Un esempio italiano di tutela virtuosa: un gruppo di ricercatori dell’Università di Urbino a Petra

Petra è un’antica città situata nella Giordania meridionale, in una quinta scenografica naturale di grande suggestione visiva. La città è famosa per il suo sito archeologico, di importanza e risonanza mondiale, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1985. Capitale dell’antico regno nabateo (III a.C. – I d.C.) e punto nevralgico del commercio fra il Mediterraneo e la Mesopotamia, la città di Petra doveva avere un impatto scenografico sbalorditivo soprattutto intorno al 106 d.C., quando questa provincia d’Arabia divenne romana, e il centro urbano si trasformò, per le proporzioni dell’epoca, in una metropoli racchiusa entro una sorta di grande anfiteatro, circondato e racchiuso da alte rocce scoscese. In queste scenografiche pareti naturali si inserisce la necropoli rupestre, il fulcro dell’area archeologica, costituita da centinaia di tombe scavate nella roccia, disseminate entro uno spazio fantastico e atemporale, in un meraviglioso alternarsi di gole e spazi aperti, spesso impreziositi da edifici di monumentale imponenza.

Le tombe censite – finora 936 – presentano un’architettura unica e, per i tempi, assolutamente innovativa, con commistione di elementi egizi, orientali, alessandrini e in taluni casi più classicamente mediterranei. Gli esempi più noti sono la Tomba del Soldato, datata tra il I e il II secolo d.C.; la Casa del Tesoro, la cui celeberrima facciata monumentale ha fatto anche da cornice a produzioni hollywoodiane, e datata – con buon margine di sicurezza – al I d.C.; e infine la cosiddetta Tomba di Sextius Florentinus, governatore della provincia d’Arabia, di cui si hanno notizie documentarie che rendono databile il monumento al 129 d.C. La tutela del sito archeologico è da considerarsi oggi buona, sebbene Petra sia quotidianamente visitata da un numero di persone calcolato tra le cinque e le seimila. L’afflusso dei visitatori, tralasciando l’esattezza delle cifre, è certamente considerevole e c’è da chiedersi se questo, alla lunga, non determini un deterioramento dei monumenti. Si ripropone l’annoso dilemma: promuovere il turismo è importante, ma fino a che punto? La priorità è il numero di visitatori, o l’aumento degli introiti? è meglio scontentare qualche albergatore e qualche turista, o alterare il patrimonio culturale in modo irreversibile? L’unica risposta possibile è fissare una soglia giornaliera massima di visitatori, e la programmazione di brevi periodi di chiusura, in alta e in bassa stagione, per valutarne l’impatto sulle condizioni del sito.

Tuttavia, è in atto un progetto che rende, e renderà, Petra particolarmente sorvegliata e protetta. Non senza piacevole stupore, l’Italia partecipa a un programma di indagine territoriale indirizzato alla valorizzazione e al miglioramento della conservazione dell’antica città giordana. Un gruppo di ricercatori dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, con l’aiuto di finanziamenti erogati dallo stato italiano, lavora sul territorio da ormai dieci anni, nell’ambito di una vera e propria missione per la conoscenza e la tutela, inserita in un protocollo di intesa tra i governi italiano e giordano. L’equipe di studiosi si è prefissa di approfondire, riorganizzare e completare gli studi sull’area di Petra. Per raggiungere al meglio questo obiettivo si è deciso di utilizzare uno strumento tecnologicamente adeguato, un software G.I.S. (Geographical Information System), in grado di realizzare una mappa della città di Petra e dell’area circostante, unendo cartografia e analisi statistica, organizzando le rilevazioni attraverso una banca dati. Non si tratta quindi di un’attività di tutela specificamente archeologica; il lavoro parte da lontano, per preparare il terreno all’archeologia senza trascurare altri aspetti importanti e complementari. Si è iniziato con rilevazioni che riguardano aspetti di archeometria, geologia, geomorfologia e geochimica. È infatti necessario avere particolare riguardo per gli aspetti geologici della conservazione, poiché i monumenti di Petra sono plasmati dalla roccia e nella roccia, per cui l’impatto visivo non è solo dato dalle creazioni monumentali fatte dall’uomo, ma anche dai colori naturali della materia di cui sono fatte, che vanno dal rosso, al giallo, al verde, fino al nero, con un effetto spettacolare irripetibile.

Il territorio che comprende la città di Petra e i luoghi circostanti deve dunque essere percepito come un’unità organica, come un tessuto di elementi interdipendenti; i monumenti sono la parte più facilmente percepibile come preziosa, ma non deve essere interpretata come a sé stante. Le magnifiche tombe rupestri sono parte di un tutto, e non possono essere decontestualizzate: la loro corretta conservazione può attuarsi solo attraverso una comprensione dell’ambiente che le ha non solo ospitate, ma addirittura fisicamente originate. Questa metodologia ha un corrispettivo pratico nella schedatura condotta dagli studiosi, dove si organizzano dati di geologia e mineralogia oltre che di reperti monumentali. La vera tutela di siti unici come Petra, può essere fatta solo sul posto, considerando ogni oggetto, mobile o immobile, piccolo o grande, come parte di un sistema, e non come singolo frammento. Il lavoro scientifico condotto dai ricercatori italiani e giordani è quindi esemplare. All’occorrenza dunque, l’Italia sa farsi valere nella tutela del patrimonio artistico, e questo caso dimostra come sia importante investire risorse finanziarie, per valorizzare e incentivare una tradizione culturale ancora viva e operante, malgrado tutto, nelle nostre università e nelle nostre accademie.

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