Porto Franco rappresenta il desiderio di affermare che oltre la corrente principale dell’artista star ci sono anche gli artisti veri, nudi e crudi. Solo che bisogna avere la pazienza di imboccare sentieri meno battuti per ammirare un panorama diverso dal solito. In alcuni casi sorprendente.

La data di scadenza di ogni singola opera — e del suo autore — è conforme al suo grado di omologazione nel tempo: un’opera omologata è un’opera estinta.  Aldo Busi

«E allora! Che c’è? Non ti garba?»
«Sì, sì, oh! molto ben dipinto! soltanto…»
«Avanti, tira fuori. Cos’è che ti turba?»
«Soltanto, è quel signore, tutto vestito, là, in mezzo a quelle donne nude… Non s’è mai visto».
«Il pubblico non capirà… il pubblico troverà che questa roba è una porcheria… Sì, una porcheria». Emile Zola – L’Opera

 

Il pubblico che ha partecipato numeroso il 2 luglio, alla prima edizione di Porto Franco a Villa Castelnuovo in Palermo, ha potuto ammirare qualcosa di diverso dal solito – per parecchi motivi – in un clima di festa tra amici di lunga data.
Lo spirito di Porto Franco è quello che anima da sempre le iniziative di EA Editore:la volontà e l’entusiasmo di dare voce a chi continua l’arte della tradizione, quella sempre più lontana dal sistema preconfezionato dell’arte di moda, e quindi anche dal grande pubblico. Volontà e spirito che Sandro Serradifalco condivide con Vittorio Sgarbi, artefici entrambi dello sdoganamento dei 101 artisti in mostra a Villa Castelnuovo:dalla sua Biennale di Venezia del 2011 – quella che ha esteso il Padiglione Italia a tutti i capoluoghi di provincia – fino alla Biennale di Palermo del 2013 e a quella della Creatività del 2014, il celebre critico ha ormai scelto di stare solo dalla parte degli artisti per difenderne il diritto ad esistere.

L’ispirazione per Porto Franco, Vittorio Sgarbi l’ha presa da quelle stesse motivazioni che spinsero Napoleone III ad organizzare la mostra parallela al Salon ufficiale dell’Accademia di Belle Arti di Parigi, il Salon des Refusés del 1863:

Io, più di altri critici in Italia, mi sono spinto ad applicare un metodo che in Francia ha una lunga tradizione nei Salons des Refusés, nei quali fu possibile riconoscere, in tempi meno difficili e meno «affollati», artisti come Manet e Gauguin. Così ho pensato di aprire la Biennale di Venezia a molti più artisti di quelli che corrispondevano a un mio gusto o a un mio pregiudizio. E ora, a margine di esperienze come la Biennale di Palermo e la Biennale della Creatività (…) ho preso visione di migliaia di proposte, ben sapendo che altrettante e più non si rivelano o hanno altri, diversi canali. Intanto, dunque, prendiamo atto di questa realtà, come una costellazione in un firmamento in continua espansione.

Esattamente, è grazie al Salon des Refusés se oggi abbiamo la possibilità di ammirare opere come Le Déjuner sur l’herbe di Édouard Manet. All’epoca però – forse era troppo presto – l’opera e il suo creatore furono accolti in malo modo dal pubblico, impreparato ad uscire dai rigidi canoni imposti dall’accademia.

