In tempi relativamente recenti è esplosa la passione per Johannes Vermeer, portandogli una fama che lo innalza al livello del pittore più amato del Secolo d’Oro olandese, il grande Rembrandt Harmenszoon van Rijn. Dopo la memorabile rassegna alla National Gallery di Washington dedicata a Vermeer nel 1995-1996, in questi ultimi due anni c’è stato un susseguirsi di mostre all’insegna del suo nome. Da ricordare almeno quella alle Scuderie del Quirinale a Roma e l’altra alla National Gallery di Londra, dove erano esposti rispettivamente otto e cinque suoi dipinti. Inoltre, la chiusura nel 2012 del Mauritshuis Museum de L’Aja, per lavori di restauro e ampliamento (riaprirà nell’estate prossima), ha permesso il prestito di decine di opere lì conservate, tra le quali figura la celebre Ragazza con l’orecchino di perla che è diventata il richiamo di sei esposizioni sulla pittura olandese del Seicento in un tour con tappe in Giappone, negli Stati Uniti e, ultima e unica in Europa, a Bologna. L’appuntamento nella città “dotta”, a Palazzo Fava, intitolato La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt – curato da Marco Goldin con Emilie Gordenker, direttrice del Mauritshuis, Quentin Buvelot, Ariane van Suchtelen e Lea van der Vinde – rende omaggio a quel capolavoro, che si potrà ammirare fino al 25 maggio, insieme con altri trentasei quadri di maestri olandesi del XVII secolo, tutti provenienti dal museo dell’Aja.

Il percorso espositivo inizia con due raffigurazioni ottocentesche del Mauritshuis (un esterno di Augustus Wijnantz e la sala Rembrandt di Antoon F. Heijligers) che – considerato una realizzazione esemplare del classicismo olandese e costruito nel cuore della città tra il 1633 e il 1644 -deve il nome al suo primo occupante, Johan Maurits, conte di Nassau-Siegen. Accanto vi sono alcuni ritratti di personaggi che hanno influito sul fiorire di attività artistiche e sulla formazione delle collezioni: tra loro Guglielmo V d’Orange-Nassau, l’ultimo degli statolder dei Paesi Bassi settentrionali, che negli ultimi decenni del Settecento contribuì ad arricchire le collezioni d’arte esistenti con l’acquisizione di opere da privati olandesi; si formò così una raccolta che nel 1795 i francesi trasferirono a Parigi e vent’anni dopo fu recuperata in gran parte e poi sistemata al Mauritshuis, acquistato dallo Stato nel 1820 e diventato ufficialmente museo due anni dopo.

La ragazza con l’orecchino di perla

La Monna Lisa olandese – che da sola motiva la mostra di Palazzo Fava – affiora da un fondo scuro, privo quindi di alcun contesto specifico, con il viso ovale dalle perfette proporzioni, ripreso di trequarti in torsione sulla spalla sinistra, e punta gli occhi grigio-azzurri verso l’osservatore con sguardo limpido e al contempo fiero. Ad animare l’intero dipinto è la bocca carnosa e dischiusa, di un tono rosso ciliegia, che risalta sull’incarnato levigato dalla giovinezza e ha una luminosità che rimbalza sul punto luce del grande orecchino di perla, rilucente nella parte adombrata del viso. Il colore di quelle labbra dialoga altresì, per intensità dei singoli valori cromatici, con l’esotico turbante blu oltremare e giallo dorato che avvolge la testa e ricade sulla spalla, con un effetto quasi teatrale. Chi era la modella, che non veste abiti alla moda, non ha attributi che la rendano identificabile in una figura allegorica, e sembra avvolta in un’atmosfera sovratemporale?

Lo scrittore e politico francese André Malraux, in una monografia dedicata all’artista, ha supposto che potesse essere Maertge, la sua figlia maggiore, nata nel 1655, troppo giovane però rispetto all’apparente età della ragazza raffigurata, la cui esecuzione gli storici pongono al 1665-1667, per l’affinità con altre figure in cui Vermeer sfumava delicatamente i colori della carnagione con la stessa tecnica. Che si trattasse, invece, del ritratto di una sua aiutante è un’ipotesi del romanzo della statunitense Tracy Chevalier, da cui nel 2003 il regista britannico Peter Webber ha ricavato un film, accrescendo ulteriormente la fama del dipinto. Tre mesi dopo la morte del pittore, nel 1676, fu redatto l’inventario dei suoi beni e una voce recitava “Due tronie dipinti con foggia turca”. Tronie (che in olandese significa viso, testa, faccia, ma anche espressione) era nel Cinque-Seicento una sorta di libero ritratto di resa psicologica, talora grottesco, stagliato su un fondo compatto; costituì un genere di moda cui si applicarono molti pittori sperimentando nuove tecniche, dai maggiori, come Rubens, Van Dyck, Rembrandt, ai loro allievi. Se la Ragazza con l’orecchino di perla fosse uno dei due tronie citati nell’inventario, questo significherebbe che l’autore lo tenne sempre con sé.

