di Ennio Pouchard

«Li Giudei debbano tutti abitar unidi in la Corte de Case, che sono in Ghetto appresso San Girolamo; ed acciocché non vadino tutta la notte attorno: Sia preso che dalla banda del Ghetto Vecchio dov’è un Ponteselo piccolo, e similmente dall’altra banda del Ponte siano fatte due Porte cioè una per cadauno di detti due luoghi, qual Porte se debbino aprir la mattina alla Marangona (la campana più grande del campanile di San Marco a Venezia, unica sopravvissuta al crollo del 1902, N.d.R.), e la sera siano serrate a ore 24 per quattro Custodi Cristiani a ciò deputati e pagati da loro Giudei a quel prezzo che parerà conveniente al Collegio Nostro».

Questo decreto, promulgato il 29 marzo 1516 a Venezia dal Maggior Consiglio della Serenissima Repubblica e approvato dal Senato con ampia maggioranza, sanciva quella che, diffusasi in breve pressoché dovunque nell’Europa cristiana, per alcuni era l’infamia di una segregazione senza precedenti, per altri un normale contratto.

Il provvedimento implicava che i cristiani residenti nella zona venissero estromessi dalle proprie abitazioni; sopruso cui nessuno diede peso, né allora né dopo. I custodi delle citate “Porte” dovevano altresì vigilare in barca i canali attorno al Ghetto, per impedire eventuali traffici notturni, rendendone conto agli ispettori fiscali cui erano sottoposti.

Quella “Corte de Case”, indicata nel decreto, era sull’isolotto del Ghetto Novo, un luogo ideale perché accessibile solo attraverso due ponti, il cui controllo non poneva problemi. Situato nel “sestiere” (cioè quartiere) di Cannaregio, appartato rispetto al centro della città e ai posti di prestigio, era una cittadella chiusa nella città grande, fatta di case assiepate attorno a un ampio “campo” (a Venezia l’unica “piazza” è quella di San Marco; le altre si chiamano “campi”), insufficienti ad assorbire una popolazione in rapida crescita. Fu così che sorsero quei suoi modesti “grattacieli”, mai visti prima in laguna, alti fino a otto piani, ma con soffitti ridotti addirittura sotto i due metri.

Ciononostante in breve il luogo fu sovraffollato. Nel 1541, quindi, gli fu annesso il limitrofo Ghetto Vecchio e, nel 1633, il Ghetto Novissimo: due callette a “T” e una ventina di case, riservate agli ebrei Levantini, ricchi mercanti provenienti dall’Impero ottomano: un beneficio verosimilmente acquisito da gente facoltosa, dato che di spazi vuoti, ahimè, ce n’erano fin troppi, nelle abitazioni desertificate dalle epidemie di peste. Il toponimo “Ghetto” diventò ovunque sinonimo di chiusura e discriminazione; nel celebre Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio (Venezia, 1829) la parola (con una “t”) deriverebbe “… dalla voce Rabbino-Talmudica Ghet che vale Separazione, divorzio; benché altri creda derivi dalla Siriaca Nghetto che vuol dire Congregazione”.

4-Campo di Ghetto Nuovo  - ph. Joan Porcel Pascual_per Beit Venezia

I testi storici, però, la collegano al termine dialettale Geto – pronunciato “gheto” dagli immigrati di lingua tedesca – che definiva l’impronta della forma per fondere i metalli, o forse la colatura a getto di metallo fuso, o ancora il metodo di “affinare il metallo con la ghetta” (il diossido di piombo) “per la fabbricazione delle bombarde”; infine, anche alla Getarìa, che – ancora per il Boerio – era “la Fonderia de’ caratteri di stampa”, di cui sembra accettabile che nei dintorni potessero esistere degli impianti, essendo invece poco verosimile che così lontano dall’Arsenale si producessero grosse armi da fuoco.

UNA MOSTRA Per non dimenticare “I 500 anni del Ghetto di Venezia” sono oggetto delle celebrazioni programmate dall’omonimo Comitato, coordinato dal Presidente della Comunità Ebraica, Paolo Gnignati. L’evento più importante è la mostra Venezia, gli Ebrei e l’Europa 1516-2016 allestita fino al 13 novembre negli Appartamenti del Doge di Palazzo Ducale, aperta a un’indagine proiettata oltre i limiti fisici e conoscitivi dei tre ghetti, per esplorare ogni tipo di rapporto culturale e di attività intercorso tra gli ebrei che lì vivevano e la popolazione veneziana, autoctona e straniera.

