di Stefania Bison

Faccine sorridenti e tristi, strizzatine d’occhio, battiti di mani, occhi a cuore, sguardi tristi, spaventati, stupiti. Potremmo elencarne decine, perché altrettanti sono gli stati d’animo che ognuno di noi può provare nell’arco di una giornata. Le emoticon – termine universalmente conosciuto, che etimologicamente deriva dall’unione delle parole inglesi emotion e icon (emozione e icona) – sono ormai parte della nostra vita quotidiana e permettono di esprimere graficamente l’umore di chi scrive attraverso l’uso di simboli.

Invadono chat, e-mail, social network e ci aiutano a caratterizzare meglio la comunicazione virtuale, a cui manca ciò che distingue invece quella orale: il contatto visivo, l’inflessione e l’intonazione della voce, le pause, la mimica facciale. Le emoticon sono dunque diventate un linguaggio simbolico universale, capace di abbattere le differenze linguistiche.

Dobbiamo fare un passo indietro di più di trent’anni, precisamente al 1982, per assistere alla nascita degli smiley, che poi, nel corso degli anni, si sono evoluti a tal punto da diventare un vero e proprio business per le aziende informatiche.

E ci stupiremo nello scoprire che questo linguaggio simbolico colorato e divertente, è in realtà nato in un contesto accademico, alla Carnegie Mellon University di Pittsburg, da un’intuizione del professore di informatica Scott Elliot Fahlman. Le prime ed elementari emoticon sono comparse per l’esigenza di distinguere i commenti seri da quelli scherzosi, nelle comunicazioni su studi o progetti che studenti e professori scrivevano su una bacheca elettronica.

Le prime faccine, che molti considerano causa dell’inaridimento del nostro modo di esprimersi, provengono dunque niente di meno che da un’università. Per capire la portata rivoluzionaria di questo nuovo linguaggio simbolico basta ricordare che nel 2015 il discorso di Obama ai parlamentari statunitensi riuniti in seduta congiunta, è stato “tradotto” e twittato dal quotidiano Guardian in “lingua emoji”. Come se non bastasse un informatico statunitense, Fred Benenson, ha deciso di riproporre il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick”, tradotto interamente con i simboli di Whatsapp.

La grande fatica, durata anni, del libro inglese sottotitolato in lingua emoji, si trova ora nel patrimonio di libri della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. A coronare l’universalità delle emoticon arriva dal Regno Unito la notizia che l’emoji che ride con le lacrime agli occhi, simbolo assoluto di divertimento e ilarità, è stata proclamata nel 2015 la “parola dell’anno” dal prestigioso Oxford Dictionary.

Questa breve introduzione è stata necessaria per introdurre e contestualizzare la recente e originale produzione artistica di Roberto Campanerut, giovane pittore che continua a stupirci non solo per la sua indubbia raffinatezza tecnica, ma anche per le sue doti di curioso sperimentatore della materia e del suo significato ultimo.

Per Campanerut la creazione artistica è, indubbiamente, una forma di linguaggio autonomo che interpreta e che conosce il mondo. Lontano dall’idea di un’arte meramente decorativa o mimetica, egli esprime attraverso i suoi lavori, un punto di vista del tutto personale, un insieme di significati che lui stesso rinviene nella realtà.

L’opera diventa dunque una cornice dentro la quale riflettersi, e che a sua volta rimanda al suo pensiero. Ed ecco che indagando con intelligente curiosità il suo, e il nostro, quotidiano ha avuto l’intuizione di rivolgere il suo sguardo a ciò che ogni giorno maneggiamo con naturalezza e disinvoltura, la comunicazione virtuale. Le emoticon sono dunque diventate, prima nella sua testa, e poi nelle sue mani, vere e proprie opere d’arte, capaci di parlare un linguaggio universale, e di essere comprese nel suo significato più profondo da chiunque le guardi.

