È Matisse stesso che rivela:

Quel che più mi interessa non è la natura morta, né il paesaggio, ma la figura. La figura mi permette ben più di altri temi di esprimere il sentimento, diciamo religioso, che ho della vita(1908).

 

Talento riconosciuto del Novecento, Matisse incentra la sua intera ricerca artistica -non solo pittorica ma anche scultorea e grafica – sull’analisi della figura, e in particolar modo del nudo, di cui sovvertirà con genialità innovativa le regole della tradizionale rappresentazione. La sua ricerca si muove verso la semplificazione delle linee di contorno e l’enfatizzazione delle forme dei corpi femminili, e segnerà una svolta cruciale nell’arte contemporanea. La mostra dedicata a Matisse è stata inaugurata alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara il 22 febbraio e proseguirà fino al 15 giugno.

La curatela è di Isabelle Monod-Fontaine, già vicedirettrice del Centre Pompidou, studiosa del maestro stimata a livello internazionale.

L’esposizione propone un percorso non convenzionale: si tratta infatti di un itinerario che si sviluppa in dodici tappe cronologiche e che testimonia il percorso creativo di Matisse, focalizzando l’attenzione non solo sulle sue doti di colorista ma anche di grafico e di scultore. Una visione dunque completa dell’opera dell’artista attraverso un centinaio di opere provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo. Il visitatore è accolto all’ingresso della mostra da un Autoritratto del 1900, esposto accanto alle sperimentazioni e prove di studio giovanili. Accanto a esso figura il ritratto del giovane Andrè Derain del 1905, che ricorda la gioiosa vitalità della breve, ma intensa, stagione dei Fauves e della stesura di colori puri sul supporto.

Nell’estate del 1905 Matisse si trova proprio con Derain a Collioure: i suggestivi paesaggi del luogo lo affascinano a tal punto da dipingerli, sperimentando arditi accostamenti di colore puro dato direttamente dal tubetto sulla tela. Nel ritratto di Derain abolisce infatti il chiaroscuro tradizionale per far spazio a macchie di colore puro giustapposte.

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Parallelamente le sue ricerche spaziano tra disegno e incisione, dove si nota da subito una semplificazione delle forme e delle linee che diventerà sempre più radicale nell’arco della sua produzione artistica. Sono anni in cui Matisse subisce anche il fascino delle composizioni di Cézanne e della scultura africana, realizzando nel 1907 opere come Nudo in piedi e il bronzo Nudo disteso, sorprendenti esempi di grande potenza espressiva e di rinnovata interpretazione nella scansione delle forme. Proseguendo il percorso espositivo ci si trova di fronte a tre importanti opere del 1909, La serpentina, Nudo con sciarpa bianca e Bagnante, che dimostrano la capacità di Matisse di interpretare sia l’espressività che l’armonia delle linee, forme e colori.

Negli anni successivi la semplificazione messa in atto si accentua maggiormente tendendo alla radicale riduzione delle forme che si manifestano in poche linee nette, portando l’artista ad abolire totalmente l’uso della prospettiva e del chiaroscuro e riducendo anche la gamma dei colori a poche tonalità. Ne è esempio la Bagnante del 1909, dove la schiena del nudo è tracciata da una linea spessa e decisa, mentre il fondo blu riempie il vuoto intorno alla figura con ampie campiture sature di colore. L’opera scultorea Il nudo disteso, datato 1907, trae ispirazione dall’Aurora di Michelangelo ed enfatizza al massimo le forme sinuose femminili fino alla deformazione che ne assottiglia notevolmente la vita per ampliare torso, braccia e natiche.

Si tratta di un’opera emblematica cui seguiranno Natura morta con edera del 1916 e Nudo con sciarpa bianca, dove la figura si deforma nei volumi marcati del corpo curvilineo per semplificarsi nei tratti del volto e della acconciatura. Al pari del nudo il ritratto consente a Matisse di proseguire la sua ricerca quasi ossessiva intorno al tema della figura, utilizzando dapprima come modelli gli amici e i parenti e, solo dal 1916 modelle professioniste con le quali instaura sempre un rapporto particolare e quasi esclusivo. L’opera La testa di Jeanette è indicativa dell’allontanamento di Matisse dalla verosimiglianza, a favore di una vera e propria trasformazione del volto della modella. Risale a questo periodo anche la collaborazione con la modella italiana Laurette, che incarnò il prototipo delle odalische che ricorrono di frequente nelle sue opere successive, quali Laurette in abito rosso e Le due sorelle, entrambe datate 1917.

