Per i cinefili c’è una cosa più disonorevole di arrivare tardi al cinema ed è perdersi i titoli di testa. Ma entrare prima significa anche rimanere dopo il film, perché spesso le sorprese stanno anche in coda.

 

Per i cinefili c’è una cosa più disonorevole di arrivare tardi al cinema e perdersi la prima inquadratura, ed è perdersi i titoli di testa.

Anche perché spesso, nascosti all’inizio di un film non necessariamente all’altezza, si trovano delle vere e proprie perle. Un esempio?
“Sahara” è stato considerato un flop in tutto e per tutto, ma i suoi titoli di testa sono eccellenti. Sono stati realizzati dal noto studio Framestore (lo stesso che ha curato quelli dell’ultimo James Bond, Skyfall) e simili per tecnica a quelli di “Delicatessen” del regista Jean-Pierre Jeunet, che guarda caso sembrano essere i titoli preferiti di Karin Fong, direttore creativo della Imaginary Forces.

Imaginary Forces è uno degli studi più prolifici in questo campo, ed è lo stesso che ha realizzato i titoli della serie Black Sails.
In questa sigla dalle atmosfere corsare si sente ancora l’influenza di Saul Bass e del suo lavoro per “Spartacus”, solo che qui al posto del marmo delle statue romane c’è l’avorio digitale scolpito nella barocca polena di una nave pirata.
Ora, il rischio che lo spettatore arrivi tardi al cinema, o peggio, si distragga mandando gli ultimi messaggi prima dell’inizio del film e possa perdersi questi piccoli capolavori per i quali ha pure pagato è una costante.

L’era dell’accesso, come l’ha definita Rifkin, oltre ai vantaggi dell’essere connessi col mondo rischia di sconnetterci dalla realtà che viviamo non virtualmente, e lentamente di farci perdere l’attenzione per piccole cose che a volte non sappiamo godere: come i titoli di testa di “Dinner for Schmucks” con gli indimenticabili diorami fatti con i topolini imbalsamati, che anticipano la passione bizzarra del protagonista.
Fortunatamente le opportunità di offrire, da parte degli artisti, e di fruire, da parte nostra, di meravigliose sequenze d’apertura, vengono moltiplicate delle nuove serie televisive d’oltreoceano.
Un intrattenimento di classe sempre più cinematografica, che necessita ormai di avere titoli all’altezza del resto della produzione.

Oggi più che mai è proprio in TV (o sul web) che l’arte dei titoli di testa trova il maggior spazio.
L’esigenza di introdurre ad ogni episodio le atmosfere elaborate, i mood ricercati e soprattutto i temi complessi trattati da questo nuovo “cinema a puntate” richiede uno sforzo congruo nonché un serio lavoro di ricerca. Un esempio per tutti: gli openings magnifici realizzati da Patrick Clair e Raoul Marks con lo studio Elastic per “True Detective”.

Lo stile è ispirato al lavoro del fotografo Richard Misrach e introduce con le sue brillanti sovrapposizioni analogiche le ambientazioni cupe e la natura contraddittoria dei personaggi.
La soluzione adottata in questi titoli, oltre a vantare già delle imitazioni, è fresca di vittoria del Primetime Emmy Award, sezione design titoli di testa, ovviamente.

I titoli creati per una serie televisiva verranno visti spesso, precederanno più puntate diverse, per questo l’arte dei titoli ha trovato nella serialità uno dei suoi spazi più felici: intensissimi quelli di “Boardwalk Empire” sempre per Imaginary Forces, molto inquietanti quelli di “American Horror Story” realizzai da Kyle Cooper (fra l’altro ci aveva già turbato con i titoli di “Seven” di Fincher), divertenti quelli firmati da Jamie Caliri per “United States of Tara”, un elegante equilibrio fra stop-motion e cartoon.
E qui una nota a parte, in chiusura, la meritano i titoli di coda di “Lemony Snicket”, realizzati con la stessa tecnica ipnotica che proprio lo stesso Caliri ci regala, ma solo alla fine, come a dire che per godersi i titoli non solo si entra prima ma si rimane anche dopo il film.

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