Uomo non facile, estroverso e contraddittorio, iperattivo e contestatore di quasi tutto: da surrealista ad anti-surrealista, da ammiratore di Picasso a testardo critico del cubismo, André Masson (1896-1987) trova nella dimensione del tragico, sia politico sia psicanalitico, la chiave della sua espressività. Lo ospita persino Sartre, in uno dei primi fascicoli di Les temps modernes (n. 4, 1946), in cui Masson espone la sua dura critica al mondo artistico del tempo, giudicato incapace, nonostante abbia dovuto assistere a tragedie – prima la corsa verso la guerra e poi la guerra più violenta della storia – di immensa e inusitata portata, di denunciare il senso di tanta degenerazione e la sua condanna.
Tutt’altra vicenda umana quella di Jean Fautrier (1898-1964), “padre” dell’informale, dal carattere schivo e riservato, taciturno al punto che possediamo pochissime presentazioni del suo pensiero: non mancano per fortuna quelle artistiche, a loro volta tuttavia, per così dire, rarefatte, silenziose anche se il loro contenuto è altrettanto drammatico di quelle di Masson.
Entrambi guardano a una delle manifestazioni più spaventose e terribili tra quelle comprese nelle possibilità umane, e cioè la violenza non-bellica espressa dagli eccidi nazisti, “personalizzata”, e quindi ancora più disumana e bestiale di quella irreggimentata in battaglioni e truppe.

Entrambi fanno riferimento a circostanze storiche precise: Masson ricorda Oradour; Fautrier, ciò a cui assisteva, nottetempo, contro il muro di cinta dell’ospedale psichiatrico in cui era nascosto, fuori Parigi. Oradour è il nome di un borgo, non lontano da Limoges dove, il 9 giugno 1944, il comandante di un battaglione tedesco fu rapito e ucciso. Il giorno dopo scattò la rappresaglia. Seicentoquarantadue persone furono trucidate e il paese dato alle fiamme (tanto per rinfrescare la memoria, si ricordi che nelle Fosse Ardeatine erano state assassinate, pochi mesi prima, trecentotrentacinque persone). Il volto mostruosamente deformato, tumefatto, stravolto che Masson dipinge sembra fatto per toglierci il sonno, e rimbomba in noi come un grido, di fronte all’operazione che fu forse la più brutale tra tutte quelle che conosciamo, nei confronti di civili inermi, avvenuta quattro giorni dopo l’inizio dello sbarco degli Alleati in Normandia: come dire, ancora poche settimane e quella parte della Francia sarebbe stata liberata…

Dipinto poco dopo l’evento – l’opera, del 1944, appartiene a un collezionista privato di Parigi – Oradour (Galerie L. Leiris, Parigi) esprime l’indignazione, la rabbia e il senso di ribellione che si prova di fronte all’orrore. Nello stesso anno Masson dipinge una Résistence (Musée d’Art Moderne, Paris), dai tratti visionari che in effetti si ricollegano a quel senso del tragico che egli avrebbe sottolineato, anche per scritto, nel suo saggio, alcuni anni dopo.

L’accostamento all’opera di Fautrier produce una specie di scontro assordante, non tra i valori politico-morali dei due artisti, ma tra due modi totalmente opposti e differenti di esprimere la propria partecipazione agli eventi. Fautrier, attivo nella Resistenza francese, fu nascosto nel 1943 in un ospedale psichiatrico poco fuori Parigi.

La notte passeggiava nel parco circostante, e scoprì che a una cert’ora, la più buia, uno o più camion tedeschi sopraggiungevano scaricando i prigionieri fatti in giornata e, appoggiatili al muro di cinta dell’ospedale, li fucilavano. Se ne andavano poi

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abbandonando i cadaveri nel fossato. Fautrier vedeva tutto ciò, nascosto, e poi poteva verificare, giorno per giorno, che i corpi abbandonati si deterioravano, si disfacevano: da ciò egli trasse alcune delle immagini più poetiche, coloristicamente delicate e misteriosamente affettuose che siano mai state dipinte. Cinquantaquattro piccole tavole, Les otages – quella qui riprodotta è nel Musée de l’Île de France, Sceaux – che raccontano il disfacimento delle fattezze umane di altrettanti infelici ma puri corpi umani, che Fautrier accompagna nel loro deterioramento con uno sguardo tanto pudico quanto dolente.

Non daremo merito alla guerra perché ispira opere tanto straordinarie, naturalmente, ma come è logico i momenti più straordinari della storia, i più terribili e importanti, non possono non far nascere, seppure involontariamente, espressioni di sentimenti su di essa che raggiungono lo stesso grandioso livello. Non sarà certo mai sufficiente rispondere alla violenza con l’arte e la bellezza, ma a queste ultime può toccare il compito esaltante e affascinante di introdurci alla scoperta che la guerra, così come ogni forma di violenza, non è fuori di noi, non giunge da altri mondi ma ci ferisce perché essa è invece in realtà il prodotto della nostra volontà, delle nostre concezioni del mondo.

Potrebbe sembrare irriverente che di fronte a così intense espressioni di quello che rimane il più sconvolgente e incontenibile evento che le società umane possano produrre, si discuta di estetica, di comunicazione, di stili. Ma è vero il contrario: tanto Masson quanto Fautrier, seppure ricorrendo a linguaggi così totalmente opposti, urlato, visionario e tragico, il primo; pietoso, affranto e commosso, ma non per questo meno combattivo, il secondo, proprio questo ci ricordano: che l’arte ha un potere che nessun’arma potrà mai tacitare: è la sua capacità di comunicare non puri e semplici stati d’animo emotivi, ma giudizi sulla realtà, sulla storia, sulle vicende umane delle quali siamo tutti ugualmente partecipi.
Grandi quegli artisti che da tutto questo male riescono a fare emergere il lato poetico.

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