Ha sempre rifiutato l’idea che quello del critico sia un mestiere. Quella del critico per Renato Barilli è una funzione, non una professione né una guida Michelin per artisti. Senza concessioni, senza alibi, fuori dalla convenienza e dalle mode, ha sempre cercato di fondere le due figure di critico e storico dell’arte. Mai una separazione drastica tra i due modi di essere, perché una storia neutra non l’accetta e gli fa molta paura. La storia deve giudicare i fatti del passato con un’ottica del presente, altrimenti si cade in un becero accademismo che sa di polvere e muffa. Quindi niente confini tracciati tra storico e critico, ma interazione permanente tra l’oggi e il passato. Bando alle grandi mostre come operazione nostalgia. L’arte non deve essere consolatoria e nostalgica, scodellando un passaggio confortante contro le brutture del presente. Dunque critico e storico dell’arte insieme, perché Barilli è nato così. Il suo codice genetico è questo. Per lui, il Novecento è “bruciato”. Anche se il Novecento è un grande secolo di cui siamo ancora figli. E l’Impressionismo è l’ultimo fenomeno dell’ancien régime. Tutta l’arte contemporanea è anti impressionista, mentre il secondo Novecento non ha inventato nulla che non fosse già nel primo, ma ha applicato il pantografo (questa osservazione me l‘ha consegnata nel nostro faccia a faccia nella sua casa bolognese). Un pantografo che ha dilatato, ingrandito e normalizzato la grande rivoluzione delle avanguardie storiche come proiezione ingrandita.

Per cui tutti i grandi “ismi” del primo Novecento hanno avuto recuperi ingigantiti, vissuti e rilanciati dal dopoguerra ad oggi. Le polarità di Renato Barilli: Luciano Anceschi, il canadese McLuhan, la fenomenologia francese di Sartre e Merleau-Ponty, Francesco Arcangeli a cui deve la cattedra nel 1972, e la prima Biennale di Venezia con “Opera e comportamento”. La sua laurea è del 1958, e poi cinquanta anni di università a Bologna, professore ordinario in Fenomenologia degli Stili al DAMS e Direttore del Dipartimento delle Arti Visive. Ha resistito alla rottamazione dei grandi vecchi sino a 75 anni – è nato nel 1935 – arrivando persino alla Corte Costituzionale contro la messa in quiescenza anticipata che gli volevano far digerire per legge.

Bologna, per lui è croce e delizia. La definisce città pigra, provinciale, retrograda, per troppo tempo sotto l’ombra lunga di Morandi, con un mondo della cultura molto isolato, piazza di ritorno che riesce a ricevere solo di seconda mano. Bologna con un collezionismo avaro e un po’ rétro, lontana dai media televisivi che fanno la fortuna, successo, e vitalizi di notorietà e di audience. Handicap comunque superato per Barilli dalla infinita produzione di testi, saggi, tomi storici e critici, grandi mostre, rassegne, eventi che hanno rappresentato l’arte in Italia e all’estero. E anche gli artisti bolognesi – specie la grande generazione femminile – che sono nella top list delle classifiche mondiali, lavorano stabilmente con lui. E se Bologna dagli anni Sessanta a oggi non è stata una città miracolosa, proprio grazie al suo confermato patrimonio di talenti vecchi e nuovi, sembra metabolizzare un inarrestabile processo di lievitazione per le nuove generazioni. Sono quelle ondate in cui ogni generazione cambia le carte in gioco. Barilli non crede agli exploit individuali: il nostro destino anche culturale è legato alla generazione a cui apparteniamo, con l’ultima onda come reazione composita al fotogramma e al reperto fotografico. E la video art e la performance come approdo certo e possibile. Puntando tutta la posta sul presente-futuro e non sul passato.

 

Moderno. Postmoderno. Contemporaneo. Aggettivazioni dell’arte oggi.
Su questi concetti ovviamente ho le mie idee. Per il moderno, seguo le indicazioni dei buoni manuali scolastici, che ne fanno l’etichetta del periodo fra la metà o la fine del Quattrocento e la fine del Settecento, ma con una forte ripresa anche nel corso dell’Ottocento. Invece, sempre per loro, il contemporaneo va dalla fine del Settecento a oggi, senza che ancora ne abbiamo decretato la cessazione. Però c’è il guaio che in sé il moderno e il contemporaneo sono sinonimi, e questo spiega la continua confusione che si fa tra loro. Io allora avanzo una proposta, che però non trova molti consensi: si sostituisca il termine di contemporaneo con quello di postmoderno, in tal modo il nuovo vocabolo contiene in sé un segno di successione all’altro.
Diversamente, con postmoderno si possono intendere i tardi sviluppi, non del moderno, che cessa alla fine dell’Ottocento, bensì del contemporaneo, e dunque lo si dovrebbe chiamare post-contemporaneo.

Arte e tecnologia. Fasi culturali e tecnologia dominante. Lo stacco tra arte moderna e arte contemporanea.

Per me i fattori da porre sempre al centro delle varie epoche sono di natura tecnologica. Il moderno corrisponde a quella che il filosofo canadese Marshall McLuhan ha chiamato La galassia Gutenberg, riposta sulla tipografia a caratteri mobili e sulla piramide prospettica di Leon Battista Alberti, due pilastri che reggono le sorti della cultura occidentale, fin quando, verso la fine dell’Ottocento, arrivano i prodotti dell’elettromagnetismo. Da questi, e poi dall’elettronica, nascono molti caratteri dell’arte contemporanea.

