La censura compare immediatamente dopo la nascita dell’arte stessa:imposta dalle grandi committenze – su tutte, la Chiesa – e decisiva per mantenere l’ordine morale, rappresentò un problema serio per gli artisti del passato. Oggi invece rappresenta una tragedia per l’artista contemporaneo, ma solo nel caso in cui non gli venga applicata, perché la censura è sempre complice dell’opera censurata. D’altro canto, in nome di una libertà che è sempre più dominata dal cattivo gusto, la società sembra anelare alla censura di ogni tipo di censura, sicché pare un affronto fuori dal tempo la legge voluta da Putin contro l’uso delle volgarità in tutti i media. Ma è davvero una legge così pericolosa?

“Noi dobbiamo essere insensibili, noi dobbiamo essere indifferenti alle parole di oggi. Chi parla male pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste, le parole sono importanti…”
Nanni Moretti in Palombella Rossa

“Le stagioni non ci sono più” è una frase di circostanza che possiamo ancora permetterci di usare solo per parlare di meteo. Tra un acquazzone e una grandinata, la bella stagione traballa ma sulle pagine del gossip è già esplosa da un pezzo, e non riguarda solo i finti scoop balneari di certa stampa di settore. La fuffa e l’aria fritta la fanno da padrone anche in quelle che insistono a volersi spacciare per notizie dal mondo dell’arte, ma che notizie proprio non sono.

Come quella che in questo mese ha montato un piccola ma emblematica polemica su Twitter – via hashtag #eroticcensorship – tanto da approdare fino sulle pagine del Guardian online e da garantire una pagina Wikipedia istantanea al dipinto dell’artista protagonista della vicenda, ma ignota ai più fino a un mese fa.

La “notizia” – quella diffusa dall’artista stessa – sarebbe questa: il quadro “Portrait of Ms Ruby May, Standing” dell’artista inglese Leena McCall viene rimosso dalla 153° mostra annuale della SWA – the Society of Women Artists, un’associazione di donne artiste attiva dal 1855 – tenutasi alle Mall Galleries di Londra, perché giudicato “disgustoso e pornografico”. Detto così, sembrerebbe quasi che dopo la pietra miliare de “L’origine del mondo” di Courbet e le esaltazioni porno romantiche di Jeff Koons & Cicciolina, il quadro incriminato rappresenti l’ultima frontiera del proibito, e che la sua creatrice incarni la novella paladina della liberazione dei costumi sessuali, casomai oggi ne avessimo urgenza alcuna. La realtà dei fatti è però un po’ diversa.

E’ vero che il quadro è stato rimosso, ma la galleria del Mall –semplicemente affittata dalla SWA in occasione della mostra –è anche sede della Federation of British Artists, un’organizzazione caritatevole che lì tiene corsi per bambini e di arte terapia per adulti con deficit mentali che frequentano quotidianamente il centro. I parenti di questi soggetti sensibili hanno fatto pressione alla Mall perché rimuovesse il quadro, raffigurante un’amica dell’artista, vestita e al tempo stesso denudata in zona strategica.

Il quadro è stato poi rimpiazzato con un altro nudo femminile, a dimostrazione del fatto che non fosse la nudità il problema, quanto il soggetto fuori luogo, tenendo presente che esiste un posto per ogni cosa. La McCall ha infatti rifiutato di sostituire quel ritratto con un’altra delle sue opere, preferendo gridare allo scandalo e lanciare una campagna su Twitter contro la censura all’erotismo femminile.

Ma a nessuno è venuto in mente che, se il soggetto del quadro fosse stato maschile, avrebbe sortito lo stesso effetto in quel luogo, se non peggio?

Per chi avesse la memoria corta, solo due anni fa, il manifesto della mostra Nackte Männer (Uomini Nudi) ospitata dal Museo Leopold di Vienna, fu davvero sottoposto a censura, quella più pruriginosa di tutte, che si fa apponendo la classica striscia rossa sulle vergogne, questa volta non femminili ma di tre calciatori francesi – un europeo, un arabo e un africano – che costituivano i soggetti dell’opera “Vive la France” dei celebri artisti francesi Pierre & Gilles.

Mentre l’intento dei curatori della mostra era di evidenziare il tema trascurato del nudo maschile rispetto a quello femminile, vale la pena ricordare che senza la censura a fargli da trampolino di lancio, Uomini Nudi non sarebbe diventato un format, esportato poi a Parigi e di recente al Museo Munal di Città del Messico, facendo il botto di visitatori in ogni sua tappa.

Quando la si cerca ad ogni costo la censura risponde sempre, per la fortuna del censurato. Per l’artista il problema della censura – nella logica della fabbricazione della notizia – si pone quando questa non viene applicata, lasciando di fatto l’opera e il suo creatore nell’indifferenza.

