Murderabilia è il neologismo che designa il collezionismo di feticci appartenuti ai serial killer o dei loro disegni e dipinti.  Tra la superstizione di chi acquista e il cinico calcolo di chi vende, questo mercato non si ferma dai tempi di Jack lo Squartatore.

John Wayne Gacy rivive in questi giorni grazie alla Haunted House di Rob Zombie, ex frontman della band industrial metal White Zombie, oggi solista e regista di film horror di culto.

Per chi non lo sapesse, John Wayne Gacy è stato un assassino e stupratore seriale di Chicago, che fece 33 vittime tra il 1972 e il 1978 – tutti adolescenti e maschi adulti – poi giustiziato tramite iniezione letale nel 1994. E’ noto anche come Pogo il Clown, poiché amava travestirsi da pagliaccio per intrattenere i bambini alle feste. Ora, l’attrazione itinerante di Rob Zombie, la Casa Infestata, questa volta è approdata proprio a Chicago, luogo dei delitti e residenza delle famiglie delle vittime.

A riaprire la ferita ci pensa la stanza di Gacy, dove un attore che lo impersona nei panni di Pogo il Clown è seduto tra due bambole spettrali vestite come Boy Scout. Per Rob Zombie quella stanza è divertente: Pogo regala palloncini a forma di animale ai bambini che entrano a curiosare. Per il produttore della macabra attrazione, Steve Kopelman “la stanza è sì di cattivo gusto, e pure offensiva, ma si tratta di arte. E alcuni tipi di arte sono di cattivo gusto.”

Ma John Wayne Gacy, sebbene morto da vent’anni, continua più di altri serial killer a rivivere, non solo negli incubi dei famigliari delle vittime, ma anche della polizia, a causa dei mercanti e dei collezionisti d’arte macabra. Se da una parte c’è la celebrità nera dell’assassino, dall’altra c’è l’immortalità dell’artista:se riunite nella stessa persona, il successo è garantito, per quel meccanismo perverso antico di secoli che è l’estetizzazione della violenza. E Gacy amava dipingere, soprattutto se stesso, nei panni del Clown.

John Wayne Gacy – Pogo il Clown

Nel 2011, 73 opere che John Wayne Gacy realizzò in cella furono battute all’asta di beneficenza organizzata dalla Arts Factory Gallery di Las Vegas, i cui proventi andarono a diverse associazioni delle vittime di serial killer. Fin dagli anni ’80, anche da carcerato Gacy teneva comunque diverse personali all’esterno, che attiravano folle di curiosi e ovvie polemiche, ma l’assassino sosteneva di non guadagnarci nulla e che il suo scopo era solo quello di portare gioia nella vita delle persone con le sue opere:25 di queste, appena morto, furono bruciate in pubblico alla presenza dei famigliari delle vittime.

Esiste un mercato macabro che dagli omicidi di Jack lo Squartatore in poi ha cominciato a muoversi in contesti sotterranei e che oggi vive di scambi alla luce del sole grazie a una serie di siti specializzati in murderabilia – neologismo coniato dal poliziotto Andy Kahan – direttore dell’Ufficio Vittime del Crimine del Dipartimento della Polizia di Houston, nel Texas. Il termine murderabilia delinea un particolare tipo di collezionismo, legato ad oggetti appartenuti ai serial killer, come le armi o gli abiti usati durante gli omicidi, le case, le auto o i manufatti da loro creati, come disegni o dipinti, quasi sempre ben lontani dall’essere delle opere d’arte.

La cosiddetta Killer Art è comunque quella che va per la maggiore tra i collezionisti dell’orrore e definisce per lo più le opere create dagli assassini durante la detenzione, siano essi disegni o poesie. E nella logica di un mercato così fiorente, è stato un attimo passare dall’arteterapia di rito alla speculazione concordata tra i mercanti di genere e i carcerati.