Un’altra possibilità è che la tela sia appartenuta a Pieter van Ruijven, suo protettore, passata poi per vie ereditarie al di lui genero Jacob Dissius e messa in vendita alla morte di costui in un’asta ad Amsterdam nel 1696, così descritta in catalogo, tra le ventuno opere riconosciute di Vermeer: “Un tronie in abito antico, di straordinaria maestria”. Di certo apparve nel 1881 in un’asta all’Aja e fu acquistato per soli due fiorini e trenta centesimi di diritti, una cifra davvero irrisoria, da un collezionista locale, Arnoldus des Tombe, su consiglio dell’amico Victor De Stuers, noto uomo politico e storico dell’arte, che ravvisò la mano di Vermeer, benché con qualche riserva dovuta al pessimo stato di pulizia. Ripulito da un pittore di Anversa, ne emerse la firma sull’angolo in alto a sinistra e fu poi esposto per la prima volta in quello stesso anno al Mauritshuis, che l’acquisì nel 1902 con il legato testamentario di de Tombes.

IL GENIO DI DELFT

Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632, quando Rembrandt, ventiseienne e attivo ad Amsterdam, era già considerato un maestro. L’Olanda – nonostante il perdurare della rivolta contro il dominio asburgico, che durò ottant’anni e terminò nel 1648 con la pace di Vestfalia – già competitiva nel mercato fluviale, era diventata la potenza dominante nel commercio internazionale con la fondazione nel 1602 della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che controllava tutti gli scambi col Giappone. Le città prosperarono sia economicamente sia nel campo scientifico che in quello culturale. A Delft, conosciuta per la produzione della birra, la tessitura degli arazzi e la lavorazione della famosa ceramica blu, crebbe una ricca borghesia che favorì lo sviluppo dell’attività artistica.

Vermeer, pittore stanziale, ebbe – nonostante la concorrenza di altri ventisei attivi nella cittadina – affezionati collezionisti locali, pronti a sborsare cifre altissime per avere i suoi dipinti: il citato Pieter Claesz van Ruijven arrivò a possederne ventuno. Una quantità notevole se si considera che quella di Vermeer era una pittura lenta e di opere ne produceva poche, forse nemmeno tre l’anno, ben pagate, sì, ma il cui guadagno non bastava, unitamente al piccolo commercio di quadri ereditato dal padre, per mantenere moglie e undici figli. Si era sposato con Catharina Bolnes, discendente da una famiglia patrizia del Gouda; il consenso al matrimonio, che l’innalzò socialmente, l’ottenne dopo essersi convertito al cattolicesimo, assicurandosi in tal modo anche nuovi clienti. Una vita discretamente agiata gliela permise il sostegno della facoltosa suocera, Maria Thins, finché le conseguenze della terza guerra anglo-olandese, nel 1672-1674, fecero precipitare la situazione economica. Vermeer cadde in uno stato di grave prostrazione e il 16 dicembre 1675 morì all’improvviso, probabilmente per arresto cardiaco.

Rembrandt, abbandonata la scena sei anni prima, ormai ridotto sul lastrico dallo sperpero dei suoi lauti guadagni, aveva prodotto molto, oltre seicento dipinti, e la fortuna critica l’accompagnò nei secoli a venire tenendo viva l’attenzione dei collezionisti. Per Vermeer invece andò diversamente e i suoi lavori furono presto confusi con quelli di altri artisti che dipingevano soggetti simili. Era il 1842 quando il giornalista francese Théophile Thoré-Bürger vide al Museo dell’Aja una sua veduta di Delft e, incantato dalla qualità del dipinto, iniziò una ricerca approfondita di altri suoi quadri visitando musei e gallerie private, ricercando vecchi documenti, finché riuscì a compilare il primo catalogo delle opere del pittore, seppur con un eccesso di attribuzioni azzardate (oggi sono trentasei i dipinti riconosciuti autografi).

Affermati critici d’arte gli dedicarono in seguito ampi studi e il collezionismo, sia pubblico sia privato, si animò alla ricerca dei suoi capolavori. Sue opere cominciarono a essere esposte in grandi rassegne: la prima, Il concerto a tre, nel 1897 all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, che in seguito l’acquisì e da dove fu rubata nel 1990 (per il suo ritrovamento è tuttora stanziato un compenso di cinque milioni di dollari). E con la fortuna critica fiorirono i falsi, i più noti dei quali sono i sei di mano del reo confesso Han van Meegeren (1889-1947).

