Marc Chagall è al Palazzo Reale di Milano, una grande retrospettiva, circa 220 opere, probabilmente la mostra più importante che sia mai stata allestita in città sul lavoro di questo grande artista. Un’esposizione che non ho intenzione di perdere eppure Marc Chagall a Palazzo Reale mi getta nello sconforto.
Non amo le mostre a Palazzo Reale ma non voglio creare equivoci e chiarisco subito: non è colpa delle mostre né di Palazzo Reale né tanto meno di Chagall. Ormai ne sono convinta, una sorta di maledizione aleggia sul mio rapporto con questa sede espositiva. Il fatto è che non mi è mai riuscito di vedere una mostra in stato di grazia, con le sale, non dico vuote, ma moderatamente frequentate. Ogni volta che c’è un’esposizione a Palazzo Reale mi viene l’ansia: inizio a elaborare strategie strampalate per ottenere le condizioni migliori alla visita, faccio calcoli sulle abitudini di vita dei milanesi, gli orari di lavoro, incrocio con le condizioni climatiche, feste comandate, ponti, esodi vacanzieri…ma niente! Sempre troppa gente!

Non fraintendiamo, sono molto contenta che ci siano eventi culturali in grado di attrarre tanto pubblico ma mi piacerebbe che per una volta, nelle due ore della mia visita alla retrospettiva su Chagall magari, si verificasse un grosso, enorme afflusso alla mostra su Giovanni Segantini, ospitata anch’essa nelle sale del Palazzo e una temporanea amnesia collettiva riguardo le opere del pittore russo.
È una domenica mattina di fine settembre calda e assolata; è quasi mezzogiorno e mi dirigo decisa in centro, sicura che questa sia la volta buona. Fine settimana caldo in un’estate fredda e piovosa che volge al termine: molti saranno partiti per le case di vacanza o per un week-end di mare. I milanesi che sono rimasti a casa hanno l’abitudine di pranzare a quest’ora e di turisti in città se ne vedono decisamente meno. Sbuco in piazza del Duomo e subito controllo il livello di affollamento della piazzetta di Palazzo Reale: perfetto, è sgombra.
Soddisfatta mi muovo svelta attraverso i cortili, pronta a salire a due a due i gradini di pietra che portano al primo piano ma… niente da fare. Mi arresto di colpo al secondo cortile interno: una massa disordinata di persone cola dalla scalinata fino a metà dello spiazzo. È inequivocabilmente una coda. La maledizione continua ma io non mi faccio prendere dallo sconforto perché questa volta ho un diversivo: la mostra su Chagall al Museo Diocesano. Un momento: ma non era a Palazzo Reale? Certo che sì ma pochi sanno che il Museo Diocesano di Milano ospita una mostra dal titolo “Chagall e la Bibbia”, una sorta di appendice alla più pubblicizzata retrospettiva, in cui sono esposte sessanta opere tra schizzi, guazzi, incisioni, dipinti e sculture.


Verso la fine degli anni Venti del secolo scorso, l’editore parigino Vollard chiese a Chagall di preparare le illustrazioni per una nuova edizione della Bibbia; l’artista incise centocinque tavole, sessantasei delle quali erano pronte per la stampa ma la Seconda Guerra Mondiale gli impedì di finire il lavoro che fu portato a termine solo dopo la fine del conflitto ed edito da Tériade, perché Vollard nel frattempo era morto. Marc Chagall era bielorusso di religione ebraica, per la precisione la sua famiglia aderiva a una corrente dell’ebraismo nota come chassidismo, e conosceva molto bene la Bibbia; i membri della sua famiglia e della comunità la leggevano durante le celebrazioni religiose e probabilmente era il libro su cui aveva imparato egli stesso a leggere e scrivere in ebraico.
Per tutta la vita il pittore dialogò con questo testo, considerato molto più che punto di riferimento spirituale eminentemente ebraico; trovò risposte alla sua visione del mondo e tradusse in immagine concetti filosofici mutuati dalle sacre scritture. «La Bibbia come risonanza della natura» diceva lui.
In fuga da piazza del Duomo arrivo al Museo della Diocesi quasi di corsa; l’ingresso è vuoto e silenzioso.

