Di Michaël Borremans colpisce la dolcezza di una grazia rara da trovare nell’odierna pittura, qui sempre lieve anche quando vuole rappresentare il male della psiche.  Più dolce di così non si può.

Circa 100 tra dipinti, bozzetti e filmati dell’enigmatico pittore Michaël Borremans sono in mostra fino al 31 gennaio al TAMA, il Museo d’Arte Moderna di Tel Aviv a rappresentare il lavoro degli ultimi 14 anni dell’artista belga.

La prima cosa che mi ha subito colpita appena entrata nella grande sala è stata l’armonia di una tavolozza dolce e lieve, spalmata con pennellate morbide e decise sopra soggetti che di leggero nulla avrebbero, se li considerassimo per le loro pose, espressioni e condizioni fisiche in cui versano.

 

C’è una pittura antica e una malattia moderna nei lavori di Michaël Borremans che già al primo impatto suscitano la voglia di possederli, sia nei piccoli che nei maxi formati da tre metri di altezza, perché quei soggetti, che sono anche istanti di storie che potrebbero essere state sceneggiate da David Lynch, Greenaway o da Kubrick, si fondono dentro una tecnica che ricorda a tratti quella di Velàsquez, anche se Borremans è pittore di personalità espressiva indipendente. L’artista nasce come disegnatore, e il tratto della matita spesso affiora tra le velature ad olio leggere.

Il dramma teatrale, la commedia dell’arte e il carattere sfuggente negli sguardi persi altrove dei suoi soggetti, emergono dalle pennellate sporche, veloci e sicure che da lontano ingannano l’occhio come fossero iperrealiste, e che tali non sono. L’artista ha optato per la filosofia dell’understatement, scegliendo di ovattare l’impatto con le patologie che pure albergano in certi personaggi ritratti, che di conseguenza affascinano, anziché destabilizzare, lo spettatore.

Il risultato è di una bellezza altera ed elegante che travalica i soggetti, che non riescono ad essere cupi perché nelle intenzioni di Michaël Borremans manca fortunatamente quel senso del colpo di scena che pervade troppi artisti contemporanei. Qui l’unica cosa che colpisce è la dolcezza di una grazia rara da trovare nell’odierna pittura, che in Michaël Borremans è sempre lieve anche quando vuole rappresentare il male della psiche. Non a caso la dolcezza è anche nel titolo della mostra. Più dolce di così non si può.

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