Eccole le donne di Alzona. Sono creature armoniose ed eleganti che si muovono flessuose, ignorando il nostro sguardo che si posa sui una linea fluida che si immette nello spazio senza asprezze. È una mano che sembra seguire il percorso armonioso di una sinfonia musicale generando forme che non si chiudono e concludono mai completamente, quasi cercassero possibili vie di fuga dalla materia. C’è nella sua ricca produzione plastica una calcolata alternanza di pieni e vuoti, che dà vita a forme salde, vigorosamente statuarie senza cedimenti e mollezze. Il suo impulso a sintetizzare non è una scelta di gusto e tanto meno una formula per accorciare il discorso.

Ubbidisce semplicemente alla sua necessità impellente di togliere alla figura tutto ciò che non è forma né sentimento. Giorgio Vasari scriveva nel 1500 che

la scultura è una arte che levando il superfluo dalla materia suggetta, la riduce a quella forma di corpo che nella idea dello artefice è disegnata.

Ed ecco dunque che Mario Alzona non indugia inutilmente sui dettagli di visi e corpi, perché ha deciso di sgombrare il campo da tutto ciò che alla lunga potrebbe rivelarsi provvisorio.
Lo scultore torinese ha saputo resistere con tenacia alle sirene dell’avanguardia e agli strilli di coloro che volevano decretare la morte dell’arte, ha saputo ignorare la voglia di sperimentazione fine a se stessa.
La sua scultura affonda le radici nella classicità di un mestiere difficile, che necessita di continuo lavorio e di una salda e silenziosa pazienza.
Nelle pagine di un suo catalogo leggiamo:

Sono un po’ retrò, oggi vedo che l’arte è stupire, provocare, disorientare, aggredire. Non importa se sono cose belle o brutte, forse ora è ricerca e poi ci sarà uno sbocco verso qualcosa di nuovo, però per ora sono contento di essere retrò.

Ma noi, qui, non possiamo fare a meno di ringraziarlo di essere, come lui si definisce, un po’ retrò, di aver saputo ignorare quei richiami e di aver seguito il suo percorso con forza, misura e progettualità, perché è anche merito suo se la scultura italiana ha ancora molto da dire e da dimostrare.
Le sue figure femminili sono contraddistinte dal senso di un’attesa non meglio definita, sembrano aspettare, sedute, sdraiate o reclinate, eventi misteriosi. Sono ora esseri pazienti, morbidi e rassicuranti che incarnano, come direbbe Jung,

la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole

ma sono anche presenze dalle lunghe e inquietanti mani e dai capelli simili a rami di salici piangenti, figure arcaiche notturne e distanti, portatrici della parte oscura dell’archetipo junghiano della Grande Madre. Immerse nel silenzio e sfiorate da delicati trapassi di luce e ombra, le donne di Alzona liberano nello spazio una linea purissima, un segno che declina con indubbia sapienza manuale dal decorativo all’astratto e che si impone per la sua freschezza espressiva.
Ed è proprio dalla raffinatezza del modellato che emerge, ora delicata ora prorompente, la personalità dell’artista e la sua ineludibile cifra poetica, radicata nei territori tortuosi dell’anima e della memoria.

 

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Stefania Bison
Storica dell'Arte

Laureata in storia dell'arte, lavora come è responsabile della redazione di Torino di EFFETTO ARTE. Collabora con l’Elede, casa editrice specializzata in arte. Cura e organizza eventi espositivi.

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