Della creazione e delle umiliazioni di quest’opera ci restano le minuziose descrizioni che Émile Zola fece nel suo romanzo autobiografico L’Opera. Le analogie tra il Salon des Refusés e il Porto Franco di Sgarbi si possono percepire nella narrazione di Zola, che ben conosceva le frustrazioni, le speranze e le difficili conquiste per l’emancipazione degli artisti che lui stesso frequentava assiduamente. Le emozioni rimaste intatte nel tempo sono tutte lì, nei dialoghi e nelle atmosfere vissute da quegli artisti nuovi e bistrattati dal sistema accademico che regolava anche gli accessi alle esposizioni e al collezionismo. E sono questi sentimenti esasperati a rendere L’Opera di Zola oggi più che mai attuale. Lo scrittore ritrasse fedelmente la cronaca di quei momenti di rottura creativa, usando come riferimento i suoi amici artisti e le loro vicissitudini, cambiandone solo il nome. Cambiò anche alcuni dettagli della celebre opera di Manet, che resta però riconoscibilissima e al centro dell’attenzione, soprattutto maleducata, del pubblico. Zola si soffermò più volte anche su quel tourbillon di emozioni che invasero gli artisti quando l’Imperatore in persona arrivò a sostituirsi munifico ai troppi rifiuti piovuti dall’alto dell’Accademia, permettendo ai rifiutati di esporre sotto la sua protezione. Analogamente, chi c’era alla presentazione di Porto Franco non può non aver percepito le stesse vibrazioni negli artisti presenti:

Era una grande giornata, per lui: si inaugurava il Salon des Refusés, una novità di quell’anno, in cui avrebbe figurato la sua opera, respinta dalla giuria del Salon ufficiale (…)l’eterno malcontento dei pittori, la campagna condotta dai giornaletti come il Tambour, le proteste, i continui reclami che erano riusciti a turbare l’Imperatore; e quel colpo di stato artistico, di quel silenzioso sognatore, poiché il provvedimento veniva solo da lui; e lo stupore, il chiasso di tutti per quel sasso caduto nello stagno dei ranocchi.

La descrizione del Salon stesso sottolinea una creatività libera da compromessi, suggerimenti e trucchi – per questo più potente di quella di moda, allora come oggi – che non è impossibile intravedere anche nel percorso espositivo di questi 101 sdoganati di Porto Franco, tra pittori, disegnatori, scultori e fotografi in mostra lo scorso 2 luglio:

Lungo i muri era tutto un miscuglio di eccellente e di pessimo, tutti i generi confusi: quelli rovinati dalla scuola tradizionale accostati ai giovani impazziti per il realismo; (…) Ma da quell’insieme incoerente, soprattutto dai paesaggi, quasi sempre autentici e onesti, come anche dai ritratti, quasi tutti interessanti, saliva un’aria di giovinezza, di impegno e di passione. Se al Salon ufficiale c’era un numero minore di brutti quadri la media di sicuro era più banale e mediocre. Si respirava là dentro un odore di battaglia e una battaglia allegra, combattuta con entusiasmo, quando spunta il giorno, squillano le trombe e si marcia contro il nemico con la certezza di sconfiggerlo prima del tramonto.
E quando riuscì finalmente a entrare nella sala vide una massa enorme, brulicante, confusa, ammucchiata, che s’accalcava davanti al quadro. Tutte le risate prorompevano, si diffondevano, culminavano lì. Era del suo quadro che ridevano.

Quel quadro di cui ridevano, perché la donna era nuda e gli uomini vestiti – non certo una novità in arte, ma ritenuta volgare per gli abiti moderni e borghesi – è l’opera icona di colui che è considerato il più grande pittore pre-impressionista.
Se la storia è ciclica e c’insegna qualcosa, è che solo fatto il suo corso si può giudicare con imparzialità.
Anche la storia dell’arte non è immune da questo passaggio obbligato, e ciò che oggi è incensato in largo anticipo non è detto che rimanga ai posteri come esempio. Certe opere, e certi artisti, poi, soprattutto quelli che vivono idealmente in un tempo diverso rispetto al nostro o che si rinchiudono romanticamente in quello che è stato, sono difficilmente apprezzati in vita, se non derisi. Per decidere il valore di un’opera serve almeno un secolo, dice nella sua ultima intervista a Panorama il grande critico d’arte Gillo Dorfles.