Nel 2001, dopo una lunga battaglia, fu proprio Andy Kahan a riuscire nell’impresa di far bannare da eBay qualsiasi tipo di vendita di murderabilia. Come era però prevedibile, i venditori hanno rimediato aprendo dei siti personali dove è possibile comprare all’asta qualsiasi reperto. Siti come Serial Killer Ink, Supernaught o Dark Vomit sono ancora in attività dal 2001, nonostante l’esistenza di diverse leggi note come Son of Sam, dal nome di battaglia del serial killer David Berkowitz:la prima di queste leggi venne infatti promulgata dopo le ingenti proposte economiche fatte da diversi editori all’assassino, al fine di acquisire in esclusiva i diritti della storia. Queste leggi, basate sul divieto di trarre profitto dalla propria cattiva fama – Notoriety for Profit – si sono scontrate con i principi del Primo Emendamento, e alcune di queste sono state dichiarate incostituzionali. Lo stesso principio per cui Rob Zombie può realizzare la sua installazione di dubbio gusto su Pogo il Clown, nella trasfigurazione da killer a personaggio leggendario.

E’ quindi una costante lotta sul filo del cavillo legale, perché, come dice Kahan, dal punto di vista delle vittime e delle loro famiglie vendere i murderabilia è la cosa più disgustosa cui possano assistere, “è come essere calpestati all’infinito dal sistema giudiziario”.
Ma tra mercanti senza scrupoli e collezionisti disposti a tutto pur di accaparrarsi un feticcio di morte, non è difficile eludere la legge, data anche la piena disponibilità da parte dei detenuti ad assecondare le richieste dei loro fan, in senso letterale. Afferrata al volo la possibilità di guadagnare grazie alla celebrità dei loro crimini, gli assassini in carcere non fanno altro che riprodurre se stessi e le loro gesta, proponendo scenari di violenza spicciola da rifilare a chi crede nel potere apotropaico del feticcio prodotto dal malvagio, o nel potenziale dell’amuleto, capace di donare forza a chi li possiede.

Ma che siano tutti artisti, questi serial killer?

Ma soprattutto, davvero un assassino disegna solo scenari di violenza e di orrore? Molti di questi manufatti sembrano studiati a tavolino per impressionare gli appassionati del genere, sempre alla ricerca del souvenir più morboso.
E’ da questi disegni che possiamo tracciare con sicurezza il confine tra la mente creativa e quella criminale?

Forse vale lo stesso principio che regola la ricerca del colpo di scena nell’arte canonica, qualcosa di volutamente sensazionale per colpire in modo artificioso lo stomaco dello spettatore, e quindi non rappresentante del vero io dell’artista, che si piega in nome di un’audience da catturare. Molti di questi assassini infatti non si preoccupavano di disegnare morti ammazzati o le repliche infinite delle loro gesta. E allora, probabilmente costoro disegnavano per loro stessi.
In altri tempi – questo è bene ricordarlo, per poterli giudicare col senso compiuto della storia – certi artisti non si sporcavano le mani solo di colore, ma anche di sangue. Sarebbe anche facile sostenere che nelle loro opere si rispecchia la violenza del loro carattere, se volessimo dimenticare sia i canoni dell’epoca sia i soggetti mitologici e biblici, gli stessi per migliaia di altri artisti non assassini, e che erano un passaggio obbligatorio legato alle committenze.

Pensiamo per esempio alla cantonata presa da Patricia Cornwell sul pittore Walter Sickert, da lei accusato di essere Jack lo Squartatore nel suo libro inchiesta Storia di un assassino:le sue indagini storiche presero le mosse da un dipinto di Sickert intitolato “La stanza di Jack lo Squartatore”.

Benvenuto Cellini, uno dei più importanti manieristi, era orafo, scultore, scrittore e argentiere ma anche pluriomicida. Fu proprio durante i suoi quattro anni di arresti domiciliari, questa volta per sodomia, che scolpì il celebre Crocifisso dalla fiera bellezza di marmo –conservato al Monastero dell’Escorial – e cominciò a scrivere la sua biografia La Vita.
Le sue opere, anche quelle più forti come il Perseo, esaltavano la bellezza e l’armonia, non il sangue, non la violenza, poiché Cellini conosceva il segreto di conferire anche alla morte un’allure di levigata perfezione, nella grazia del momento ultimo.