Ritorno della pittura di pennello. Il vento di restaurazione.
La ricerca artistica, come quella in ogni altro ambito, è sempre stata altalenante tra poli opposti, il che vale a stimolare la sperimentazione e ad evitare la noia e il ristagno, quando ci si sofferma a oltranza in un unico assetto. E dunque il contemporaneo, e in particolare il post-contemporaneo, ha visto un avvicendarsi di momenti in cui si negava la pittura affidata al pennello, preferendo mezzi a più diretta presa sul mondo, come la foto, il video, l’installazione, la prestazione del corpo. Ma quando si è ecceduto in queste direzioni, sono scattati movimenti di compenso e di ritorno al passato, però non tale e quale, sempre con indicative differenze. Ora usciamo da una stagione, gli anni Novanta, in cui la foto, l’installazione, la scrittura hanno dominato; logico quindi che si tenti di recuperare i valori di mano, non però per immiserirli dentro il quadro, forma tecnica che ritengo superata per sempre, bensì con modalità più ampie, quali il graffitismo, il muralismo, il wall painting, cui spetta anche il compito di farsi carico di fini ornamentali, oggi rivalutati e considerati indispensabili per la salute dell’umanità.

I “Nuovi nuovi”. Attualità e merito storico-culturale.
Come tutti gli stili, anche quello espresso dai Nuovi-nuovi va riportato al contesto storico in cui è nato, cioè tra la metà degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, quando scattò proprio una di quelle inversioni del pendolo di cui ho parlato prima. Il Sessantotto aveva portato a una totale uscita dai modi tradizionali di fare arte, con pennello e scalpello, quadro e cornice, basti pensare all’Arte Povera. Era logico quindi che contro quel clima scattasse una reazione, incarnata allora da vari movimenti, tra cui senza dubbio la Transavanguardia, che però non fu affatto l’unica. Accanto a essa ci fu appunto l’intera compagine dei Nuovi-nuovi, i cui capofila, Luigi Ontani e Salvo, vennero addirittura prima di Sandro Chia e Francesco Clemente. Altri come Luigi Mainolfi o Aldo Spoldi o Bruno Benuzzi o Marcello Jori non sono assolutamente inferiori ai Transavanguardisti, e nel numero ci devono stare anche gli Anacronisti, con Carlo Mariani in testa. In genere ogni movimento non riesce a stare costantemente sulla cresta dell’onda, quasi sempre cade in basso, entra nell’avallamento, da cui rispunta se ritornano condizioni propizie, simili a quelle che lo avevano fatto nascere. E così Nuovi-nuovi e gli altri gruppi sono affondati quando, negli anni Novanta, si è avuto il rilancio delle maniere diffusive e ambientali già care al Sessantotto, ma ora possono riallacciarsi al ritorno ai valori manuale e decorativi.

Due volte alla Biennale. Le ultimi vicissitudini critiche e di curatela di “Padiglione Italia”.
Purtroppo la partecipazione italiana alle Biennali di Venezia ha sempre costituito un problema spinoso di non facile soluzione; in genere è sempre andata male quando si è voluto fare uno spazio apposito, diviso dalle sezioni maggiori. Questo è diventato come un cul de sac esposto a tutte le mediazioni e contrattazioni, in genere lottizzato, volto ad ammucchiare quanti più nomi possibili, si veda il brutto esito dell’edizione 2009.

Officina Italia-Europa-America. Considerazioni e riflessioni.
In un certo momento della mia vita ho sperato che una regione ricca e solida come l’Emilia Romagna potesse partorire un evento della portata di Documenta di Kassel. Credo che quando, con altri, nel 1986 riuscii a fare Anniottanta, e nel ’91, da solo, Anninovanta, si andò molto vicini a un esito del genere. Poi ho accorciato il tiro, sia perché la misura dei decenni era improba per uno come me, già alquanto anziano, sia per la difficoltà di ottenere dalla Regione congrui finanziamenti. Allora ho optato per la misura biennale di ricognizione su singoli continenti, da qui le varie Officine – Italia, Europa, America, Asia. Ma dal 2004, il finanziamento è venuto meno, sappiamo bene che viviamo in tempi grami, e dunque ora punto a ricominciare daccapo, con un’Officina Italia 2, visto che dovrebbe essere possibile realizzarla a costi contenuti.

Cattelan e solo Cattelan. Gli altri artisti possibili.
Cattelan è senza dubbio il nostro uomo di punta, ma assieme ad altri bei nomi, come quelli che ho messo nella mostra La giovine Italia, del 2006-2007: Enrica Borghi, Gianni Caravaggio, Loris Cecchini, Sissi, Francesco Simeti, Gabriele Picco, Perino & Vele. Ci sono pure da menzionare le brave artiste bolognesi Eva Marisaldi e Sabrina Mezzaqui, e la coppia Cuoghi-Corsello. Tra le giovani leve, segnalo la veronese Anna Galtarossa.

Vita ed insegnamento universitario. Quanto manca.
Ho tanto lavoro da fare che non rimpiangerò troppo l’insegnamento universitario.

Un libro da riscrivere.Un libro che vorrebbe non avere scritto.
Non ho da vergognarmi di nessuno dei libri già scritti, casomai dovrei rilanciarli attualizzandoli un poco.

Protagonista scomodo nel mondo. dell’arte italiana ed internazionale.
Forse la mia coerenza, di cui vado fiero, mi ha reso talvolta scomodo, anche se non pretendo di esserlo per principio.

Il futuro. Progetti e programmi.
Ora sono immerso a stendere un testo riassuntivo di tutto il mio insegnamento in Fenomenologia degli Stili, Arte e cultura materiale in Occidente. Dall’arcaismo greco alle avanguardie storiche, che dovrebbe uscire da Bollati Boringhieri.

About The Author

Leave a Reply

Your email address will not be published.