Passando in rassegna le immagini scattate al Teatro Carlo Felice di Genova nel novembre 2006, durante le rappresentazioni del Flauto magico, immaginiamo che anche gli stessi Mozart e Schikaneder, le cui mani avevano tracciato le linee immortali di quella musica e di quel libretto, avrebbero apprezzato il gusto e la raffinatezza di un’esperta mano del nostro tempo, quella del maestro Luzzati, che ne ha disegnato scene e costumi, concretizzando un mondo fiabesco nella propria cifra stilistico-figurativa. Il pubblico risultava così immerso contemporaneamente nel mondo del Zauberflöte (che ebbe la sua prima a Vienna nel 1791) e nell’universo creativo di Emanuele Luzzati. Protagonisti di quell’allestimento: Daniele Abbado per la regia ripresa da Boris Stetka, Roberto Manca per le luci, Giovanni Di Cicco per i movimenti mimici; ed Emanuele Luzzati per le scene in collaborazione con Roberto Rebaudengo, e per il disegno dei costumi realizzati ad arte da Santuzza Calì. In buca, a dirigere l’Orchestra del Carlo Felice di Genova era Riccardo Frizza. Sul palco, tra gli interpreti dei principali ruoli, primo e secondo cast, figuravano: Mikhail Petrenko e Vazgen Ghazaryan (Sarastro), Mélanie Boisvert e Davinia Rodriguez (Regina della Notte), Daniel Kirch e Daniel Szeili (Tamino), Nuria Rial e Valentina Farcas (Pamina), Valentina Farcas e Susanna Kwon (Papagena),

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Markus Werba e Vito Priante (Papageno); Coro di Voci bianche del Teatro Regio di Torino, maestro del coro Claudio Marino Moretti; Coro del Teatro Carlo Felice di Genova, maestro del coro Ciro Visco.

Luzzati, nel corso della sua carriera, ha realizzato oltre cinquecento scenografie per opere di prosa, lirica e danza, in Italia e nel mondo; ha illustrato e scritto libri dedicati all’infanzia e non solo; eseguito svariati pannelli, tavole, sbalzi, arazzi, improntando visioni personalissime del reale, del gioco, del sogno e delle emozioni che oggi chiunque è in grado di riconoscere: una delle massime ambizioni per un artista. E dentro questo arcobaleno, un ruolo importante l’ha giocato il “sodalizio” con l’opera mozartiana – nel 2000, con la mostra “I Mozart di Luzzati” inaugurava il proprio Museo permanente a Porta Siberia di Genova -, dando vita a diversi capolavori: tra questi le scene per il Flauto magico.

L’incontro è remoto: già nel 1963 il maestro, allora quarantaduenne, viene chiamato per un Flauto magico con la regia di Franco Enriquez, al festival di Glyndebourne, un allestimento ripreso poi per almeno dieci anni; nel 1978, in collaborazione con Giulio Gianini, realizza una di quelle gioie dell’infanzia che commuovono gli adulti, un film d’animazione di rara meraviglia, il “Flauto magico secondo Papageno”; sempre ispirato al medesimo capolavoro, nel 1994 progetta e realizza un parco giochi per bambini, a Santa Margherita Ligure; nel 2002 crea nuove scene per il Carlo Felice di Genova (riprese nel 2006 e nel 2011); nel 2004, per le edizioni Nugae, compone la versione illustrata e in lingua italiana dell’opera. Se dovessimo cogliere una sola idea, una suggestione unica e simbolica dell’incontro Mozart/Luzzati nel segno del Zauberflöte, questa sarebbe un’idea di felicità; anzi una prospettiva di felicità.

Prospettiva reale, tangibile, umana, seppur filtrata attraverso un mondo fantastico, puntellato di trascinante creatività (e stiamo parlando dell’opera quanto delle scene), proprio quella prospettiva che affidiamo a qualsiasi sogno di felicità, anche il più “strampalato”: e cioè che sostanzialmente vorremmo fosse “vero”. Non a caso molti critici hanno affermato, prendendo a prestito Shakespeare, che le scene di Luzzati per il Flauto magico sono “fatte della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. Maestria e sapienza si uniscono a magia e sentimento poetico per offrire il destro a un mondo colorato, affollato, eccentrico, mescolato, notturno e solare, così come lo è innanzitutto la musica che Mozart ha creato per informare di sé la trama narrativa e i suoi ricchissimi rimandi filosofici.

Una sorta di progress etico-esistenziale, un itinerario di purificazione e trascendenza, quello dei protagonisti (tutti) del Flauto, e sulla partitura un turbinio di tecniche compositive e di timbri inconsueti (flauti, clarinetti, corni di bassetto, tromboni sacrali e la voce argentina del Glockenspiel di Papageno). La musica e i personaggi che “nuotano” nella storia vanno a specchiarsi nell’incanto delle tinte e delle linee di Luzzati, nelle scene così come nei costumi, mondi fantastici dove una comunità pseudo-umana muove alla ricerca una felicità primigenia, e si nutre di materia onirica. La sua arte illustrativa esce da una scatola magica per gettarsi nell’eden mozartiano in cui, come afferma Tamino, l’Amore possa convivere con la Virtù, la Natura con la Ragione, e dove trova una dimensione pacificata e priva di ansie persino l’Eros. Luzzati incornicia il suo miglior linguaggio “infantile” in un frame luminescente, fra albori solari e chiarori notturni (avvalendosi anche dell’ottima direzione luci di Roberto Manca), e dischiude un mondo di presenze intorno ai protagonisti, fra animali bizzarri, piante e foglie, draghi e maghi, mostrando un amore incondizionato per i momenti che circondano Pamina e quelli di Papageno.

Per la macchina teatrale il segno scenografico di Luzzati è una festa totalmente informante: accolta tanto dagli artisti sulla scena quanto dai tecnici dietro le quinte, una festa di fantasia e colore che non mostra segni di invecchiamento, un’idea a cui non poteva che accordarsi appieno – come la critica ha rilevato – la fluidità registica di Daniele Abbado. Pure l’assunto spirituale del Zauberflöte mozartiano si sposa, nella ricerca dell’universale Bene e dell’universale Fratellanza, con l’iridescente miscela di fiaba, magia e amore del disegno di Luzzati, definito in qualche resoconto “il vero mago del Flauto”. Se da una parte la comparsa di fanciulli in abiti da clown, di animali buffi con teste di cartapesta, di una natura oltremodo rigogliosa, di scatole magiche rotanti, dovesse strizzare un po’ l’occhio all’archetipo del circo, d’altra parte – è stato sottolineato – l’eloquente espressività allegra e giocosa di ogni figura (umana, animale o vegetale che sia) suggerisce che la vera chiave non è tanto un luogo, seppure ideale, ma una disposizione dell’animo: la leggerezza, l’ironia. Nell’ottobre 2011 Boris Stetka, che riprendeva l’opera in una nuova edizione al Carlo Felice di Genova, riferiva di quella «grande semplicità che caratterizza uno spettacolo franco e aperto, fiabesco ma non elementare com’è il lavoro di Lele. Spero emerga la stessa voglia di vivere, sognare e andare avanti».

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