Il tema della rassegna, a grandi linee, è un’indagine su quanto di meglio è stato prodotto a Venezia sui versanti dell’arte ebraica e cristiana, con una scelta di dipinti di soggetto biblico, atti a rivelare le reciproche influenze. Una ricostruzione virtuale dei tre ghetti nei diversi momenti storici dà modo di seguire lo sviluppo del quartiere, mentre altri settori trattano dei costumi religiosi ebraici, delle conquiste dell’artigianato, delle attività culturali, e in particolare della produzione libraria, che testimonia il primato della stamperia veneziana anche in campo europeo.

Qui, infatti, negli anni 1520-23, Daniel Bomberg (cristiano fiammingo, nato ad Anversa nel 1483 circa e attivo a Venezia dal 1516 fino alla morte, nel 1549) realizzò in dodici volumi in-folio la prima edizione esistente del Talmud babilonese integrale, cioè non purgato da censori cristiani e ancora di uso universale.

Nel 1501 ci aveva provato, per una Bibbia trilingue e una “Introductio per brevis ad hebraicam linguam”, il grande Aldo Manuzio, ma fu costretto a rinunciarci dall’impossibilità di trovare tecnici competenti. Gli Ebrei e la Serenissima La presenza ebraica a Venezia precede di molto l’istituzione del Ghetto: risale agli ultimi anni del X secolo col fiorire dei traffici mercantili. I cristiani del tempo, almeno in teoria, non avevano alcun diritto di praticare l’usura, poiché contraria ai principi della Chiesa, ma il bisogno della popolazione di ottenere denaro in prestito non poteva comunque essere ignorato.

Il Senato della Repubblica quindi, nel 1385, emise un decreto con il quale autorizzava gli ebrei di origine tedesca a svolgere l’attività di prestatori. Introduceva all’uopo i primi permessi di residenza in città, detti “condotte”, senza scadenza ma non permanenti, con una lista di doveri e diritti.

Oltre all’imposizione di tassi fissi sottoposti ai controlli dell’Officium Publicarum o “Piovego”, formato da magistrati con capacità giuridica riconosciuta, fu stabilito che praticassero condizioni speciali sia per i prestiti a personalità altolocate ed enti governativi, sia per i guadagni dalle vendite di pegni non riscattati.

In quei tempi l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non esisteva nemmeno come concetto, ed è palese la subdola certezza di poter scaricare sulle spalle dei Giudei certi malumori della popolazione relativi a questioni di finanza pubblica. A loro carico si aggiungevano le tasse per l’apertura e la gestione dei banchi di prestito e dei tre di Pegno, denominati “Rosso” (la cui scritta, sull’architrave marmoreo di un portone, sotto uno dei portici, è ancora visibile), “Verde” e “Nero”, in accordo con i colori delle rispettive ricevute, e in tempi diversi gli obblighi di portare segni di riconoscimento: inizialmente la “rotella” – un grosso anello giallo da appendere al collo – e poi un berretto dapprima giallo e infine rosso.

10-Giovanni Grevenbroch 1731-1807-Nobile al banco-Seconda metà 700-Correr

Poco dopo, a metà Quattrocento, dai territori pontifici dilagò la crociata contro l’usura, che portò poi all’istituzione dei Monti di Pietà, esenti da finalità lucrative. Nelle terre della Serenissima ne furono aperti, a partire dal 1486, a Vicenza, Brescia, Verona, Padova, Treviso e Udine; ma non a Venezia-città e Mestre, perché i banchi offrivano alla pubblica amministrazione il vantaggio di poter praticare operazioni che ai Monti erano interdette (come i prestiti su garanzia di mallevadore e i mutui contro l’aleatorietà della produzione agricola e delle attività commerciali), alle quali, tuttavia, non si intendeva rinunciare.

L’antisemitismo diffuso nello “Stato da tera” (l’interno padano-veneto) ebbe la conseguenza dell’espulsione degli ebrei da Vicenza, Bassano e Verona, dove però furono richiamati quando le autorità si accorsero che gli usurai cristiani – illegali, ma comunque inestirpabili – erano più esosi dei giudei. Nel 1508 scoppiò la guerra tra Venezia e la Lega di Cambrai, guidata (e poi abbandonata) da papa Giulio II, forte degli eserciti dei sovrani di Francia, Sacro Romano Impero, Napoli, Sicilia, Ferrara, Savoia e Mantova. Tra i profughi ansiosi di trovare rifugio in laguna, i più numerosi erano ebrei, in fuga dai lanzichenecchi imperiali, attratti dai loro forzieri, ma perseguitati anche dalla gente di strada e perfino in località mai espugnate dagli invasori, come la fiorente Treviso, protetta dalle cinte fortificate costruite da Fra’ Giocondo.

