, sicuramente più faticosa. La dignità e il valore del rapporto tra artista e suo curatore, un campo da riconquistare: «Abbiamo, ho bisogno di farmi attraversare da grandi poeti, letterari, studiosi e storici dell’arte. E speriamo sia in grado di farlo anche qualche bravo artista, che ancora sto cercando. Anche lui lascia un segno nella vita di chi lo guida nel suo percorso: si tratta di “attraversarsi” reciprocamente.
Solamente in questo modo, in un incontro autentico e personale, si possono generare le migliori sinergie e creazioni. Conoscerci reciprocamente, ci cambia e ci cresce. Credo profondamente in questo tipo di rapporto e gioco la mia intera vita in questa scommessa».

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