Grazie al Salon des Refusés scoprimmo artisti allora rigettati dal sistema oscurante delle accademie.
Ieri come oggi un pubblico informato può farsi giudice, col senno di poi, se ha la capacità di mantenere libero il proprio gusto personale. Oggi l’ostacolo da aggirare non è più l’accademia, che nei tempi odierni è stata spodestata dalla dittatura di critici e curatori, galleristi e riviste. Noi non possiamo sapere, adesso, se lì in mezzo ai 101 di Porto Franco si nascondono degli artisti che resteranno nella storia dell’arte. Questi 101 artisti non sono presenti in gallerie famose o in rassegne di cui sappiamo bene il nome. Sono quegli artisti che non entrano nei giochi per logiche di mercato e di curatori e critici che devono far carriera, ma non per questo sono meritevoli di restare fuori o, come dice Sgarbi, di fare il proprio debutto a 80 anni.

E’ il sistema stesso a farli fuori;con la moda, con gli scoop che pensavamo fossero solo dei calciatori e delle veline, ma che invece sono il sale del mercato;con quelle trovate che non sono arte ma che hanno finito per diventarlo, fino a considerare il processo di produzione del dipinto, del disegno e della scultura come qualcosa di superato e di indecoroso per l’artista contemporaneo. Costui, sempre più pensiero immateriale nella sua opera e sempre più carne prezzemolina nelle sue apparizioni mondane, proprio perché tale non è così elitario come ancora vorrebbero farci credere.

Questi 101 artisti di Porto Franco, ritenuti a torto “fuori moda” perché ancora concentrati a creare con le mani soggetti spontanei, non ispirati da spin doctor artistici, senza suggeritori in buca a indicare che vestito indossare, che tormentone adottare, sono cani sciolti che hanno il pregio/sfiga di correre da soli, senza l’appartenenza ad alcun branco.

Solo in queste realtà distaccate si può ancora trovare qualcosa di originale, genuino e non pilotato, non creato per piacere il più possibile ma per una propria ricerca di autoaffermazione, che passa per processi più intimi, risoluti e coraggiosi. E quel coraggio di continuare senza il plauso della massa, spesso nei ritagli di tempo tra un lavoro e un altro, si fa vera necessità di comunicare qualcosa, dove l’egocentrismo del battitore libero prevale – fortunatamente – sul narcisismo dell’artista di mestiere.

Questi artisti non sono 101 tessere del mosaico del sistema, nessuno di questi china il capo al critico, al curatore, al gallerista o al gusto del collezionista che vuole fare sia tendenza che moneta. Sono 101 barlumi di materia in libertà, possono piacere o possono risultare fin troppo ingenui, ma questo ultimo fattore non va sottovalutato perché si palesa sinceramente e non nasconde nulla di estraneo sotto. C’è una mano sola e una mente sola dietro il lavoro di ognuno di questi 101 artisti. Possono non piacere per questa ingenuità di fondo, perché l’occhio si è abituato a qualcosa di diverso – ma sempre uguale – che si trova ovunque, dalla fiera ai muri della galleria glamour e sulle copertine delle riviste d’arte. Ma quando la saturazione dell’omologazione arrivasse al culmine, se voleste davvero qualcosa di diverso, guardare agli artisti di Porto Franco potrebbe essere una buona idea.

 

Perché ognuno di loro possiede la spontaneità di chi è poco o per nulla influenzato da ciò che lo circonda, in termini di ciò che va per la maggiore. In questo senso, più che ingenui sono ancora incontaminati, sono dei puri che vanno per la loro strada, in modo autonomo e senza freni. Perché non è lo star system dell’arte che li obbliga a creare ogni giorno per stare al passo col concorrente più giovane, quello designato a rimpiazzarti perché è la novità e i suoi prezzi non ancora gonfiati faranno guadagnare di più gli intermediari: per questi 101 forse è il caso di parlare di spinta di necessità, per esserci, ma a modo loro.
Porto Franco rappresenta dunque il desiderio di affermare che oltre la corrente principale, quel movimento omogeneo dell’artista star, ci sono anche gli artisti veri, nudi e crudi. Solo che bisogna avere la pazienza di imboccare sentieri meno battuti per ammirare un panorama diverso dal solito. In alcuni casi sorprendente.

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