Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.

Così scriveva il nostro Dino Campana. E così scriverebbe Paolo Schmidlin, se per un attimo togliesse le mani dai suoi modellati per afferrare una penna. Per fortuna non lo fa e rimane immerso nel suo meraviglioso fango per estrarvi delle perle scultoree di rara intensità. Mi son sempre chiesto se alcuni scultori, davanti al blocco di argilla ancora da modellare, possano rimanerne abbagliati. Folgorati da tanto nulla. Come capita sovente agli scrittori di fronte alla pagina bianca. Per fortuna i poeti non hanno di questi problemi: i fogli ci parlano direttamente. Schmidlin lo conobbi diversi anni fa. Mi fu presentato da un anziano collezionista che di lui mi disse ciò che poi avrei scoperto essere il suo più grande pregio: non si rende conto di essere un gigante. È probabilmente il segreto di questo sublime artista. Schmidlin infatti crea, con una precisione e una minuzia maniacale, dei soggetti che vorrebbero – nei suoi intenti – essere belli. Vorrebbe realizzare dei bei busti. Curati nei più piccoli particolari con un’attenzione che solo un grande artigiano sa avere. Ha infatti una manualità sconcertante. Ed è proprio attraverso la manualità, la ricerca del fare bene, del fabbricare, che Schmidlin realizza le sue creature.

A un occhio poco attento potrebbero sembrare delle belle opere, curate nei minimi dettagli. Ma in realtà c’è molto di più. Perché il nostro Schmidlin ha un’anima di lava, che si rivolta e contorce come quella dei fiumi che trovano sbarrato il loro passaggio e non possono farsi cascata. Come quella dei poeti che gettano a Dio piume e lacrime sperando di riceverne in cambio una veste. O una carezza. È l’anima malconcia e incontenibile di questo scultore a dare il soffio di vita alle sue creature. Si illumina qualcosa in quei volti immobili. È proprio questa immobilità delle carni a scatenare il profondo movimento interiore che Schmidlin riesce a donare alle sue opere. Sembra quasi che infonda alle sue sculture, ai suoi figli malati di vita, quella paura nera che non li fa muovere più. E quando ci rendiamo conto della nostra somiglianza interiore con le sue sculture, è il momento in cui non possiamo più farne a meno. Nonostante abbia esposto con i più grandi artisti della scena contemporanea e le sue opere abbiano visitato tante di quelle mostre e musei da aver fatto perdere il conto, Schmidlin ha mantenuto una tenera autenticità tanto rara a trovarsi.

Si stupisce per tanto clamore e quasi a giustificarsi mi dice:

Ma cosa vuoi che siano le mie opere di fronte ai grandi del passato. Di me, di noi, non resterà nulla.

Mi tornano in mente le parole di quel vecchio collezionista che così bene lo descrisse. Non so cosa rimarrà di noi e poco importa. So solo che oggi c’è un artista capace di parlare ai nostri viscerali decadimenti; scoprendoci nei lati più bui, riesce a metterci a nostro agio in tanta nudità. Si può chiedere di più all’arte?

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