Perfetto. Acquisto il biglietto e mi informano che conservandolo avrò diritto a uno sconto sul biglietto della retrospettiva. Ottimo. Salgo le scale guardinga, pronta all’agguato ma niente, nessuna folla, poche persone silenziose ed educate commentano a bassa voce le opere; la sala che le ospita è allestita come la prua di una nave e sembra di stare nella pancia dell’Arca di Noè.
Gli spettatori sono accolti dalla tela Re Davide in blu: il re fluttua sopra Gerusalemme suonando la cetra e pare di essere immersi in un sogno marino, pronti ad assistere a un’indimenticabile rappresentazione e io penso a Lele Luzzati e alle illustrazioni dei miei libri di bambina, anche i suoi disegni erano colorati e vivi, lievi e gioiosi. Anche Lele Luzzati era di religione ebraica e sentiva forte il legame con la propria tradizione culturale e religiosa.
Le incisioni per la Bibbia di Chagall sono spesso precedute da uno o due disegni preparatori, schizzi in cui ancora si vede la griglia di partizione degli spazi, o guazzi già rifiniti che spesso sono fedele anticipazione del lavoro finale.
Colpisce la chiarezza e la semplicità con cui i vari episodi della Bibbia sono trattati, immagini nitide ed essenziali, lontane dalle più famose tele ricche di elementi simbolici e movimenti aerei; le figure sono solide, monumentali, spessi i tratti e le macchie di colore che le definiscono; sono talmente concrete e reali nella mente dell’artista che ha voluto replicare alcune di queste scene nel marmo, distribuendo i bassorilievi su tutta la superficie della pietra come si può vedere nei capitelli di Sant’Eustorgio, la basilica attigua al Museo Diocesano, i cui soggetti sono però piante e creature di fantasia, come nelle altre opere di Chagall, quelle alla retrospettiva. Meravigliosi intrecci dell’arte!
Al fondo della sala trovo qualcosa di inaspettato: una formella in argilla e un bassorilievo in marmo entrambi raffiguranti la fuga in Egitto, episodio evangelico e non biblico. L’artista di fede ebraica aveva elaborato una propria personale visione religiosa, in cui la figura di Gesù trovava posto al fianco dei profeti dell’Antico Testamento come simbolo della capacità dell’uomo di salvarsi ed elevarsi sopra il male e il dolore grazie alla fede in Dio. Una ricerca spirituale, quella di Chagall, che travalica pregiudizi e condizioni storiche in virtù di una visione il più possibile ampia e incondizionata delle sorti dell’umanità.
Sono le 13.30, l’esposizione del Diocesano è piccola ma ha assorbito molto del mio tempo, forse anche grazie all’agio con cui ho potuto osservare le opere. Scendo le scale e ripercorro a ritroso la strada per Palazzo Reale. Conto sul fatto che a quest’ora anche i più stoici stacanovisti delle mostre abbiano fame e si siano presi una pausa, lasciando il campo un po’ sgombro. Piazzetta antistante il Palazzo libera, primo e secondo cortile liberi, scale deserte. Non canto ancora vittoria.


Arrivo alla biglietteria senza intralci e acquisto l’ingresso, entro. La prima sala è una sorta di anticamera alla mostra in cui sono esposti i costumi originali per Aleko di Rahmaninov decorati da Chagall nel 1942 e quelli per L’uccello di fuoco di Stravinskij realizzati nel 1945. Alcune bambine li osservano incantate, incuranti dell’usura dei tessuti o dei colori che hanno perso brillantezza; chiedono infinità di particolari ai genitori che rispondono pazienti e a volte inventano. Ma, penso, con Chagall si può fare, è bello inventare; lui offre agli occhi un universo colorato, pieno di stimoli e riferimenti che noi grandi riusciamo a codificare perché diligenti leggiamo i pannelli biografici o magari una guida ci spiega i dettagli, fornisce approfondimenti. Ma i bambini si annoiano ad ascoltare informazioni non richieste su un mondo che pare a loro più facilmente accessibile, forse perché possiede un primo registro di comunicazione emotivo che noi adulti abbiamo la tendenza a scartare, cercando subito il significato razionale.
Comunque sia, le sale sono affollate, inutile nasconderlo, anche questa volta dovrò attendere paziente il mio turno per potermi avvicinare alle tele o rimbalzare come una pallina di gomma da un punto all’altra della stanza, per osservare le opere davanti alle quali c’è meno gente.


La mostra è allestita in senso cronologico, quindi nella prima sala si trovano le tele dal 1908: i primi studi giovanili, scene domestiche e familiari, vedute di Vitebsk, la città natale che raffigurerà per tutta la vita anche quando l’avrà già lasciata da anni stabilendosi altrove, personaggi del ghetto e coppie di innamorati.
Tutto il suo mondo, tutto ciò che è stato ed è importante per lui, lo porterà con sè nel suo primo viaggio a Parigi dove studierà e conoscerà i Fauves, Matisse, il Cubismo, Picasso e tutti gli straordinari personaggi che in quell’epoca resero la capitale francese un posto unico al mondo, ma con l’opera Io e il mio Paese fissa la propria identità artistica e la propria autenticità stravolgendo gli spazi e l’uso del colore, rinsaldando il proprio legame con Vitebsk, con la propria tradizione culturale.