Un’intuizione, quella di Campanerut, che, come era avvenuto per la Pop Art americana, guarda al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano l’uomo contemporaneo, elevandoli a manifestazione artistica. Da dove ha preso avvio la sua ricerca artistica? Ho comprato i miei primi colori a olio nel gennaio del 2005, ero in malattia e dovevo attendere otto mesi prima di operarmi al piede sinistro. Non avevo mai dipinto prima, sebbene fossi sempre stato attratto da questo mondo, perchè la mentalità imposta da mio padre era molto più “pratica”.

Sono autodidatta, e dunque ho dovuto capire da solo come si preparano i supporti, sperimentare e studiare i colori affinchè rimangano vivi e non screpolino, la verniciatura e tutto il resto. La mia formazione è stata la pratica, il tempo, le arrabbiature, lo sconforto e la gioia. Il suo percorso artistico è iniziato da una figurazione molto vicina all’Iperrealismo. Cosa l’ha spinta a lasciare quel tipo di poetica per iniziare un nuovo percorso?

Non ho mai pensato di fare Iperrealismo, perché non ne ho mai studiato le tecniche. Io parto da un mio scatto fotografico molto più piccolo del quadro che dipingo, non voglio proiettori e l’opera deve essere creata e adattata alla nuova dimensione della tela (se nella foto una goccia è di 0,5 cm, nel dipinto sarà di oltre 2 cm).

Il colore viene posizionato a mosaico e poi sfumato con pennelli morbidissimi, si puliscono poi con cotton-fioc e trementina le zone sporcate dalla sfumatura, si ritorna su, si sfuma e così via. Un lavoro di lunga esecuzione che permette di verniciare i dipinti solo dodici mesi dopo. Alla fine di ogni lavoro provavo sempre una grande gioia, tuttavia c’era sempre una velata tristezza nel sentire sempre dire da chi guardava l’opera: «Bellissima, sembra una foto».

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Come nascono, sia a livello tecnico sia intuitivo, queste sue nuove opere? A inizio 2015 ho pensato di voler creare delle opere che dessero forma al mio pensiero, al mio modo di vedere alcune cose. Un giorno, a metà mattinata, ricevo un bellissimo e grande smile da parte di mia figlia.

Aveva una verifica e in classe, durante lezioni, non si può usare il cellulare. Con una semplice faccina sorridente, mi aveva comunicato che era andato tutto bene, che era felice e che non poteva scrivere messaggi più lunghi. Ho fatto ricerche su ricerche, scoprendo che le emoticon stanno diventando sempre di più un linguaggio globale privo di parole e di barriere.

Da qui è nata la volontà di estrapolarle dalla realtà virtuale per dargli una forma fisica. Un lavoro lungo e impegnativo che coinvolge non solo l’artista ma anche studi grafici e aziende che tagliano a laser le sagome di ferro e le dorano. Una tecnica mista complessa di cui, giustamente, il nostro artista non vuole svelare i passaggi compositivi.

Ogni emoticon ha una tiratura di più pezzi, e ognuna è diversa per il colore degli occhi, dei piedi e delle ombre, e per le scritte che la completano. Ma qual è il messaggio che sottintende a questa sua nuova fase poetica? Non ho nessuna presunzione in merito, voglio solo dar forma a ciò che penso della vita.

La prima emoticon si intitola Fai di tutto per essere felice. Partendo da questa frase ho creato un’immagine che la rispecchiasse. La faccina sorridente e il pollice in su sono indice di un atteggiamento positivo. La sagoma sta camminando e correndo, perché nessuno regala niente e bisogna andare alla ricerca della felicità, e la mano destra aperta indica onestà e voglia di fare. La seconda emoticon, tuttora in fase di realizzazione, è la trasposizione visiva di un insegnamento di mio padre: «Mai arrendersi, cadi ti devi rialzare, ricadi e ti devi rialzare».

Ho realizzato dunque una faccina con due guantoni da pugile, che ha un occhio nero e un bernoccolo. L’occhio nero e il bernoccolo indicano il passato, i colpi che hai subito, le cadute inevitabili nel nostro percorso di vita. Però li abbiamo attutiti, ci siamo rialzati e siamo pronti nuovamente a ricominciare.

 

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