Proprio in questo divieto biblico che ne negherebbe l’esistenza, l’arte ebraica trova invece la sua profonda essenza e raison d’être. Alla luce della contraddizione interna del dover fare arte figurativa senza figurare, se ne deve leggere tutto il percorso e l’evoluzione successiva. Il Museo Ebraico di Roma e la sua collezione permanente ne offrono uno straordinario esempio, che ha il vantaggio, rispetto ad altre analoghe raccolte, di nascere in loco, in quella che costituisce una delle più antiche realtà ebraiche della diaspora, il cui primo nucleo embrionale risalirebbe alla prima distruzione del Santuario di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi.
Successivamente, la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e l’immigrazione degli ebrei libici negli anni Settanta del secolo scorso, ne hanno arricchito ulteriormente la fisionomia e la natura originaria. Di fatto la storia di questa comunità è a tal punto intrecciata e legata alla realtà italiana, e a quella della città di Roma in particolare, da determinare la nascita di una lingua a sé, il giudaico romanesco, che traslittera termini ebraici e li cala nel colorito contesto linguistico dialettale romano.

Lo straordinario patrimonio artistico e documentario del museo raccoglie le donazioni che i fedeli fecero alle sinagoghe di Roma in un arco di tempo compreso all’incirca tra Cinquecento e Ottocento. Prima della costruzione di un unico e grande Tempio Maggiore nel 1904, il ghetto di Roma contava ben cinque sinagoghe, le Cinque Scole, raggruppate in un unico edificio. Queste vennero rase al suolo insieme all’antico ghetto, con un’azione programmatica che fu il manifesto più eclatante dell’avvenuta emancipazione degli ebrei nel 1870.
Le raccolte artistiche provenienti dalle Cinque Scole (Nova, Tempio, Castigliana, Catalana e Siciliana), conservate nei magazzini del nuovo tempio e in parte riutilizzate per il rito, sopravvissero alle razzie naziste del 1943, poiché nascoste da un gruppo di coraggiosi al di sotto della pavimentazione del bagno rituale. Quando i sigilli posti alle porte del tempio furono riaperti alla vigilia della Liberazione, non passò molto tempo perché la comunità avvertisse il bisogno di allestire un percorso espositivo con quell’eccezionale patrimonio sopravvissuto.

Già nel 1960 nasceva dunque il Museo Ebraico di Roma, allestito nelle stanze superiori del Tempio Grande. Solo nel 1995 verrà trasferito nell’attuale sede, sempre nel medesimo edificio, ma al piano seminterrato e in uno spazio ben più ampio e composito.
In cosa consiste dunque questa straordinaria collezione? Di particolare interesse sono le novecento stoffe utilizzate per il rito nei secoli. Si tratta di splendidi tessuti di variegata provenienza europea, le più antiche risalenti al 1400.
Avendo precluse la maggior parte delle professioni, gli ebrei del ghetto erano spesso commercianti di stracci e non di rado veniva affidato loro lo sgombero di antichi palazzi nobiliari.

Quando vi trovavano stoffe particolarmente belle e preziose, queste venivano tenute da parte per essere poi sistemate e ricucite dalle donne e successivamente donate al tempio come addobbi cerimoniali, spesso destinati ad avvolgere i rotoli sacri della Torah.
Dalla distruzione delle Cinque Scole nel 1908, provengono poi numerosi arredi fissi marmorei, tra cui spicca il cinquecentesco Aron, l’arca santa, proveniente dalla Scola Catalana e numerose steli con iscrizioni, testimonianza di offerte votive o di monumenti funerari.
Non mancano le pergamene miniate e gli argenti, circa quattrocento, anch’essi di uso rituale, che testimoniano l’evoluzione del gusto decorativo degli argentieri romani dall’età barocca al neoclassicismo. La funzione decorativa è d’altronde l’unica modalità permessa in cui l’arte ebraica possa esprimersi.
Ogni volontà figurativa è infatti bandita e le uniche eccezioni alla regola si hanno quando la famiglia vuole ornare del suo stemma il dono votivo.

È solo con questa finalità che possono allora comparire leoni, api e altri animali e oggetti inanimati. Per il resto è un trionfo di volute e motivi decorativi reiterati. Qualche deroga si ritrova anche nelle ketubot, i contratti matrimoniali su pergamena, nelle cui decorazioni non mancano talora persino scene con figure umane, spesso raffiguranti i due sposi.
Una parte del museo è infine dedicata alle testimonianze legate alla Shoà, senza che tuttavia, come spesso accade in musei ebraici e simili, questo tema prevalga e risulti preponderante nel percorso espositivo rispetto ad altre tematiche.
La cultura ebraica vuole essere infatti considerata ed esplorata qui, non solo per il momento tragico della sua negazione.
Si vogliono considerare invece tutti gli aspetti e le manifestazioni di una cultura secolare complessa e composita, che non può e non deve essere riassunta solo in uno dei momenti più tragici della sua storia, per quanto se ne abbia la responsabilità di perpetuarne la memoria.
Il Museo ebraico di Roma è, oltre alla testimonianza storica di una minoranza, anche un tassello fondamentale nel mosaico che incarna le molteplici sfaccettature e realtà della Città Eterna. Da un’ansa del Tevere poco distante, gli ebrei romani mostrano infatti ancor oggi con fierezza l’unico punto della città dal quale la cupola del tempio appare all’orizzonte grande quanto quella di San Pietro, segno di quel costante confronto e coesistere di molteplici identità nella realtà romana.

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