Rientra in patria nel 1914 e sposa Bella Rosenfeld: Bella è ritratta nella maggior parte dei quadri di quel periodo, rappresenta per Marc l’amore potente in grado di dare la gioia e di sgravare da ogni peso; le figure dei suoi quadri volano radiose per la tela in un’esplosione di colori ma tutto intorno c’è la comunità a cui entrambi appartengono, personaggi usciti dalle fiabe russe e dalla cultura ebraica. Pur vivendo un periodo felice egli non può ignorare la fatica sul volto del padre e lo spirito fiaccato dalle difficoltà di molti suoi concittadini: nascono così opere come Ebreo in rosso.
È lunga la vita di Marc Chagall, è lunga in un’epoca densa di eventi storici; se ne era andato dalla Francia alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale; qualche anno dopo in Russia scoppia la Rivoluzione d’Ottobre a cui lui aderisce entusiasta: viene incaricato di contribuire alla rivoluzione culturale e fonda un’Accademia d’Arte a Vitebsk.


Salvo poi mollare tutto a causa di un forte contrasto con Malevic e i sostenitori del Suprematismo, che ritenevano la sua pittura di un individualismo troppo borghese. Se ne va a Mosca con moglie e figlia e qui rinsalda il legame artistico con il teatro che sarà un’altra delle costanti della sua carriera. Lavora alle scenografie e ai costumi per gli spettacoli del Teatro Ebraico di Mosca e per altri spettacoli: in mostra sono presenti bozzetti e disegni e sulle pareti vengono proiettate le immagini dei pannelli originali e qualche rarissima foto di scena in cui si vedono delle scenografie costruite con elementi geometrici, forse una concessione al Suprematismo.
A ulteriore dimostrazione dell’importante rapporto col mondo del teatro, una sezione dell’esposizione è dedicata ai progetti per il soffitto dell’Opéra Garnier di Parigi e del Metropolitan Opera di New York, entrambi realizzati negli anni Sessanta.
Ma è già tempo di ripartire e con la famiglia torna a Parigi dopo vent’anni e comincia la collaborazione con Vollard; come l’ebreo errante che col sacco in spalle cammina sopra i tetti del villaggio, è nuovamente costretto a mettersi in viaggio per gli Stati Uniti a causa della Seconda Guerra Mondiale che minaccia la loro sicurezza.
Lunghe la vita e la carriera di Marc Chagall, costellate di trionfi ma anche di dolori, come la morte dell’amatissima Bella poco dopo l’arrivo a New York e la scoperta delle atrocità perpetrate dai nazisti ai danni della sua gente durante la guerra, eventi questi che si succederanno a breve distanza e la sofferenza sarà tale che quasi ne spezzerà la creatività; eppure, una volta ripresi i pennelli i suoi quadri torneranno a brillare di colore. L’amore, o il suo ricordo, continua a volteggiare sopra i tetti di Vitebsk, tra galli, capre e violinisti dal viso verde.
Chagall sopravvive alla moglie e all’Olocausto degli ebrei di oltre quarant’anni; come una forza inarrestabile dissemina il mondo di vetri colorati, sculture, ceramiche, dipinti, affreschi, animato da un horror vacui che lo spinge a riempire gli spazi grigi con eloquenti schegge di luce. Che ingenua sono stata, come potevo aspettarmi che a questa mostra, proprio a questa, non avrei trovato una moltitudine di visitatori?
Marc Chagall era un uomo con un grande dono: la capacità di tradurre in magia artistica il mondo che lo circondava dagli eventi più banali e consueti ai più eccezionali e inspiegabili, e la magia attrae da tempi immemori grandi e bambini.
Lascio l’ultima sala della mostra e scendo le scale diretta all’uscita, fendendo contro corrente il flusso della folla che inarrestabile cerca di accedere alla Retrospettiva come ipnotizzata dalle note del pifferaio magico.

About The Author

Diana Orini
Giornalista

Nata nella bassa bergamasca, nell'anno '78 del secolo sbagliato, è laureata in storia dell'arte, e si occupa in varie forme di giornalismo, arte e comunicazione.