Nevinson fu pittore dallo straordinario spirito dei tempi. Dal successo mondano delle sue opere di guerra all’emarginazione, forse voluta, ripercorriamo le tappe di un artista di denuncia sui costi umani della guerra, oggi più che mai attuale.

Giovane antimilitarista, Christopher Richard Wynne Nevinson (1889-1946) viene spedito in Francia nel 1915 non a combattere per la Royal Army, ma per il costituendo Imperial War Museum: non è un artista di forti concetti o grandi linguaggi, ma di cose e di effetti, affascinanti, anche se talvolta terribili. È così che, fin quasi alla fine della Grande guerra, Nevinson dipinge acriticamente situazioni di combattimento, scene di guerra, spettacoli pirotecnici causati dalle esplosioni. Nello stesso tempo cambia lo sguardo che si appunta più sui “disastri della guerra” che sulle sue fascinazioni: il suo Sentieri di gloria (1917), un po’ come il Gasati e feriti di Eric Kennington (1918), è un’opera spietata e impietosa nella sua denuncia dei costi umani della guerra e, nonostante entrambe siano tra le più rappresentative mai stese su quell’argomento, non entreranno nel museo di guerra britannica.
Ma mentre la guerra indicò a Kennington (1888-1960) un progetto di vita, facendolo restare nel mondo dell’illustrazione e della celebrazione della Grande guerra, la vicenda umana e artistica di Nevinson è complessa, il suo sviluppo tormentato.

Al grande successo mondano delle opere di guerra non corrisponde infatti altrettanto successo nel dopoguerra, la sua pittura si appiattisce in una sorta di paesaggismo urbano, appena consapevole dell’industrialismo che ha incominciato a conquistare le grandi città. La sua tavolozza si ingrigisce, il suo disagio esistenziale si trasforma in un rancore che finirà per emarginarlo, nonostante un tentativo di riscossa in terra americana.

Arrivata la Seconda Guerra Mondiale sarà utilizzato in servizi logistici; un suo quadro sulla Battaglia d’Inghilterra entra anche a Downing Street, dove si trova tuttora, in omaggio a W. Churchill.

Ma il grande Nevinson è un altro: è quello del suo periodo più difficile che, tra il 1932 e il 1935, dà vita a tre opere, che meriterebbero di essere esposte insieme (mentre ora sono in tre differenti musei) per la continuità del loro messaggio e l’intensità dolente del linguaggio che l’accompagna.
Sono dipinti dedicati non alla guerra, ma a quello che potremmo definire oggi, allora non era possibile, l’“ante-guerra”. Si tratta de Il ventesimo secolo (1932-1935), Il culto senza fine del sacrificio umano (1934), Il trionfo di Pan (1934).

Si tratta di tre quadri tristi, dai colori tendenzialmente opachi e sempre virati verso una tonalità grigia, come può esserlo la realtà in cui si dibatte una persona: il loro argomento – meglio, l’analisi che propongono – è il cammino verso una nuova guerra. Siamo di fronte a uno sconsolato e dolente avvertimento: né ribellione, né vivace denuncia politico-ideologica.

Nevinson intuisce il cammino su cui la storia si era avviata e lo dice. La pittura si fa qui discorso, ammonimento, analisi critica di un mondo: la più alta forma di comunicazione possibile. Questo è, normalmente, il contenuto della grande arte: quando è fine a stessa, invece, non ci lascia forse un che di stucchevole e di insoddisfatto in bocca? Basta far caso agli anni in cui Nevinson dipinge per capire che cosa lo preoccupasse e lo spaventasse. Il primo pannello di questa ideale trilogia è dedicato alla città che cresce e produce un’architettura senza precedenti: nella parte bassa del quadro compaiono, tuttavia, anche tante baionette, così come, in un angolo, si nota una croce gammata.

Il centro della scena è dominato da un cannone – che potremmo persino considerare come una presenza scontata – e dallo statuario monumento che rappresenta un immenso personaggio scultoreo pensoso: incombente, i tratti del volto sono imperscrutabili ma il suo pensiero non può non aver a che fare con le baionette, il cannone e la moltitudine di persone, alcune delle quali esibiscono inquietanti baffetti. Un mondo nuovo sta avanzando, ma non sempre il nuovo è meglio di quello passato, e nel pannello successivo Nevinson ricorre a tutta l’iconografia bellica e religiosa – meglio sarebbe dire: “bellico-religiosa”, perché in pittura, ma anche nella realtà, le due dimensioni si sono trovate sovente intrecciate – che conosce: santi, martiri e madonne, cavalieri medievali e aeroplani. Coloro che nell’opera precedente erano in abiti civili ormai sono tutti militarizzati: cannoni, baionette e morti allineati uno accanto all’altro, in primo piano. Ma il centro dell’opera è un crocefisso reclinato verso le immagini dello scontro in atto. Se il primo pannello ammoniva sul cambio di congiuntura politico-internazionale e il secondo mostrava la crisi ormai in atto, il cui esito non è ancora definito, il terzo, Il trionfo di Pan presenta un mondo nuovo e tutt’affatto diverso da quello dei primi due pannelli.

Accanto alla rassicurante visione di signori in bombetta e signore con cappello che si imbarcano su poderosi piroscafi lasciandosi alle spalle quella stessa inquietante architettura del primo pannello, presente in una funzione translucida di trasparenza che si compenetra nella realtà e la filtra, il quadro è dominato, come il primo, da una figura scultorea, che ha ormai raggiunto l’aspetto statuario di un busto da museo. Ma questa volta, non soltanto le fattezze del volto sono chiare, è addirittura sornionamente sorridente, come se tra le catene che lo contornavano e che sembra aver spezzato, la partita fosse finita: tutto va bene, l’ordine è restaurato, gli affari vanno a gonfie vele e non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Non era forse questo il messaggio con cui il nazi-fascismo credette di poter narcotizzare, e per un po’ ci riuscì, le masse e dirigerne le scelte?
Per fortuna, la loro fu un’illusione, anche se risvegliarsene costò al mondo cinquanta milioni di vittime. Pochi avevano colto, come Nevinson, lo spirito dei tempi.

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