A volte il teatro dell’arte si sposta nei colti salotti borghesi. I padroni di casa sono di solito collezionisti d’arte dal gusto estetico provvisorio, in quanto il comparto del contemporaneo è assai mutevole. Acquistare opere d‘arte è un antico diletto, e una scommessa a livello d’investimento. Nelle cene salottiere degli anni Sessanta, in Italia, si discuteva con passione della ricerca Informale in contrapposizione alla figurazione legata al Realismo. A Milano teneva banco Mario De Micheli, critico de l’Unità, mentre a Bologna c’era Francesco Arcangeli, di carattere introverso, che a domanda rispondeva su quel rivoluzionario di Pollock e sulla sua sperimentazione astratta e gestuale. Col boom economico degli anni Settanta, si parlava di quadri e di sculture specialmente sotto il profilo dell’investimento. Ho partecipato, in quel decennio, a cene indimenticabili. Rammento quella a Milano con Renato Cardazzo, gallerista di riferimento di Lucio Fontana. Consigliava soprattutto le composizioni bianche atonali con tanti tagli. Ricordo di averlo preso da parte per chiedergli il presumibile valore di mercato. Mi rispose con garbo: ”Caro Levi, molto di più delle quotazioni d’asta che lei pubblica sul Catalogo Bolaffi”.

Assai diffidente su questo argomento, devo avergli sorriso, ma, per una volta, devo riconoscere di avere avuto torto. Da sei decenni i “tagli” di Fontana permangono in costante ascesa sulla scena del mercato mondiale. Le vendite pubbliche di Londra e di New York avevano picchi per me incredibili già alla fine degli anni Sessanta, con aggiudicazioni tra i 20 e i 40 milioni di lire per le grandi dimensioni. Queste composizioni oggi riappaiono nelle vendite pubbliche di Christie’s e Sotheby’s, a Londra e a New York, a cifre che si aggirano come minimo sui due milioni di euro.

Tuttavia molti altri giovani artisti presentati dai loro galleristi negli anni Settanta, non sono sempre riusciti a mantenere le promesse di un sicuro investimento, e questo vale per Enrico Baj, Roberto Crippa, Giuseppe Guerreschi, Gastone Novelli, Ernesto Treccani, Renzo Vespignani, le cui opere in quel magico decennio sono state vendute a cifre esorbitanti da mercanti senza scrupoli, operatori di mercato fasulli, un sottobosco che accadeva di incontrare a cena come gradito ospite di collezionisti alle prime armi. Conservo nostalgia per quegli anni di formazione sul campo e di incontri piacevoli.

La società attuale degli addetti ai lavori nel settore specifico dell’arte moderna scimmiotta malamente coloro che li hanno preceduti. Oggi non esistono più regole, né rituali, né stile, e quindi evito da almeno un decennio incontri a cena con galleristi, artisti e collezionisti. Però desidero raccontare di un recente invito gentile e disinteressato di una mia vecchia conoscenza, un professore di medicina in pensione, con una grande passione per i reperti archeologici provenienti dagli scavi in Medio Oriente. È stata una tavolata amabile tra professionisti, industriali e intellettuali, dove si è parlato e divagato un po’ su tutto. Sono stato coinvolto in un conversare stimolante, dove il gossip era di casa. Gli assenti evocati erano individuabili, con un po’ di fantasia, solo dai nomi propri: Michelangelo (Pistoletto), Achille (Bonito Oliva), Umberto (Eco), Roberto (Saviano), Concita (De Gregorio) Marco (Travaglio), Alessandro (Baricco). La padrona di casa mi ha anche suggerito di dire a Vittorio di essere meno aggressivo in televisione. Per tenermi alla pari con questi frequentatori di nomi di battesimo, ho ritenuto appropriato rivolgermi al padrone di casa, chiedendogli se non provava sdegno per la feroce esecuzione di Khaled (al – Assad). Intorno a noi gli altri commensali mi hanno guardato con espressione partecipe, ma evidentemente ignari dell’accaduto. Mi riferivo all’uccisione dell’archeologo siriano di 82 anni, avvenuta in agosto per mano dei miliziani dell’Isis. Per quarant’anni era stata una figura di riferimento per le innumerevoli missioni di scavo, dedicandosi specialmente al sito di Palmira, di cui aveva realizzato il museo, unitamente alla conservazione di spettacolari monumenti. Dopo tre giorni dalla conquista, nulla era stato risparmiato dall’esplosivo dei miliziani, neppure un gioiello come il tempio di Baal Shamin, del 130 d.C. L’attenzione si è poi ridestata nel sentirmi citare fonti di stampa sul traffico illegale in Siria di reperti archeologici, la cui vendita rappresenta per il Califfato la seconda fonte di finanziamento, dopo quella del petrolio. Chiudo con una breve digressione personale: poche sere fa, a cena nella grande cucina della mia casa, una giovane amica, sagace e spiritosa, si è molto divertita a sentire la cronaca di quella serata. Poi, lapidaria, ha commentato: “Noi in Italia, per distruggere il nostro patrimonio culturale non abbiamo bisogno dell’Isis. Basta un po’ di pioggia e uno sciopero selvaggio.”

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Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.