Odd Nerdrum è un sacerdote eretico che vive in cappelle sconsacrate, abbandona i giardini dell’Eden per andare ad abitare lo Stige.

Ci sono pittori che si alienano dalla dimensione contemporanea fatta di follia e di improbabili scorciatoie cognitive; pittori che appartengono alla grande tradizione figurativa e che sono stati in grado di creare un proprio linguaggio, attraverso la concretezza dei contenuti e la grande abilità tecnica. Uno di questi è il norvegese Odd Nerdrum.

Sarebbe sbagliato considerarlo solo un grande pittore, in realtà Nerdrum è un intellettuale che disquisisce di filosofia e letteratura. Lui stesso si definisce Re Kitsch, ovvero il nemico di quell’arte contemporanea che tende a esaltare idoli di cartapesta, che realizza pupazzi giganti e tempesta teschi con diamanti. I suoi scenari rimandano a un mondo forse delle origini, dove i suoi personaggi indossano elmi e impugnano coltelli. Odd Nerdrum è un sacerdote eretico che vive in cappelle sconsacrate, che abbandona i giardini dell’Eden per navigare sullo Stige, e che indossa la sua corazza per lottare contro un mondo fatto di ingiustizia sociale e malessere quotidiano.

Il mondo dell’arte ha bisogno anche di nemici. Ha bisogno di quei pittori che anziché vivere nei giardini del paradiso terrestre, preferiscono salire sulla barca di Caronte ed essere così traghettati all’inferno.

Lei da molti è definito il nemico numero uno dell’arte contemporanea. Un pittore controcorrente, che non segue le mode del momento.

È stata una scelta personale; ho sentito di doverla fare anche a costo di sacrificare la zona di comfort.

Molte delle sue opere raccontano la morte, con una poetica che definirei dell’oltretomba. Le sue figure si proiettano nel limbo della psiche in cui l’essere umano si isola per prendere coscienza di sé. Sono figure che anche nella morte mantengono la loro dignità. Quali sono i grandi insegnamenti che i Maestri del passato le hanno lasciato?

Tutti vivono in eterno. Anche se non lo sanno. Le mode vanno e vengono. La pittura è a diversi livelli: il primo livello è quello egocentrico, prendiamo per esempio Matisse o Jackson Pollock, e i disegni dei bambini con moltissimi colori.
Quello è il momento dove l’artista dice: “Guardami!”Il livello successivo è quello geocentrico, e penso a Sargent, o anche a Velasquez. Vogliono dire qualcosa sul loro contesto, su dove si abita, sulla vita di tutti i giorni ed è una dimensione lineare e semplice da capire. Per finire abbiamo il livello eliocentrico: qui c’è Leonardo da Vinci. Quando dipinge un paesaggio, per esempio, non riporta verto la reminiscenza di chi lo possiede. Spira un’aria di universalità, e il paesaggio testimonia l’esistenza sulla terra. Allo stesso modo gli occhi nei ritratti cercano qualcosa che va oltre ci guarda, e così via. Per raggiungere quel livello bisogna avere molta esperienza. Così tanta da sentirsi totalmente liberi, e la libertà è conoscenza. Nessuna delle tre dimensioni è sopra l’altra, c’è solo un percorso semplice, e uno più difficile, e si alternano in un tempo che chiamerei circolare. Noi viviamo in un tempo egualizzato.

 

Lei è sicuramente un importante punto di riferimento per gli artisti contemporanei legati alla pittura di tradizione. In molti vorrebbero diventare suoi allievi. Come li sceglie e quali sono i consigli più importanti che darebbe?

Alcuni sono diventati amici molto stretti. Preferisco le persone intelligenti, perché sono più umane. Il mio esempio è importante: loro possono vedere tutto ciò che faccio. Condivido le mie tecniche e loro hanno la possibilità di stare alle mie spalle ed osservare mentre dipingo. Se gli allievi sono abili, sono anche simpatici.

Molto controverso è il suo rapporto con i critici d’arte. Un critico a mio avviso dovrebbe essere allo stesso tempo sia un demone castigatore che un angelo custode, ovvero dovrebbe seguire l’artista nel suo percorso, lasciando a lui la ricerca. Cosa ne pensa a riguardo?

Edvard Munch aveva un amico, il suo nome era Jens Thiis. Stavano disegnando insieme in classe alla lezione di nudo. Jens capì subito di essere un dilettante in confronto al suo amico e decise di diventare critico e storico dell’arte.
Jens Thiis è stato un importante sostenitore dei dipinti di Munch,direttore della National Gallery in Norvegia dove, in una stanza, custodì una meravigliosa collezione dei dipinti di Munch. Penso che Jens Thiis debba essere un modello ispiratore per gli storici dell’Arte.

Il suo è un percorso pittorico davvero museale. Ha esposto nelle più importanti gallerie e musei di tutto il mondo. C’è un posto in cui ancora non ha esposto dove le piacerebbe esporre?

Vorrei esporre con Rembrandt e Caravaggio. Il tempo non è un limite. Al momento, non mi preoccupo del tempo. Il tempo è un problema dei vecchi. È sconfinato. Ho la sensazione che se ami la vita, chiunque può vederlo nei tuoi tratti di pennello. Vedere che gestisci la vita e che la ami. Nulla di più. Non si tratta di originalità, ma di avere una storia d’amore con la ricreazione della vita.
Da quando sono nato, da rifugiato, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ho vissuto in una zona di guerra.
Ero orfano, il destino mi ha segnato, e sono ancora in zona di guerra.

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