Nella bellezza esangue ma non ancora sfiorita, mentre le vesti gonfie d’acqua avvolgono e trascinano Ofelia nella “fangosa morte”, assistiamo al dilemma e al pericolo di un isolamento adolescenziale prolungato, e al culto della donna morta, oggi sinistramente tornato in voga, proprio tra le donne.

Sull’acqua calma e nera, dove dormono le stelle,
come un gran giglio ondeggia la bianca Ofelia,
ondeggia lentamente, stesa fra i lunghi veli…
– Dalle selve lontane s’odono grida di caccia.
Son più di mille anni che la triste Ofelia
passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero.
Son più di mille anni che la sua dolce follia
mormora una romanza alla brezza della sera.
Dalla poesia Ofelia, di Arthur Rimbaud

 

Nel giorno contro la violenza sulle donne, mi sono soffermata sul ritorno del culto della donna morta nei lavori delle artiste. E non mi piace, perché se continuiamo ad elevare ad arte il suicidio della donna, è come se volessimo negare il principio stesso femminile, che è vita, non morte.

Forse il buon Shakespeare non poteva immaginare, mentre inseriva nella trama di Amleto la fragile figura di Ofelia, che costei sarebbe divenuta “il simbolo della donna affranta e isterica della cultura moderna”, a detta della critica letteraria femminista Elaine Showalter.

In effetti la triste eroina ha riscosso, soprattutto negli ultimi anni, un enorme consenso nel mondo artistico al femminile – principalmente nella fotografia – che continua a mettere in scena all’infinito la morte di Ofelia, nell’eterna rappresentazione della donna mollemente adagiata sull’acqua.

Certamente, buona parte della “colpa” ce l’ha anche Sir John Everett Millais, il cui celebre ritratto dell’Ofelia immersa nel ruscello è diventato l’icona di stile più rappresentativa del filone, anche per via della storia personale della modella che posò per lui, purtroppo molto simile a quella di Ofelia. Elizabeth Siddal, moglie di Dante Gabriel Rossetti e modella preferita dei Preraffaelliti, si ammalò di bronchite proprio durante le estenuanti sedute di posa, immersa vestita in una vasca da bagno in pieno inverno;morì poi suicida per un’overdose di laudano, a seguito di una lunga depressione, e le fu negata la sepoltura in terra consacrata.

Ofelia morente nella storia dell’arte

Per rendersi conto di quanto oggi il tema di Ofelia sia tornato di moda, basta cercare su Google immagini per trovare ogni giorno nuove quanto ritrite raffigurazioni della sua morte.

La differenza tra le Ofelie preraffaellite e questa mania, che potremmo chiamare Ofeliatudine, ricade nella scelta del soggetto, ovviamente sempre a mollo, e nelle sole due opzioni di posa:o morta o moribonda. Moltiplicata in migliaia di scatti quasi identici, l’Ofeliatudine è espressione di un certo compiacimento per quello stereotipo femminile fermo al campionario di donne abbandonate, perse e svenevoli alla d’Annunzio e Fogazzaro, con tanti saluti alla donna forte e indipendente profetizzata da Marinetti. L’Ofelia di questi ritratti è l’oggetto erotico in primis di se stessa, un Narciso che continua a spegnere il suo desiderio nello specchio d’acqua che lo riflette.

Ofelia da viva nella storia dell’arte

Complice anche il fatto che il suicidio all’epoca era considerato immorale e illegale, gli artisti preferivano immortalare  Ofelia da viva, cogliendola prima della tragedia, un po’ come Ovidio faceva nelle sue Heroides.
A segnare invece il nuovo filone Ofelia è la fine della vitalità, quindi l’antitesi stessa dell’essenza femminile,  tra l’ossianico e il necroromantico, che si rifà alle rappresentazioni su tela di Millais, Cabanel, Delacroix, Burthe e degli altri artisti che la ritrassero nell’atto della morte.

Ofeliatudine

Nella bellezza esangue ma non ancora sfiorita, mentre le vesti gonfie d’acqua avvolgono e trascinano Ofelia nella “fangosa morte”, tra ranuncoli e dita di morto, assistiamo al dilemma e al pericolo di un isolamento adolescenziale prolungato, e al culto della donna morta, oggi sinistramente tornato in voga, proprio tra le donne.

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