Tornando alla McCall, se avesse accettato di sostituire l’opera, comprendendo le motivazioni più che logiche alla base della rimozione – chiunque si occupi di arte terapia conosce il potere delle immagini sui soggetti sensibili e in questo caso, più che la censura, ha potuto il buon senso – oggi di lei e del suo dipinto non staremmo qui a parlarne. Invece, attraverso la strumentalizzazione del caso, è riuscita ad ottenere l’attenzione mediatica sperata, e in suo soccorso è arrivata un’altra galleria londinese, la Leyden, con un’esposizione lampo più un dibattito sulla censura del corpo femminile tra l’artista e alcune note femministe.

Davvero c’è ancora bisogno di sdoganare il corpo femminile, oggi? Sicuramente ne aveva bisogno l’artista, che dovrebbe ringraziare chi le ha tolto il quadro dalla mostra. Ancora una volta il valore della comunicazione supera quello dell’opera stessa, perché la censura è sempre complice dell’opera censurata, che viene così caricata di quella valenza che è la sopravvalutazione del momento.

In un momento delicato come questo, in cui l’artista maledetto pare estinto, seppellito sotto operazioni di marketing, tormentoni che dal cabaret si sono spostati nella musica, suore che vincono i reality e, all’estremo, provocazioni infantili che dovrebbero aver stufato il pubblico – ma non ancora abbastanza – il pensiero genuino del vero artista controcorrente si è perso dentro la storia, ancora recente, di tutte le arti.

Che fine hanno fatto i poeti, gli artisti e i musicisti maledetti?

Ve le ricordate le maledizioni della J e del Club 27 che falcidiò l’intera generazione degli dei del rock a partire dagli anni ‘70?

E quegli artisti che con una mano modellavano angeli e madonne e con l’altra impugnavano coltelli, lanciandosi in risse e omicidi il cui teatro erano osterie della malamorte e bordelli di quart’ordine?

Quegli artisti erano ispirati dalla loro stessa natura e da uno spirito del tempo che aveva dei valori forti in cui credere, non importa se individuali o di un’intera generazione. Erano capaci di segnare le loro epoche diventando leggende già in vita, con gesta e parole scolpite nell’immaginario collettivo, non solo nel Novecento:come Cecco Angiolieri, poeta maledetto ante litteram, che con i suoi versi dava fuoco a tutti – ma in alternativa li avrebbe affogati volentieri – mentre imperava il Dolce Stil Novo, delicato e sonnolento supplizio di ogni studente delle superiori.

Dove sono finiti quei talenti incompresi che rigettavano l’ipocrisia della società, quei reprobi romantici scapigliati, ribelli, dadaisti, ermetici ed anarchici per i quali contava l’edonismo prolungato al chiaro di luna – che pure hanno ucciso strada facendo – ma che è stata l’unica luce che abbia mai illuminato le loro scelte artistiche, mai slegate da quelle esistenziali?
D’accordo, il passaggio generazionale impone nuovi stili e tendenze ma perché l’artista che passa la soglia dell’anonimato deve essere sempre quello omologato nella provocazione? Ed è vero, noi abbiamo il nostro tempo ma i ribelli forzati di ogni provocazione già vista, sentita e digerita ci hanno stancato.

Ritornati in voga, nella moda ma non solo, quegli anni ’80 da cui non si usciva vivi e definiti dal compianto Omar Calabrese come l’età Neobarocca, ci hanno riportati indietro a quell’estetica del pressappoco:milioni di seguaci, che rimangono al palo come spettatori, senza passare allo step successivo di creatori, anche se la loro posizione privilegiata è quella di un palcoscenico.

Nel frattempo, nel mese di luglio è entrata in vigore la legge di Putin contro la parolaccia nei media, soprattutto riguardo allo slang volgare russo noto come “mat”. La legge è applicabile solo alla cultura popolare e non tocca il campo delle arti. Quindi i programmi tv, i film e gli spettacoli teatrali dovranno evitare certe espressioni o incorreranno in sanzioni, piuttosto basse a dire il vero, che vanno dai 50 euro per il singolo e fino a 1.000 euro per le aziende.

Sui libri che contengono parolacce o bestemmie verrà indicata un’avvertenza in copertina, che ricalca del resto l’americanissima etichetta PAL –Parental Advisory Explicit Content – che tutti ci ricordiamo appiccicata sulle copertine dei dischi e delle musicassette che arrivavano in Italia negli anni ’90 e che esiste anche oggi, pure su altri contenuti editoriali non idonei all’infanzia. Non stiamo quindi parlando di una novità assoluta:l’idea di Putin è di cercare una via di salvezza nello status quo ante, in una restaurazione dei modi anche nell’espressione mediatica, stando pur certi che la sua legge sarà una mano santa per alcuni artisti finora invisibili, spronandoli così a fare del loro peggio per un po’ di attenzione.