La mostra bolognese

Nella mostra di Bologna La ragazza con l’orecchino di perla ha una grande sala tutta per sé, alla fine del percorso articolato su dipinti di altri autori, collezionati da quella borghesia che nel quadro voleva vedere rappresentato il proprio mondo. Tra i paesaggi, caratterizzati da un’acuta osservazione della natura, ecco la limpida veduta fluviale di Jan van Goyen, le quiete luminanze di Salomon van Ruisdael, le suggestioni preromantiche di suo nipote Jacob van Ruisdael, la forza immanente della visione boschiva di Meindert Hobbema: sono riprese che hanno una stretta relazione con l’attività mercantile e il lavoro contadino. Con l’affermazione della nuova classe sociale aumentò la richiesta di ritratti, cui è dedicata la terza sezione, ed è interessante rilevare, tra gli altri, come nei due celebrativi di Jacob Olycan (produttore di birra) e di sua moglie Aletta Hanemans, eseguiti da Frans Hals nel 1625, l’abbigliamento – con gorgiera fittamente plissettata e inamidata, vistosi polsini merlettati e sontuose vesti alquanto ingombranti – risenta ancora dell’influenza spagnola. Ma ben presto gli olandesi segneranno l’evoluzione del costume prediligendo abiti più sobri, di raso e velluto neri, e colletti piatti di lino, di batista o trina, le cui texture saranno rese dai pittori sulla tela con grande maestria. I tre ritratti di Rembrandt sono animati da uno sguardo intimo, e rivelano il disincanto e la fierezza dei singoli soggetti.

Lui, per primo, ritrarrà diversi personaggi della borghesia in vesti d’uso quotidiano, tendenza confermata nella seconda metà del secolo quando i nuovi benestanti, arricchitisi con l’affermazione economica del paese, resi orgogliosi da un forte potere politico, illuminati da valori civili e tolleranza religiosa, fiorenti nelle arti, vogliono apparire quali essi sono, nei propri interni domestici, con scene che testimonino gli usi e costumi di una classe sociale emergente. Lo vediamo nella serie di spaccati di vita reale: dall’Uomo che fuma e donna che beve in un cortile di Pieter de Hooch (1658-1660) alla Ragazza malata e la Ragazza che mangia ostriche di Jan Steen (1659 – 1661) e la Donna che scrive una lettera di Gerard Ter Borch (1665 c.), in stanze con arredi che rivelano agiatezza, quanto le mises che i personaggi indossano. Scene intime, costruite su gesti semplici; è pittura narrativa che afferma una nuova concezione della realtà, oltre il pretesto aneddotico, e che sul piano estetico nega definitivamente il manierismo di gusto spagnolo.

Rispetto ai colleghi, Vermeer semplificava l’ambientazione, unificava lo spazio del quadro con la luce e infondeva alla scena un certo intimismo, come vi fosse un segreto da proteggere; ciò lo rende, potremmo dire, più moderno e unico nel suo tempo, anche per la grande finezza pittorica, probabilmente consentita dall’utilizzo della camera ottica e dall’ausilio di specchi per una migliore messa a fuoco: così hanno supposto gli studiosi negli ultimi decenni (non è quindi una scoperta recente dell’ingegnere texano Tim Jenison, come riportato un paio di mesi fa sulla stampa internazionale). Nessuno di tali suoi interni è però in mostra, poiché il museo dell’Aja non ne possiede. Di suo troviamo Diana e le ninfe, scena mitologica, tra l’altro insolita rispetto all’iconografia legata alla dea, qui riconoscibile solo per l’attributo della luna crescente sulla fronte, opera a lungo dibattuta sull’attribuzione per i collegamenti con la scuola rembrandtiana e una certa influenza italiana.

C’è anche il Canto di lode di Simeone di Rembrandt (1631), soggetto biblico maestosamente ambientato, del quale apprezzare la grandiosità dell’interpretazione e l’eccelsa pennellata. Prima di arrivare a contemplare La ragazza con l’orecchino di perla, una sequenza di nature morte

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testimonia il gusto per questo genere che dai memento mori, qui esposti, si è allargato alla maggiore richiesta di composizioni che dovevano raffigurare conchiglie frutti esotici e manufatti importati, simbolo della prosperità del paese, e fiori aringhe ostriche e boccali di birra, simbolo dell’economia nazionale. La scomparsa di Frans Hals nel 1666, di Rembrandt nel 1669, del genio di Delft sei anni dopo e poi di Jacob van Ruisdael nel 1682, è contemporanea del declino dei valori che avevano generato tanto splendore. I radicali mutamenti della pittura olandese negli anni immediatamente successivi avvengono, tuttavia, sul nuovo orientamento di gusto dei ricchi committenti, membri di una nuova borghesia spocchiosa, in una realtà sociale sbilanciata, nel cui ambito alla sua opulenza si contrapponeva la povertà di una classe sfruttata; e partiva da qui il tramonto del Secolo d’Oro.

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Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.

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