Quando mi si presenta l’occasione di un amarcord, non me la faccio di certo scappare. Rivisitare luoghi del passato per collegarli ad amici straordinari venuti a mancare da tempo, significa farli rivivere, perché coltivare la memoria fa parte della mia responsabilità professionale. Lo scorso maggio ho trascorso un paio di giorni nella Riviera ligure di Levante e, inevitabilmente sono sceso a Portofino, per cercare il mio tempo perduto. L’ho ritrovato nel ricordo di un lontano agosto del 1983, quando suonai alla porta della residenza estiva di Michele Cascella.

Mi aprì la porta lui stesso, con il grembiule bianco sporco di colori. Lo studio era al piano terreno, e su un cavalletto c’era una tela appena finita con una veduta di Portofino ripresa tra gli ulivi, con miniature di bianche barche a vela nel porticciolo e le caratteristiche case color rosa, scoscese sul mare. Cascella aveva novantun anni, ma la mano che teneva il pennello, intinto con garbo nella tavolozza, era ancora ferma e sicura nei passaggi tonali. Era un bel vecchio dagli occhi azzurri e dallo sguardo scrutatore, la sua voce era forte e la parlata aveva mantenuto le cadenze abruzzesi, benché da sempre vivesse a Milano. Osservandolo mentre si muoveva per lo studio, mi chiedevo dove prendesse tutta quell’energia e quel suo amore per la vita.

In verità i dipinti che mi porgeva in rapida visione, rappresentavano la cocciutaggine poetica di un artista che ogni giorno amava regalarsi un quadro, il riflesso di un sentimento che si trasformava sulla tela in un albero fiorito, o in una grande rosa, o in alcune casette di campagna protette da un cielo azzurro senza nubi, o nel ricordo di un campo di papaveri nella campagna di Ortona, dove era nato nel 1892. Ripeteva queste tematiche come un mantra.

Avevo conosciuto Michele Cascella agli inizi degli anni Settanta, quando mi aveva chiesto di prendermi cura, a livello critico ed editoriale, della sua prima monografia dopo il suo lungo soggiorno americano. In un certo senso aveva dovuto prendere la fuga poiché in Italia, nell’immediato dopoguerra, la ricerca informale aveva ormai vinto la sua battaglia, e i galleristi avevano chiuso le porte ai pittori figurativi di tradizione. Per non parlare della critica d’arte che si era subito allineata alla nuova moda.

Così Michele Cascella, che aveva alle spalle premi, riconoscimenti e Biennali di Venezia, aveva detto arrivederci al suo paese e al mercato che lo avevano abbandonato. Ritornò dopo due decenni, gestendosi assai bene con giovani mercanti non allineati; i suoi quadri furono ben presto accolti da un pubblico che gli restituì la fama. In seguito lo andai a trovare a Milano, nella sua casa al numero 12 di via Vettor Pisani, a pochi passi dalla Stazione Centrale, per fargli gli auguri per i suoi novantacinque anni.

Venne ad aprirmi Nori, la sua governante, che da qualche decennio lo accudiva con grande affetto. Michele fece il suo ingresso accompagnato in carrozzella da un’infermiera, scusandosi se mi riceveva seduto. Mi fece vedere il suo ultimo quadro – una veduta di Portofino – cromaticamente meno intenso, ma meditato, frutto della sua memoria immalinconita, e mi citò una frase del padre che gli fu maestro:

Lo vedi il muro di quella casa? Ebbene, in quella luce diventa una creatura, prende una sua fisionomia, e parla. Parla con te e con Dio soltanto.

Albert Camus ha scritto che «gli uomini muoiono e vengono dimenticati»; ma non tutti. A Portofino, nella scorsa calda primavera, mi sono fermato davanti alla sua porta, attendendo che Michele mi accogliesse ancora una volta, col suo grembiule bianco pieno di macchie di colore, per introdurmi nelle sue – e nelle mie – memorie.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.