E’ subdolo dare del passatista a chi critica, a ragion veduta, quel comparto d’arte contemporanea americana ed europea, dove tutto ruota intorno a un’incomprensibile sperimentazione, pur sempre di ineccepibile fattura artigianale.

Non capisco assolutamente nulla di cosa vuole significare questa installazione. Tu cosa ne pensi?

È questo il quesito che mi sento rivolgere sottovoce, non poche volte, da chi ha la pazienza di accompagnarmi  tra gli stand affollati di un’Arte Fiera o a una mostra dove sono presenti fantasmagoriche installazioni, video, foto emblematiche. Sono queste le occasioni in cui avverto quanto sia mutata la funzione sociale del critico d’arte e dello studioso, per i quali è fondamentale applicarsi alla lettura di una composizione plastica o pittorica, con appassionata dedizione e profondità. Nella sua espressività emblematica quanto poliedrica, l’opera di tradizione rappresenta la visualizzazione concreta di forma, segno e colore, frutto del percorso intuitivo dell’anima di un artista dedito alla ricerca. Il suo archetipo di riferimento è Prometeo.

Invece, agli sperimentatori contemporanei – quelli che nella loro rapida rotazione tengono banco sul mercato internazionale – non  servono certo le analisi e le idealità estetiche che ci sono state trasmesse da Benedetto Croce e da Roberto Longhi, perché loro stessi si sono sostituiti al critico d’arte militante. Sono diventati operatori autoreferenziali, artisti-filosofi, artisti-politici, artisti-dissacratori, artisti-pensatori, sacerdoti e unici depositari di oscuri  messaggi. Non ripetono mai se stessi, in quanto basano la loro etica sulla sperimentazione all’infinito. Il loro archetipo di riferimento è quindi Sisifo.

Ma ricominciare ogni volta da capo, con nuove trovate, è molto faticoso. Significa, fra l’altro, attirare l’attenzione dei media, i quali di solito parlano di capolavori, per giustificare in modo sbrigativo e plaudente la notizia di un suggestivo top-price da Christie’s, da Sotheby’s, a New York o a Tokio. I loro  mercanti sono di solito imprenditori agguerriti, che frequentano gli ambienti giusti, dove circola molto denaro, che si occupano di comunicazione, che trovano accoglienza nei musei che contano per nobilitare il curriculum dei loro protetti. Di solito sono operazioni che tengono banco per un tempo limitato, da uno a cinque anni; di più, è un miracolo. I rituali di questo tempio mondiale della sperimentazione si celebrano ogni anno all’Arte Fiera di Basilea e alla rassegna gemella di Miami. Sono occasioni di incontri e di scambi, in un gioco delle parti tra gallerie internazionali, musei, editori, promotori d’asta, e operatori culturali dai ruoli più diversi. Uno di questi, il nostro Achille Bonito Oliva ha recentemente dichiarato in un’intervista a Marina Paglieri su Repubblica, che lo spazio industriale delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, già trasformato in spazio espositivo, dovrebbe diventare un laboratorio multidisciplinare; un centro polifunzionale sul contemporaneo.

Idea in verità dirigista, in nome di una tutt’altro che inedita fecondazione assistita, per generare nuova arte giovane e sperimentale, si presume con finanziamenti comunali, regionali e di fondazioni bancarie assai prodighe nel settore.  Un esempio recente viene dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea della CRT di Torino, che nel novembre scorso, in occasione di ARTISSIMA, ha acquistato di una decina di video e installazioni di sperimentatori internazionali per un totale di 300.000 euro (con un valore ufficiale di mercato di 600.000 euro), per farne donazioni alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e al Castello di Rivoli. La Fondazione per l’Arte del CRT di Torino si è avvalsa della consulenza scientifica di Rudi Fuchs, di Danilo Eccher per la GAM e di Andrea Bellini per il Castello di Rivoli, confermando l’equivalenza: prezzo di mercato alto, uguale qualità certa. Ed è accaduto che Fulvio Granaria, Presidente della fondazione torinese, abbia motivato il bel gesto di mecenatismo con queste parole rilasciate alla sempre attenta Marina Paglieri:

Compriamo per non perdere la memoria.

C’è qualcosa di struggente, di innocente, di disarmante, in questa esclamazione. Ma, nel conformismo generale, nessuno ha sussultato.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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