Maria Rubinke affonda la sua ricerca nel lato oscuro dell’infanzia tradita dallo stesso spirito del tempo in cui vive. Il risultato è un pugno nello stomaco borghese della società.

Sono bambini e bambine di delicata porcellana, quegli esserini angelici e insieme corrotti che l’artista danese Maria Rubinke cesella con una maestria che pare più antica della sua giovane età.

L’infanzia come terreno di possessioni demoniache o di precocissime perversioni, in luogo del mondo dorato dell’età dell’innocenza, è da sempre oggetto di studio nonché tema letterario e cinematografico di grande successo. Pare quindi, nelle creazioni di Maria Rubinke, di cogliere questo aspetto dualistico, fermato nel momento in cui l’individuo si forma, nel bene e nel male, e cresce assieme alle sue patologie, traghettandole nell’età adulta. Maria riesce nel suo intento attraverso la rappresentazione di espressioni facciali, posture e conformazioni fisiche immediatamente ed univocamente riferibili al bambino:se non possiamo quindi scambiarlo per un bambolotto, è più facile accostarlo all’immaginario del puttino.

Se isolassimo quindi il soggetto, avremmo innanzi una raffigurazione curata e precisa dell’angioletto della tradizione pittorica e scultorea cristiana, bello a vedersi, paffuto e, appunto, innocente. Sono le sue azioni, però, a volte autolesionistiche, a volte sadiche, che ci colgono come un pugno nello stomaco, perché quello che abbiamo sotto gli occhi è un bambino intento a mutilarsi, a procurarsi volontariamente del male – o è il Male a spingerlo? – o a giocare con altri bambini e animali che ha ucciso e ferito.


In entrambe le versioni, i bambini che Maria Rubinke mette in scena sono la metafora dello smarrimento della nuova generazione, quella che rischia di essere la più anaffettiva di sempre e che, paradossalmente, pur disponendo della libertà negata alle generazioni precedenti, è schiacciata dal senso di impotenza.
Mentre la portata principale – il bambino bon ton fuori e paura dentro – si rifà allo zeitgeist generazionale, nel contorno servito in pasto allo spettatore Maria Rubinke rimanda a una certa cultura pop, come a Gli uccelli di Hitchcock, o al clown come elemento di angoscia, quale il Pennywise descritto da Stephen King, e ai funghetti allucinogeni di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie.


A chiudere idealmente il suo messaggio-monito alla generazione che sarà, c’è il cervello in esplosione nucleare, che evolve nel fungo atomico, intitolato “Make up your mind”, quasi a voler ricordare che è necessario decidere, e non solo subire, la propria vita.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.