Caravaggio, tra un’escalation di risse, violenze, diffamazioni e omicidi giunse infine alla condanna per decapitazione che lo costrinse alla fuga da Roma fino alla morte, avvenuta mentre tentava invano di ritornarci. Ma a seguito di questa condanna, dipinse ossessivamente la sua decollazione, ritraendo il suo volto al posto di quelli dei soggetti condannati, quasi a volerla esorcizzare. Quasi un suicidio.

E’ interessante a proposito quanto sostiene il filosofo Luciano Galimberti:

L’artista è colui che è in grado di entrare nell’indifferenziato, che noi chiamano follia, e di uscirne: naturalmente non sempre ce la fa. La follia a cui accede l’artista è qualcosa di ben più radicale, è una follia di primo grado, ovvero è quella dimensione da cui è nata la ragione, nel tentativo di contenerla. Io chiamo questa follia degli artisti, o follia di primo grado, la follia dell’indifferenziato, dove le cose si mescolano, dove non funziona più il principio di non contraddizione. Se si ha il coraggio di entrare in questa follia, allora si entra nelle condizioni di fare opere d’arte. A questo punto, il suicidio è quanto di più vicino possa esserci, perché se io sono prima dell’ordine della ragione, sono prima della mia identità, sono prima della mia identificazione e prima del mio riconoscimento, e di fronte a me stesso divento una cosa trattabile, come si trattano le cose, gli oggetti dell’arte, i quadri, le sculture, io posso, così come scalpello una scultura, scalpellare me stesso. Chi invece ha parentela con la follia, cioè ha avuto il coraggio di entrarci dentro, che è il coraggio degli artisti, che sono i più arrischianti, costoro allora di fronte a un torto lo vivono come misconoscimento, non riconoscimento della loro identità, deprezzamento del loro valore. Sono questi i temi che fanno scatenare la violenza:la risonanza emotiva del torto, non il torto in sé, che può essere trattabile. Ma la risonanza emotiva, no.

Pensiamo invece alla mente folle di Hitler, che nei suoi acquerelli manifestava ideali di purezza e di tecnica, dei compitini precisi, ordinati, senza anima e senza gloria, quasi un manifesto di rassicurante anonimato borghese che pure respingeva con tutte le sue forze, e che gli costarono giustamente la non ammissione all’Accademia. Al contrario, potrei fare centinaia di nomi di artisti contemporanei che, se dovessero essere giudicati sulla base del sangue che versano nelle loro opere, dovrebbero essere immediatamente internati e invece non fanno altro che rappresentare le loro paure per esorcizzarle.

Tornando agli assassini diventati “artisti”, le cifre del mercato murderabilia non sono altissime, ma sicuramente impegnative.
Su Dark Vomit’s TRUE CRIME – Museum & Prison Art Gallery – si vendono le opere dell’assassino Gary Gilmore, uno dei pochi con talento artistico poi sprecato nella ribellione. Ci vogliono 8.000 dollari per Raimbow, un piccolo acquerello su carta, oppure 7.500 dollari per il disegno a pastelli colorati intitolato House on Canal Street, entrambi realizzati in prigione.

Con 3.500 dollari si può portare a casa un piccolo originale a olio dipinto da Gacy, avente per soggetto il suo gettonato alter ego Pogo il Clown, firmato e catalogato, oppure una lettera di quattro pagine scritta a mano dal famigerato stupratore e assassino seriale Ted Bundy, del 1988. Un disegnino di Charles Manson, firmato e autenticato, va sui 2.000 dollari, ma nei record dei sold out possiamo vedere che altre sue opere sono state vendute molto più care, complice il fatto che la maggior parte dei disegni di Manson sono ancora confiscati.

Poiché il diritto all’oblio è quasi una chimera nell’epoca digitale, e il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la libertà d’espressione anche a chi l’ha tolta al prossimo, gli assassini ancora detenuti hanno gioco facile nel rivendersi l’immagine per trarre continuo profitto dai loro delitti. Allo stesso modo, i mercanti hanno la libertà di vendere opere che continuano a denigrare le vittime e le loro famiglie. E dall’altra parte, c’è sempre domanda di murderabilia. Come cantava Battiato, “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.”

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