La mostra milanese dedicata a Marc Chagall, a Palazzo Reale fino al 1 febbraio 2015, ci offre una vasta panoramica sull’intera opera del pittore russo. Nel visitarne le sale, non si può che rimanere colpiti dalla forte connotazione ebraica dell’arte di Chagall.

Secondo il critico Robert Hughes egli rappresenterebbe «la quintessenza dell’artista ebreo nel ventesimo secolo». Ma cos’è l’ebraismo per Chagall? Si tratta di un retroterra culturale che costituisce lo sfondo della sua arte o di un bagaglio spirituale che, come gli ebrei erranti delle sue opere, il pittore si porta dietro per tutta la vita nel suo eterno peregrinare?

È grazie a una colletta di tutto il piccolo villaggio ebraico di Vitebsk, che il giovane Moishe Segal, in arte Chagall, viene mandato a studiare a San Pietroburgo.
L’Accademia delle Belle Arti non accetta studenti di religione ebraica e così egli deve compiere la sua formazione come apprendista di bottega presso il pittore Léon Bakst. È questi a portarlo a Parigi per via di una commissione, ed è nella città francese che, dal 1910, Marc Chagall troverà una seconda patria. In questi primi anni parigini il leitmotiv ebraico compare per la prima volta in maniera preponderante nelle sue tele.
La distanza da Vitebsk e da tutto quanto comporta l’ambiente rurale del piccolo shtetl russo, si riveste ora del fascino della lontananza. Occorre che il pittore se ne allontani, perché l’elemento ebraico assurga a protagonista dei suoi dipinti.

Chagall era nato in una famiglia chassidica russa di modestissime pretese, il cui clima emerge bene dalla tela esposta in mostra in cui il padre, connotato dalla lunga barba e dell’abito nero tipico degli ebrei askhenaziti ortodossi, pulisce le aringhe mentre siede al tavolo. Il Chassidismo si era diffuso nell’est Europa a partire dalla metà del 1700; un movimento di riforma interno all’ebraismo ortodosso, che basava la sua dottrina su un nuovo modo, intenso e partecipato, di intendere i precetti religiosi, e che forniva una versione accessibile e semplificata del complesso sistema mistico ebraico.

La chessed, da cui il movimento prende il nome, è la bontà: la virtù che l’uomo deve sempre tener presente come presupposto necessario all’esercizio di ogni aspetto della vita ebraica, ma anche l’attributo di Dio, a cui il Chassidismo si appella maggiormente di contro all’idea di una divinità punitrice e inflessibile.
Il destinatario del messaggio chassidico è un pubblico vasto e non dotto, come doveva essere in maggioranza la popolazione ebraica di Europa Orientale e Russia in quegli anni.
Così, sul piano letterario, il movimento trova la sua forma di comunicazione per eccellenza nel breve racconto di eventi prodigiosi, in cui elementi sacri e profani popolano un’atmosfera commista di quotidiano e miracoloso: le storie chassidiche saranno il patrimonio fantastico a cui Chagall attingerà a piene mani.
Dobbiamo tener conto di questo retroterra culturale, per comprendere il rapporto del pittore con la sua identità ebraica, nonché il modo in cui egli la trasfigura nelle sue opere. I temi, i colori, l’elemento favoloso con cui ritrae il mondo delle sue origini nascono appunto da questo concetto gioioso e positivo della religione, seppur nel rigore connaturato all’ebraismo stesso.
Non si comprende bene quanto Chagall rifiuti e quanto accetti su di sé di questo.
Per quanto il pittore si dedicherà per ben due volte al ripensamento autobiografico della sua vita nella giovanile Ma vie e nella ben più tarda autobiografia, tuttavia poco emerge del suo reale sentire religioso e spirituale.
Della propria religione egli parla con amore, ma al contempo col distacco di chi la considera essenzialmente come serbatoio di temi e spunti per la propria arte.
«Fin dalla prima gioventù – dirà di sé – mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell’arte. Per me, come per tutti i pittori dell’Occidente, essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli.»

Di fatto, dopo pochi anni a Parigi, il pittore torna a Vitebsk per sposarsi e per sposare un’ebrea appunto: Bella Rosenfeld, l’amore di una vita, che assurge da quel momento a protagonista delle tele di quegli anni fino a divenire doppio volto del pittore, quando egli si ritrarrà dopo la morte di lei avvenuta nel 1940.
Il tema ebraico permea perennemente la vita e l’opera di Chagall. Proprio in quei primi anni matrimoniali, quando la Prima Guerra mondiale non gli permette un immediato ritorno in Europa, egli lavora al teatro ebraico di Mosca, creandone i grandi pannelli dipinti a ornamento delle pareti e partecipando attivamente, come scenografo e costumista, alle varie rappresentazioni.
Il pittore russo dedicò nel corso della sua esistenza ben quattrocento opere alla Bibbia: oltre a diciassette grandi quadri a olio, vi sono le centocinque lastre che, nel 1930, il mercante d’arte ed editore Ambroise Vollard, gli commissionò a illustrazione delle Sacre Scritture.
Le scene bibliche di Chagall sono quadretti di vita presente, connesse a una quotidianità, che le illumina di immediato significato.
Tuttavia per queste e altre opere, egli stesso ammise esplicitamente che, al di là del valore confessionale e dell’essere rappresentazioni della religione ebraica, vi fosse celato un significato spirituale e poetico universale.
In questa chiave vanno lette le crocifissioni dipinte contestualmente alla Seconda Guerra Mondiale e agli anni delle persecuzioni, che occupano una sala intera della mostra milanese. Cristo è qui un’allegoria della condizione umana: è innanzi tutto un uomo e in particolar modo un ebreo, come risulta dagli attributi di cui il pittore lo veste. Avvolto dal Tallit, lo scialle di preghiera tipico della tradizione ebraica, rappresenta il tormento e le sofferenze inflitte all’uomo, di cui il popolo ebraico è paradigma per eccellenza.

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