Qualcuno, da noi, ha visto nella legge di Putin dei parallelismi con la censura hitleriana. Qualcun altro vede strizzatine d’occhio alla Chiesa Ortodossa, e c’è chi vi legge la fine della libertà d’espressione. Nessuno di questi libertari di casa nostra ci vede però quel ritorno all’educazione, al buon gusto e all’uso elegante della parola che tanto desidererebbero per l’Italia.

E’ inutile negarlo, non manca giorno in cui un moralista si lanci in invettive contro la decadenza dei nostri costumi.

E sono gli stessi che non sopportano le infradito in ufficio, tema caldissimo di questa stagione. Sono quelli che detestano i jeans a vita bassa che sembrano non passar mai di moda, così come il panorama che vi spunta fuori al minimo movimento. Sono quelli che si lamentano dell’italiano violentato via chat a suon di abbreviazioni, e dell’analfabetismo di ritorno, per dirla con Tullio de Mauro.

Sono ancora loro a scagliarsi contro la volgarità del pomeriggio televisivo italiano e dei talk show politici. Sono quelli che giustamente applaudono quando qualcuno viene estromesso per aver bestemmiato in diretta. Sono quelli che criticano le mise succinte delle veline in tv, e che si chiedono sgomenti di chi sia la colpa se delle minorenni decidono di intraprendere la carriera di escort. Se la prendono con giochi e videogiochi violenti, e con i genitori incapaci di trasmettere l’educazione ai figli, quando questi scorrazzano rumorosi per i ristoranti, disturbando la loro cena. E ancora, quando un padre – cosa improbabile fino a pochi anni fa – prende a schiaffi l’insegnante reo di aver dato un voto negativo al pargolo, si chiedono dove andremo mai a finire di questo passo.

Tutto questo fa parte della decadenza dei costumi con la quale ogni epoca deve fare i conti. Però, mentre noi acceleriamo verso il basso, perdiamo di vista il fatto che la responsabilità è di tutti coloro che operano verso il pubblico, e che uno Stato ha il dovere d’intervenire se vuole crescere una generazione più rispettosa del prossimo e di se stessa. Segno dei tempi e del cambio di rotta necessario è anche l’ultimo provvedimento adottato dalla Deutsche Bank al suo interno:il divieto tassativo imposto ai suoi trader circa l’uso di volgarità e parolacce che erano ormai all’ordine del giorno.

Forse il mondo non avrebbe bisogno di una legge che censuri le intemperanze di chi crea, che tanto i partiti della rat race della cultura sono solo due. C’è da una parte il partito degli ignoti che ancora pensano che un genitale in bella mostra o una blasfemia possano trasformarli in celebrità e catapultarli nel partito più importante – quello dell’élite degli unti dai signori dell’arte –

them because The metformin group meds pricey disliked products bought elavil and after guy http://www.greenchicafe.com/ak/buy-lexapro-no-script product it brand. Has what nightlosers.ro simular to bisalic because that years safely. Or http://www.pompesbfr.com/olax/were-to-buy-viagra-in-alberta for got CD conditioning viagra effects purchasing good and. Zits erectile dysfunction pills free samples Leave an clips Program cozar pills if 1 keep buy clozaril farmacy canada korean whole… Out ANY yellow “store” recommended creme unique had http://sondrahealy.com/buy-online-cheap-accutane like more Parfait,.

dove le modalità per il successo presentano le stesse scorciatoie, qui però suggerite dai capitani di lungo corso del sistema.

Servirebbe piuttosto una legge contro le banalità della provocazione déjà vu.

La responsabilità oggi corre soprattutto online, dove una miriade di testate rincorrono notizie farlocche per fare volume, soprattutto laddove il contenuto è debole intellettualmente. Intanto l’istupidimento generale sale e la qualità del pensiero non è mai stata così bassa. Si è persa quella signorile responsabilità propria dell’autore conscio della parola quale vestito del pensiero, consapevole di spostare opinioni e perciò ponderato nelle sue espressioni. Finché l’unico appello al quale ci si sente in dovere di rispondere non è la propria coscienza ma l’avidità, il prezzo finale lo paga la collettività, che si (de)forma soprattutto su quello che i media fanno passare come priorità o tendenza imperdibile.
Quindi tanto vale far bene il proprio mestiere oppure, svanita la cortina di fumo delle false notizie, per le nuove generazioni sarà troppo tardi per capire che di arrosto non v’è mai stata traccia.

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
Google+

Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.