II suoi scatti lunari e granulosi sull’Etna sono stati considerati tra i migliori della recente edizione del MIA (The International Photography Art Fair). E ci sarebbe da aspettarsi che questo sguardo in bianco e nero così vissuto, analogico come la traccia di un vinile consumato dal tempo, appartenga a un occhio segnato dalla storia dello scorso secolo, a uno spettatore diretto dello sbarco sulla Luna e delle prime televisioni a colori. Ma gli occhi di Renato D’Agostin sono quelli di un trentenne, incapaci di celare una luce e un entusiasmo rari da incontrare di questi tempi, da queste parti, in giovani della sua età. Oggi Renato D’Agostin vive e lavora a New York.

Partiamo dall’inizio: S. Donà di Piave, a pochi chilometri da Venezia, il tuo paese natale.

La mia prima macchina fotografica durante gli anni del liceo. Un giorno, mia madre tornò a casa con il premio di una lotteria di beneficienza: una foto di medie dimensioni a colori. Un elefante, in Africa. Quella fu la prima vera fotografia che mi colpì. La compressione dei piani – era stata scattata da lontano – lo sfondo verde/giallo restituiva un affascinante effetto pittorico. Scattata con un teleobiettivo. Ripensandoci oggi, tutte le mie foto più importanti sono state scattate con un teleobiettivo: riconosco come, per qualche misteriosa ragione, vi sia sempre qualcosa a che fare con quella foto.
Renato inizia un corso di fotografia amatoriale, chiedendo in prestito al padre la sua macchina. Si appassiona sempre di più. L’atmosfera della vicina Venezia lo affascina da sempre.
Ogni tanto ci andavo per realizzare qualche scatto in b/n. Nel frattempo riuscii ad allestire una piccola camera oscura a casa mia. Un insieme di coincidenze e incontri mi permisero di cogliere tutte le opportunità che avevo allora di approfondire questa strada che sentivo sempre di più come la mia.

Dopo le scuole superiori, scegli di lasciare il tuo paese. Dove eri diretto?

A Milano, per frequentare l’Istituto Italiano di Fotografia. Ma lo abbandonai dopo pochi mesi: aveva un’impronta che non si avvicinava a ciò che stavo cercando. Restando comunque in città, iniziai a lavorare con il grande fotografo Alfredo Sabatini, per due anni e mezzo. Fu decisivo questo periodo di perfezionamento sulla fase di sviluppo della fotografia analogica in camera oscura. A Milano ho anche sperimentato direttamente alcune difficoltà legate alle dinamiche dell’essere un giovane fotografo in Italia. Mi spiace doverlo dire, ma se fossi rimasto qui, probabilmente non sarei riuscito a realizzare ancora quasi nulla.

METROPOLIS

E quindi, New York.

Sì. Non ho avuto molta pazienza, ho deciso di trasferirmi a New York a 23 anni. Per mantenermi, facevo il dog walker (portavo a spasso i cani) al mattino e, il pomeriggio, bussavo a ogni porta possibile collegata al mondo della fotografia. Ebbi poi la fortuna di ricevere una risposta positiva a un’email che inviai a Ralph Gibson, uno dei geni della fotografia mondiale. Amavo il suo lavoro e mi diede la possibilità di mostrargli i miei. Un appuntamento nel suo studio, e il giorno dopo iniziai a stampare in camera oscura: ho lavorato per lui cinque anni. Questa è stata la mia scuola. Stampavo per lui di giorno – di notte avevo la possibilità di utilizzare la camera oscura per i miei lavori, realizzando la mia prima mostra a Soho nel 2007. Ho iniziato ad appassionarmi ai libri di fotografia e quindi a concretizzarli. Gli ultimi otto anni a New York sono stati formativi su qualsiasi piano: fare le foto, studiare il mio lavoro e quello degli altri, relazionarmi con il mondo dell’arte.

Un mondo differente da quello italiano?