A Venezia furono avversati dalla classe mercantile (per motivi di concorrenza) e dai frati Minori (per principio), ma accolti con favore da una maggioranza consapevole dell’utile che il contributo finanziario ebraico avrebbe recato alla Repubblica. E il Governo favorì questi ultimi, autorizzando gli ebrei anche ad aprire botteghe di mercanzia usata, dette strazzarìe (“strazza” = cencio); dopodiché decise di creare il primo ghetto della storia.

Il Ghetto nei secoli Dalle diverse origini delle comunità ebraiche (definite “universitas” nel loro insieme) nacque la necessità di costruire – separate per natione di provenienza dei fedeli, che si rifletteva anche nei riti, nelle tradizioni, nelle attività – le cinque sinagoghe, chiamate Schole (o Scole, per “scuole”). Prive di decorazioni esterne appariscenti, perché vietate per legge, hanno invece interni sontuosi, tanto da farle considerare tra le più belle d’Europa.

La prima a essere allestita, nel 1529, fu la Scola Grande Todesca, di rito ashkenazita, all’ultimo piano di un palazzo del Ghetto Novo. Le sta accanto la Scola Canton, fondata tre anni dopo e riconoscibile per la cupola in legno; unica in Europa, ha il vanto di poter esibire otto pannelli raffiguranti eventi tratti dal Libro dell’Esodo: la città di Gerico, il Passaggio del Mar Rosso, l’Altare dei sacrifici, la Manna, l’Arca sulle rive del Giordano, la Ribellione di Qòrach, il Dono della Torah e Mosè che fa fluire l’acqua dalla roccia. Di mezzo secolo posteriore è la vicina Scola Italiana, eretta dagli immigrati dal nostro Centro-Sud, che gode ancora della notorietà conferitale dalle prediche ivi tenute dal famoso Rabbino Leone Modena.

Stanno nel Ghetto Vecchio, invece, la Scola Levantina e la Scola Ponentina o Spagnola, tra tutte la più imponente, fondata nel 1580 dai sefarditi espulsi dalla cattolicissima Spagna. Diverse per ognuna di esse sono le sistemazioni dell’Aròn (l’Armadio Sacro), della Bimah (il pulpito per la lettura della Torah), del matroneo e dei banconi. Solo la Ponentina e la Levantina sono ancora aperte al culto; le altre ospitano attività museali o sociali, come pure le due “scolette” minori Luzzatto e Cohanin.

Tra le prime due “Scole” citate si trova il Museo Ebraico, fondato nel 1953; custodisce testimonianze di manifattura orafa e tessile ebraica tra il Cinque e l’Ottocento con sezioni dedicate al ciclo delle festività e agli oggetti liturgici, alla storia degli ebrei veneziani fino alle tragedie della persecuzione nazifascista e all’editoria ebraica locale. Concettualmente legati all’idea di museo espanso, inoltre, sono il Monumento all’Olocausto del 1980, pianificato dall’architetta istriana Franca Semi e realizzato dallo scultore lituano Arbit Blatas, e il Cimitero ebraico del Lido, fondato nel 1389, caduto in disuso nell’Ottocento, chiuso nel 1938, in ottemperanza alle leggi razziali e finalmente riaperto (solo alle visite) nel 1999.

Le più di mille lapidi recuperate ne fanno uno dei monumenti più noti dell’ebraismo, non solo in Italia. La popolazione del Ghetto ha avuto, nel tempo, alti e bassi notevoli, dai circa settecento abitanti iniziali ai più di duemila mezzo secolo dopo, ridotti a metà dalla peste del 1576 e arrivati a cinquemila verso la fine del Seicento, quando, portando allo Stato un gettito vicino ai centomila ducati annui, potevano disporre di un ospedale, un albergo, una locanda.

