Fino all’8 dicembre in Palazzo Todesco, sede del Museo del Cenedese.

Luigi Da Rios. Pittore, frescante e decoratore dell’Ottocento, curata da Antonella Barin, presentata in catalogo da Nico Stringa, docente all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, è la prima retrospettiva di un pittore che in vita ha goduto di stima e successo, ma cui il tempo ha sbiadito il ricordo, a centosettant’anni dalla nascita. Promossa dal Comune di Vittorio Veneto, la mostra è visitabile fino all’8 dicembre a Palazzo Todesco, sede del Museo del Cenedese.

Nato nel 1843 a Céneda, parte dell’attuale Vittorio Veneto, Da Rios trascorse lì i suoi primi sette anni, alla fine dei quali il padre, un piccolo artigiano, trasferì la famiglia a Santa Lucia di Piave, nei dintorni di Conegliano, e lo avviò poco dopo al mestiere di falegname: prospettiva non gradita al giovane, che ambiva l’arte.

Riuscì in qualche modo a farsi iscrivere all’Accademia di Venezia, dove si diplomò con onore; quasi immediatamente gli arrivò l’offerta di decorare a fresco il soffitto del salone della lussuosa villa Bisacco-Palazzi, a Chirignago.

I temi sviluppati, per scelta sua o dei committenti, non escono dal mondo rurale circostante, ma tra la gente si vedono ritratti anche i padroni di casa e lui stesso, con un cappellaccio da brigante e una barbetta curata.

Il ragazzo ha delle idee precise in testa, tratte da un modello tra i più efficaci della tradizione veneziana: uno dei Tiepolo, non il grande Giovanni Battista, ma il figlio Giandomenico, quello che guardava al moderno.

Arriva però la Terza Guerra d’Indipendenza e Luigi scappa in Italia, va a Firenze e diventa garibaldino, con i volontari del Trentino. Tale impegno lo tiene lontano dalle mostre prestigiose della Società Veneta Promotrice di Belle Arti, dove però sarà presente dal 1867 al 1881, essendo stabilmente residente nella Venezia ormai italiana.

Amava i temi di genere diffusi da pittori più anziani, come Antonio Bosa, Antonio Rotta e Guglielmo Stella.

In quegli anni decorerà la facciata dell’antico granaio della villa dei Buzzati a San Pellegrino, che da costruzione prettamente agricola finisce per assumere l’aspetto imponente di un castello medievale. Subito dopo esegue gli interni della chiesa arcipretale di Chirignago, sponsorizzati ancora dai Bisacco.

Qui Luigi interrompe la serie delle grandi opere murali, riprendendola solo nell’ultimo periodo della sua breve vita, con la monumentale Via Crucis per la chiesa di S. Lucia di Piave, ispirata nuovamente dal Giandomenico Tiepolo. Morirà di tifo o forse di colera nel 1892, a Venezia.

Data la rilevanza delle opere inamovibili in rapporto ai quadri da cavalletto, il curatore ha fatto riprodurre su grandi pannelli i cicli di affreschi delle ville Bisacco-Palazzi (Il ciarlatano, Il cantastorie, l’indovino e Il cavadenti) e Buzzati (Portale del granaio, Stella e Fregio), le quattordici stazioni della Via Crucis di Santa Lucia di Piave e un video sugli affreschi dell’arcipretale di Chirignago.

Nelle altre nove sale sono distribuiti i ventiquattro dipinti di Luigi Da Rios (venti tele e tre carte) e sei di artisti a lui vicini (Giacomo Favretto, Antonio Rotta, Luigi Querena, Eugenio De Blaas, Guglielmo Ciardi e Giuseppe Barison).

I Da Rios, opere di medie e piccole dimensioni tranne l’imponente Ritratto di Re Umberto I (239 x 135 cm), sono datate tra il 1870 e il 1890.

Altri tre ritratti, ligi alle convenzioni della ritrattistica ottocentesca (librone rilegato, libretto con titolo leggibile, penna d’oca, calamaio, abiti e gioielli d’ordinanza,…) raffigurano membri delle famiglie Bisacco e Palazzi. Nei diciotto dipinti rimanenti, la fantasia del pittore vaga libera tra la gente e negli ambienti che gli sono cari: con dolcezza e arguzia, mai con ironia o distacco e nemmeno con tristezza.

Da Rios vuole essere parte di quell’atmosfera: povera, onesta e sempre in un clima – atmosferico e psicologico, di lavoro, di pietà, di amicizia, di amore e di festa – su cui regnano la serenità degli affetti e il rigore dell’ordine familiare.

C’è un passaggio dal “bello morale” al “vero”, che Nico Stringa segnala nel suo testo come una svolta (non radicale a mio avviso) comune ad altri artisti (Ciardi, Favretto, Nono).

La si percepisce scorrendo i titoli: da Le analfabete, La preghiera, Le orfanelle, La ninna nanna (cantata dalla moglie alla figlia), al malizioso Tentazioni in casa di Dio,

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lo spiritoso Cossa gastu fato? (Cos’hai fatto?), e le bonarie Buone Notizie, Le curiose, Chiacchiere al porto. Commisurate su tali presupposti, scivolavano via le pennellate, finite con garbata esattezza sulle forme di visi, corpi, case, vecchie mura, vele, tagli d’ombra. Ciò non faccia pensare che il pittore sia stato incapace di mettere il naso fuori dal suo guscio: nel 1885 lo si trova trasferito a Londra, dove espone e lascia dei dipinti come, al Glasgow Museum Resource Centre, Le Curiose del 1886 e al Sunderland Museum and Winter Gardens Il Figurino, coevo.

Non molto, ma meglio che in Italia.

Di parecchie opere conosciute, inoltre, si sono perse le tracce; cosa potevano essere un quadro storico dal titolo mordente come Veronica Franco rifiuta i doni inviati da Enrico III, una Venere che l’insieme delle figure femminili fin qui reperite rende inimmaginabile, o lo scomparso Carnevale di Venezia, di nove metri per quattro, affrescato nell’Albergo Europa di Milano?

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Ennio Pouchard
Critico d'Arte

Vive e lavora a Treviso. Critico d’arte, collabora a giornali e periodici, ed è curatore di esposizioni d’arte contemporanea. È autore di grafica d’arte e si è anche affermato con lavori di poesia visiva, esposti in Italia e all’estero.

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