Luca Campigotto nasce a Venezia nel 1962, ed è ora uno tra i fotografi italiani più quotati sulla scena internazionale. È tuttavia divertente scoprire che si avvicina alla fotografia quasi per caso. Il padre vede Luca a diciannove anni che, prima di un viaggio (l’interesse per i viaggi trascina davvero molte persone verso la fotografia) negli USA, prepara la valigia e si stupisce che non abbia pensato di portarsi dietro una macchina fotografica. Su suo invito, quindi Luca prende la Pentax del padre, parte e, al ritorno, qualcuno inizia a notare tutti quei paesaggi nei quali non c’è neanche l’ombra di un essere umano. Il viaggio (nella fotografia) di Luca Campigotto comincia in questo modo.

Dopo aver preso una laurea in Storia Moderna, inizia a dedicarsi all’arte fotografica, continuando a guardare i paesaggi che – aspri, selvaggi, impervi, inospitali – diventano poco a poco una sua cifra stilistica. A differenza di tanti celebrati fotografi paesaggisti – dai quali Luca finisce subito per distinguersi – non necessariamente lui fotografa con la luce radente dell’alba o del tramonto, per intenderci quella che gli americani chiamano la “golden hour” per via delle tonalità più calde.

Qualche volta può anche capitare, ma più spesso Campigotto va alla ricerca di una luce diversa, talora imprevedibile, poco prima o poco dopo che le nubi abbiano coperto il cielo, ma anche in situazioni in cui il filtro delle nuvole oscura il sole: il fotografo veneziano è alla ricerca di una nuova estetica che spesso lo porta a ritrarre un paesaggio vuoto, spoglio e disadorno in cui l’assenza diventa assordante.

Fondaco dei Turchi, Venezia, 1992

In cui non esistono elementi che ci portano a localizzare su una mappa il luogo dove l’immagine è stata scattata: si tratta, infatti, molto più spesso di luoghi evocativi, a metà strada tra luoghi reali e topos immaginari, e che il libro My Wild Places (2010) ripercorre creando intense emozioni. Nel guardare i suoi paesaggi, non si fatica nel credergli quando parla dell’importanza della solitudine: «Mi piace l’aspetto solitario della fotografia. Mi piace fare fatica, sbrigarmela da solo».

In realtà, Luca Campigotto non fotografa solo nelle grandi distese incontaminate, ma trova subito terreno fertile per la sua capacità visionaria negli spazi metropolitani che, probabilmente, a oggi diventano l’elemento più riconoscibile della sua arte. Inoltre, l’uso del medio e grande formato, in modo che la qualità di stampa raggiunga il top e le prospettive non distorcano le linee verticali degli edifici, diventa subito riconoscibile.

Il suo primo lavoro di un certo spessore, edito da Contrasto, gli vale già numerosi riconoscimenti e plausi. Si tratta di un’insolita visione della sua città natale Venezia, fotografata sempre di notte, nei canali (più o meno noti) e nelle calle sconosciute. Venezia, Immaginario Notturno (1996) è un poetico omaggio alla sua città ma anche a un genere fotografico reso celebre nel 1933 da un fotografo ungherese naturalizzato parigino, Brassaï, che, in quell’anno, dà alle stampe Paris de nuit.

La luce della notte trasforma tutto, colloca il contesto urbano di Campigotto in un’atmosfera da sogno, lirica e suggestiva. Le fioche luci della città lagunare, i tremolanti riflessi nell’acqua, le lunghe ombre e le profonde tenebre si trasformano in immagini di notevole impatto. La scelta del bianco e nero (di una qualità eccelsa), inoltre, contribuisce a traslare il piano reale su uno onirico, riportando Venezia in quell’immaginario romantico che l’ha resa celebre in tutto il mondo. Spiega il fotografo: «La notte rende ogni evocazione più plausibile.

Contiene una cifra di sogno, di vaghezza, che aggiunge ambiguità e apre all’immaginazione. Per me la fotografia è, soprattutto, arte della fuga». Dopo Venezia in bianco e nero, Campigotto pubblica anche un libro interamente a colori, questa volta dedicato a New York. Se la prima città è evocativa, la seconda metropoli appare immaginifica, con il lavoro che rimane qualitativamente di gran pregio.

Come era anche successo per Venezia, su un piano estetico la Grande Mela di Luca Campigotto si colloca a metà strada tra la città vera e un quadro utopico, immaginario, cinematografico. Il fotografo veneziano ne rivendica con orgoglio la paternità visionaria quando dichiara: «Le immagini sono poi interiorizzate, diventano roba mia, di cui io ho il controllo.

È la “mia” New York». Gotham City (2012), il più recente progetto editoriale di Campigotto, omaggia il mito newyorkese celebrato nei film – da Martin Scorsese a Joel Schumacher, da Fritz Lang a Sergio Leone, tanto per fare qualche nome – che trasferisce la metropoli americana su un livello puramente fantastico e postmoderno.

Da leggenda. Downtown, i grattacieli, i teatri, i cinema, il molo, i ponti – sarà un’eresia sostenere che le immagini del ponte di Brooklyn di Campigotto sono ancora più evocative di quelle di Kenna? – ma anche le luci e le insegne colorate, oltre che le auto americane parcheggiate sul ciglio dei marciapiedi e i graffiti sulle improbabili architetture di periferia, creano immagini cariche di una struggente suggestione.

La New York di Campigotto prende (forse) spunto da una città reale, ma attraverso l’occhio del fotografo diventa molto più una tenace rincorsa dietro un sogno che non si deve mollare. A nessun costo. Sostiene Campigotto: «Penso si possa essere autori sinceri solo riuscendo a individuare la propria idea fissa – la propria “magagna” – e inseguendo il tarlo che ci rode dentro». Dopo aver visto Gotham City, si capisce che questo tarlo ne ha fatta molta di strada.

About The Author