Un mondo dell’arte lì c’è… Adoro l’Italia ma qui trovo ancora dei meccanismi non naturali: in un artista spesso vengono considerate delle caratteristiche che non sono propriamente legate alla qualità del lavoro che compie, ma ad altri fattori.

Cosa intendi per “meccanismi naturali”?

Il rapporto diretto tra fotografo, il suo lavoro, il cliente, la galleria dovrebbe essere molto fluido. Qui purtroppo, sovente prevalgono altre logiche. Inoltre, credo ci sia dell’interesse a entrare in contatto con la novità, all’estero, non una paura. In Italia trovo invece vi sia molta paura a investire, diffidenza: qui il rischio è un problema. Negli Stati Uniti, ho avuto modo di verificare in questi ultimi otto anni come questo elemento sia invece ritenuto stimolante. Grazie a questa logica, per i giovani vi sono molte più opportunità, in tutti i campi.

Stampa analogica in bianco e nero: come mai questa scelta?

È il 95% della mia produzione. Il bianco e nero lo ritengo più silenzioso visivamente. Più lontano dalla realtà ma, al contempo, più vicino a essa; la mia generazione è cresciuta in un’epoca di transizione tra il bianco e nero e il colore. Chi nasce ora, lo conosce solo come “forma artistica” o filtro su Instagram. Più si va avanti nel mondo digitale, più mi chiudo in camera oscura. Il bianco e nero è meno aggressivo del colore: staccando dalla realtà, porta la fotografia su un altro livello, ponendo in rilievo l’essenza del soggetto o della situazione. È l’alfabeto corretto per il mio tipo di fotografia, molto grafica e attenta alle strutture di tensione delle immagini. E poi la camera oscura, per me un luogo quasi meditativo: lì capisco la mia fotografia, sono rilassato, studio.

ETNA

Progetto Etna: come è nato?

Quasi per caso, nell’agosto 2012. L’idea del vulcano mi ha sempre affascinato. Non avevo nessun progetto in mente, sono andato lì con qualche pellicola per un paio d’ore circa. Poi, rientrato a New York ho stampato il tutto: scelsi ventitrè scatti che potevano essere interessanti per un nuovo libro. Mi piaceva l’idea – che poi è diventata il concetto del progetto stesso – di un lavoro realizzato in una sola volta, con i tempi di un turista. È un libro sul “trovarsi sull’Etna”. Lo stesso concetto vale per gli acrobati di Shangai: il mio lavoro riguarda un’ora di spettacolo. In Cappadocia, tre giorni in moto. Mi sono deciso a vedere queste esperienze con il tempo determinato di un turista. Trovo si possa riassumere ottimamente un luogo.

Cosa è importante osservare secondo te?

Ciò che non amo della fotografia digitale, è l’averci portato a distinguere con maggiore difficoltà un’immagine bella da una banale, a causa dell’estrema facilità con cui possiamo catturare migliaia di immagini in pochi secondi. Ritengo fondamentale impegnarsi a osservare il dettaglio: dieci, quindici anni fa, anche il fotografo più amatoriale passava ore a studiare il soggetto. I colori, la luce, i contrasti, i filtri e le pellicole che pensi di usare e, mentre ci pensi, arrivi a sapere esattamente cosa avresti fotografato. Il digitale ci permette di fare una fotografia “corretta” senza pensare ma, con la pellicola, fotografi quello che “senti” e non quello che “vedi”: in questo è inclusa anche la possibilità dell’errore, in cui credo moltissimo. Posso sbagliare cento volte, ma sono in ricerca di quella direzione perché ci credo veramente.

Progetti futuri?

Quest’anno ho realizzato tre libri: Etna (anche in edizione limitata con un disco in vinile – la registrazione a più voci di un componimento di Luigi Cerantola), Venezia e Tokyo. Ne ho in programma altri su Los Angeles, Istanbul, Washington, Acrobati di Shangai, Cappadocia, Mosca e Città del Messico. Tre entro l’anno, e i restanti entro l’estate del 2015. Il libro fotografico per me è molto importante: è eterno, dura per sempre. Il libro fotografico è il prodotto finale di tutti i miei lavori.

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