Dopo la Prima Guerra Mondiale l’artista si trasferisce a Nizza, sulla Costa azzurra, dove il suo stile subisce un netto cambiamento: la luce mediterranea penetra nelle sue opere donandogli fascino e sensualità. Protagonista indiscussa delle sue opere è la modella Henriette Darricarrère che il maestro raffigura nuda o in abiti da odalisca. L’incontro con la Darricarrère coincide con il definirsi della poetica matissiana delle odalische, rifacendosi a quella tradizione orientalista che aveva caratterizzato la grande pittura dell’Ottocento francese, da Ingres a Delacroix. L’opera Odalisca con pantaloni grigi del 1926-27 è tutta giocata tra l’ambientazione, che diventa una vera e propria scenografia di tessuti, paraventi e oggetti provenienti dal Marocco, e la figura concepita come arabesco. È il momento in cui anche i nudi di schiena sono assai ricorrenti e sviluppati in modo particolare con l’intento di far coincidere la figura e lo sfondo su un unico piano, conferendo uguale importanza al soggetto e all’ambiente in cui si colloca. Risale allo stesso periodo anche la collaborazione con il balletto Le Chant du Rossignol, allestito dalla compagnia dei Balletti Russi di Sergej Diaghilev, con musiche di Stravinsky, per il quale realizza la scenografia e i costumi. In mostra è esposto il Costume delle prefiche che sembra annunciare, nei suoi tratti essenziali di nero e blu su bianco, le opere su carta degli anni Cinquanta.

Negli anni Trenta Matisse continua a lavorare sulla figura, ma la modella non è più l’odalisca dipinta su fondi decorativi, ma diviene la ninfa della mitologia classica ispirata dalle poesie di Stéphan Mallarmé, cui Matisse dedicò una serie di acqueforti nel 1932. Il lavoro di questi anni si semplifica radicalmente procedendo per sottrazione, tanto da arrivare al limite dell’astrazione. Una delle opere più importanti di questo periodo è Nudo rosa seduto del 1935, un lavoro di otto mesi di cui l’artista fotografa le diverse fasi di ricerca. Il volto della modella Lydia Delectorskaya, è un ovale vuoto con un corpo sottoposto a una geometrizzazione radicale. Il disegno diventa autonomo e non più utilizzato come fase preparatoria alla pittura o alla scultura, e il segno diventa potente. I tratti spezzati e spigolosi della Giovane donna seduta con abito a rete del 1939, ne sono un chiaro esempio.

Dopo il 1941, costretto a letto da un intervento chirurgico, Matisse si dedica quasi totalmente al disegno. In questa circostanza nascono Temi e variazioni, suite, che comprendono diciassette serie di disegni elencati con lettere dalla A alla P. Ogni serie è composta da uno studio a carboncino, che rappresenta il “tema” della partenza, e da disegni eseguiti di getto, in cui i profili delle figure sono realizzati da sottili linee di contorno che danno l’idea del movimento. Nel 1943 Matisse si trasferisce a Vence, dove realizzerà i suoi ultimi lavori. Trae ispirazione dal paesaggio costellato di palme per dar vita all’ultima serie degli Interni di Vence tra cui Nudo rosa, interno rosso del 1943, tutto giocato sull’armonia di colori che vanno dal rosso al bianco, dal blu all’ocra, fino al verde, mostrando un nuovo modo di concepire le campiture cromatiche, realizzate come se fossero ritagliate.

Tra il 1943 e il 1947 si dedica a un nuovo ciclo pittorico, che sfocerà nelle tavole del libro Jazz, dove inventa la tecnica del gouaches découpées, che consiste nel ritagliare con forbici delle forme e dei motivi da fogli di carta dipinti con colori brillanti e puri, per poi assemblarli attraverso il collage. Matisse disegna direttamente con le forbici nel colore unendo due tecniche: il disegno e la pittura. Quest’ultima fase viene da lui stesso definita «una seconda vita». Né è testimonianza L’Acrobata del 1952, in cui le acrobazie dell’atleta sono fissate sulla carta con semplice e sinuoso tratto d’inchiostro. Un’arte dunque che ricerca l’equilibrio, l’armonia, la semplicità e che racchiude la potenza e la purezza del gesto e del colore.

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