Non pochi dei residenti vivevano tra lussi e giochi d’azzardo, ma molti altri frequentavano invece l’accademia di musica, il teatro e la “libreria”, in un fiorire di salotti culturali. Famoso quello di Sara Copio, sposata Sullam, che grazie alle sue dotte disquisizioni di musica, poesia, storia, teologia, filosofia e lettere antiche era un’ospite ambita per letterati, correligionari e cristiani; tra i primi, due dei più eminenti tra gli ebrei d’Italia, i rabbini Leone Modena (in ebraico Yehudah Aryeh mi-Modena), che le fu maestro e le dedicò la tragedia Ester, e Simone Luzzato. Fuori da quegli ambienti colti, le tre comunità straniere non condividevano né lo status, né la parlata, usando in genere ibridi lessicali come – oltre al singolare giudeo-veneziano – l’yiddish ashkenazita giudeo-tedesco e il ladino sefardita giudeo-spagnolo.

Durante il giorno nel Ghetto c’era un via-vai continuo: gli ebrei erano liberi di uscire per circolare dovunque e i cristiani potevano frequentare lì i centri di affari e d’intrattenimento culturale. Dove invece la giustizia si mostrava intransigente era sulle questioni dei rapporti tra ebrei e cristiani di sesso diverso, e ancor più tra ebrei convertiti e i loro originari confratelli: si pensi che nella calle di entrata del Ghetto Vecchio (lato Fondamenta di Cannaregio) è rimasta una lapide in cui “Il Serenissimo Principe” sentenzia che “sia rigorosamente proibito a qualunque ebreo od ebrea doppo fatti cristiani il capitare e pratticare sotto qualsivoglia pretesto nei ghetti di questa città, di introdursi nelle case particolari d’alcuno delli ebrei od ebree, sotto pena, in caso di trasgressione, di corda, prigione, galera, frusta, berlina et altre maggiori ad arbitrio di loro eccellenze…”. Che erano gli “Ill.mi, et Ecc.mi Signori Esecutori contro la bestemia”.

Pianta dimostrante lo sviluppo del Ghetto di Venezia dal 1516 al 1797

Con tutto ciò, Venezia si distinse per non aver mai eseguito stragi di ebrei, al contrario di quanto accadde nell’intero ambito europeo e mediorientale: nel 1096 i primi crociati sterminarono l’intera Comunità ebraica di Gerusalemme, cantando “Cristo, ti adoriamo!” mentre la bruciavano rinchiusa nella sinagoga. Nel 1157 la Comunità di Würzburg fu massacrata sotto falsa accusa di omicidio rituale; e lo stesso accadde a Blois, in Francia, nel 1171.

Le accuse di omicidio rituale, del tutto strumentali, continuarono a ripetersi per secoli; ne furono coinvolti anche i territori dell’entroterra veneziano, ma Venezia no; e si guadagnò anzi il merito di aver protetto i giudei del Ghetto; a modo suo, naturalmente.

Con notevole sollecitudine, infatti, solo due anni dopo la costituzione della Congregazione romana del Sant’Uffizio (con la bolla Licet ab initio di Papa Paolo III Farnese, datata 21 luglio 1542) istituì il proprio tribunale supervisionato da un Nunzio papale, che delle norme sulle “cose pertinenti alle eresie” fu sollecito e intransigente difensore, anche se attento a salvaguardare soprattutto le apparenze: perché organizzò, sì, dei roghi in piazza San Marco, ma solo di libri.

Così, il 21 ottobre 1554 furono dati alle fiamme tutti i Talmud reperibili e il 18 marzo 1559, sabato di Pasqua, oltre diecimila preziosi libri ebraici. Una manna per gli stampatori, disse più d’uno. Il declino della Serenissima nel corso del Settecento spinse molti ebrei a emigrare; Livorno e Amsterdam furono tra le destinazioni prescelte dalla maggioranza, mentre la Comunità veneziana s’immiseriva al punto di dover dichiarare fallimento, nel 1737.

Con l’arrivo di Napoleone, infine, l’11 luglio 1797 – duecentoottantuno anni, tre mesi e dodici giorni dopo la sua istituzione – il Ghetto di Venezia venne soppresso, i cancelli, che erano di legno, furono tolti e bruciati, gli ebrei residenti divennero cittadini alla pari con tutti gli altri e la maggioranza di essi, col tempo, prese casa in altre parti della città, lasciandosi alle spalle non più di cinquecento abitanti. Di quanto rimane nei loro cuori, a riguardo di questo passato, ha parlato a Roma il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, presentando il programma delle manifestazioni veneziane.

Del suo articolato discorso credo basti citare le poche parole conclusive: «Gli ebrei non hanno alcuna nostalgia del ghetto. Il ghetto rappresenta segregazione. Per questo motivo non festeggiamo nulla, ma commemoriamo un fatto che rimane una tragedia».

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