Non sappiamo se Felix Nussbaum abbia mai visto un’opera di Marc Chagall. Potremmo dire che così è per tutto quanto riguarda Nussbaum, uno straordinario pittore ebreo nato nella bassa Sassonia nel 1904, e passato attraverso il camino il 2 agosto del 1944 ad Auschwitz. Sconosciuto quasi a tutti fino alla metà degli anni Settanta, gli verrà poi dedicato dalla città di Osnabrück un monumentale museo, chiamato affettuosamente La casa di Felix Nussbaum, – una casa che in vita quasi non ebbe mai, fuggiasco e clandestino come si trovò a essere – disegnato da quell’architetto, Daniel Libeskind, che sarà poi tra quelli scelti per far rinascere Ground Zero dopo l’attentato dell’11 settembre.

La guerra di Nussbaum, è stata per fortuna strappata all’oblio e solo pochi anni fa portata all’onor del mondo da una bellissima esposizione al Museo di Arte e di Storia dell’Ebraismo di Parigi fra il settembre 2010 e il gennaio 2011 che ha potuto raccogliere non soltanto un buon numero delle opere che erano andate disperse nei decenni ma, quel che più conta, le più importanti e significative.
È comunque improbabile che Nussbaum abbia mai visto quadri di Marc Chagall, che è stato avvolto invece in una grande notorietà per moltissimi anni, e come Nussbaum è uno dei massimi rappresentanti della diaspora artistica del mondo ebraico nel XX secolo. Nelle loro opere qualche comune evocazione culturale è presente, ma la guerra di Chagall è vissuta in una chiave metaforica, rientrando, per un verso, nel filone del misticismo russo di cui Chagall è stato straordinario rappresentante – si potrebbe dire che il Rouault di Miserere, la guerra ne sia il contraltare cattolico – e per un altro nell’evocazione dell’autobiografismo poetico, che della guerra parla allusivamente, con colori, immagini e riferimenti teologici.

Invece il tratto dominante dell’opera di Nussbaum è la testimonianza diretta della vita nei campi di concentramento. Rinchiuso prima a Saint-Cyprien, nei Pirenei, dopo essere stato arrestato a Bruxelles, e fuggitone per tornare a Bruxelles, dipinge tratti della condizione estrema della vita dei campi che strappano il cuore, facendo di questo artista il più efficace e finalmente celebre pittore dell’anti-nazismo. I suoi quadri vanno ben al di là dell’arte degenerata, scontrandosi direttamente con i deliranti parametri artistici della cultura nazista!
La vista dei suoi quadri impone un silenzio e un rispetto che poche altre immagini di quegli anni di follia sanno indurre in tutti noi.

Anche Marc Chagall ha avuto recentemente, nel 2013 a Parigi, una sua esposizione sulla guerra, incentrata su uno dei suoi quadri più famosi, La guerra, del 1943, nel quale i diversi aspetti della violenza bellica, conosciuti attraverso le cronache e le lettere degli amici, sono racchiusi in una serie di simboli che vanno dal centro del quadro, dedicato a un in apparenza marginale corpo morto abbandonato al centro della strada, ai due carri a cavalli che delimitano la scena, uno attirato verso il caos, l’altro che tende invece verso l’alto e la salvezza. La speranza, che nei quadri di Chagall in fondo non manca mai, è affidata anche questa volta alla donna con bambino, che sembra addirittura riprendere lo stereotipo della Madonna nelle raffigurazioni religiose cattoliche.
Se in quest’ultimo c’è della speranza, in Nussbaum c’è pura e semplice, totale e assoluta, disperazione. Erede del movimento della Nuova Oggettività, Nussbaum ne può essere considerato il più spietato, inquietante e stupefacente interprete.

Il Saint-Cyprien del 1942, del quale non si può non invitare l’osservatore a scorrerne con pietà e attenzione estrema ogni singolo dettaglio, ci sgomenta per quella preveggenza iconografica che ci mette sotto gli occhi un planisfero le cui parti sono separate dal filo spinato; un filo che rinchiude i prigionieri e che nello stesso tempo proietta sul mappamondo il futuro della storia politica internazionale, che di lì a pochissimi anni si ritroverà diviso, come disse Churchill, da una grande cortina di ferro.
La poesia dolente, ma in fondo fiduciosa, sia per la fede religiosa che denota, sia perché già altre volte l’umanità ha saputo risollevarsi dagli abissi, con cui Chagall ci racconta la “sua” guerra contro il male assoluto sembra rassicurarci. Chagall è stato più fortunato di Nussbaum e ha potuto continuare il cammino tra guerra e pace che lo contraddistinguerà anche nel dopoguerra.
Il caso di Nussbaum è del tutto diverso, e rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco alla coscienza morale di tutti noi.

About The Author