«Su te, vergine adolescente, / sta come un’ombra sacra», scriveva quasi un’ottantina di anni fa, liricissimo, l’ultra cinquantenne Vincenzo Cardarelli, soggiungendo «Se ti veggo passare / a tanta regale distanza, con la chioma sciolta / e tutta la persona astata, / la vertigine mi si porta via…».

Adolescente, recitavo a memoria quei versi, soffermandomi su certe parole – quelle della «imporosa e liscia creatura», la cui carne, pronunciavo quasi sottovoce, «…appena / sopporta la sua pienezza…», cercando di costruirmi nella mente l’immagine di quella creatura che però continuava a rimanere irreale.
Certamente non ci pensavo più, un quarto di secolo dopo, quando la incontrai per lavoro e diventammo amici. Lei, Milena Milani, aveva già dovuto vivere, sola e avversata, il grande dolore della sua vita, per la perdita dell’uomo amato: non il “pescatore di spugne” che per il poeta maremmano avrebbe avuto “questa perla rara”, ma il geniale Carlo Cardazzo, primizia tra i galleristi, anche non italiani, in omaggio al quale, decenni dopo, lei sarebbe riuscita a realizzare, nel Palazzo Gavotti della sua Savona natia, la Fondazione Museo d’arte contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo.
Una fondazione ricca di opere di grandi maestri contemporanei, tutte provenienti dalla sua collezione personale, formata nel ventennio di attività comune con l’amato.
Nomi del calibro di Hans Arp, Victor Brauner, Alexander Calder, Massimo Campigli, Giuseppe Capogrossi, Giorgio de Chirico, Paul Delvaux, Filippo de Pisis, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, Franco Gentilini, Asger Jorn, René Magritte, Georges Mathieu, Joan Miró, Pablo Picasso, Man Ray, Cy Twombly.
All’epoca erano cose superate – ma le ferite le dolevano ancora – i guai e l’esecrazione sofferti a Venezia a causa di un’immoralità che per lei era un purissimo legame di amore: avevano reagito insieme, cambiando città e aprendo, in aggiunta alla galleria veneziana “Il Cavallino”, “Il Naviglio” a Milano.
Il gallerista, senza dubbio, era lui, ma il contributo di lei gli è stato sempre essenziale.
Lì – diceva Milena – si era occupata dell’ufficio stampa, dei libri, dei cataloghi, di organizzazione delle mostre, dei contatti con i galleristi e artisti stranieri, presentandogli amici quali il critico d’arte Gualtieri di San Lazzaro che dirigeva la rivista XXèmeSiècle, i Maegth della famosa Galerie, madame Kandinsky, Calder, Mathieu.


Lì è stata scritta una parte cospicua della storia dell’arte italiana fino a quel 1963 fatale per lui, dopo il quale le sarebbero continuate le ansie per i processi incernierati sui beni comuni e per la denunciata oscenità e offesa al senso del pudore del suo romanzo Una ragazza di nome Giulio.

Una ben diversa “ombra sacra”, rispetto a quella poetata da Cardarelli, ha invece avvolto lei, novantacinquenne, sei mesi fa, il 9 luglio, nella sua abituale residenza savonese. In Liguria si è scritto e discusso di quanto, dopo di lei, rischia di entrare nel vortice delle diatribe, ma altrove poco o nulla; e sono riemerse le contrarietà: non più quelle del passato, connesse alla sua unione para-coniugale, ma altre, costruite su diritti che non possono più inquietarla. Qui le ignoriamo, per ricostruire memorie relative a un episodio della sua vita di cui pochi possono avere conoscenza, oltre a chi ne è stato coinvolto.

Correvano gli anni fine Sessanta – primi Settanta e a Venezia ci si incontrava di frequente, in luoghi di comune interesse: gallerie d’arte, librerie e “fritolini” per sbocconcellare qualcosa di stuzzicante da accompagnare all’aperitivo (l’ombra, per la precisione, nell’idioma lagunare). Parlavamo per lo più di poesia, di editori, di edizioni nuove, di eventi veneziani e no (parecchi di noi, me compreso, e pure lei, passavano gran parte del tempo altrove), della sua pittura, dei suoi libri e della grafica che allora mi impegnava; così, tra una chiacchiera e l’altra, le uscì l‘invito a partecipare a una sua iniziativa ad Albisola, la Prima mostra nazionale Scrittori che disegnano e dipingono. Fu facile metterci d’accordo, come lo era stato per lei il farlo con gli altri quarantasette invitati. L’esposizione venne realizzata senza intralci e occupò per tutto il mese di agosto del 1974 gli spazi del “Museo della Ceramica e Sala Congressi via dell’Oratorio 2” (come precisato nel catalogo).
Le opere presentate potevano essere dipinti, disegni e lavori grafici; nell’elenco alfabetico io ero il quarantesimo e precedevo di un posto Leonida Rèpaci che, oltre a essere il geniale ideatore e l’anima, con la sua Albertina, del premio Viareggio, dopo essere stato laureato pittore nel 1970 grazie al Premio Sila, produceva con la fantasia innumerevoli quadri destinati a rimanere per lo più “sepolti” dentro di lui, scrisse «allo stato di larve luminose e incantevoli».


Per qualcuno – cito Emilio Isgrò – l’arte sarebbe stata presto l’attività preponderante. Tutti, diversissimi per tipologia, età, natura, inclinazioni e notorietà, erano (o erano stati, quelli già scomparsi) amici di Milena, straordinaria catalizzatrice di solidali affetti.
Presenti solo nel ricordo, Dino Buzzati, Giovanni Comisso, Tullio d’Albisola e il futurista triestino Farfa (del quale, già allora vecchie di tanti anni, riecheggiavano queste parole, che sarebbero potute valere per tanti altri: «Amo talmente / la pittura / da farne addirittura una indigestione / mentre divoro la colazione in fretta / la mente pensa al verde / dell’insalata serale / che per ricompensa / mi rimane sullo stomaco / così la faccia diviene tavolozza / a macchie di terra di Siena…»).
Eravamo quarantuno, quindi, a partecipare attivamente; poi sono spariti Valentino Bompiani, Federico Fellini, Paolo Monelli, Eugenio Montale, Alberto Moravia, Leonardo Sinisgalli, Cesare Zavattini. Ora, chissà con quale numero d’ordine, c’è anche lei, Milena.
Il volumetto – formato quadrato, copertina di cartoncino verdino, stampato solo in nero e con immagini di scarsa qualità – riportava pagina per pagina (ora si stanno staccando tutte, per la rilegatura all’americana fatta con mezzi primitivi) una giustificazione dell’autore: metaforica o impegnata, scanzonata o seria e rigorosa, poeticamente libera o quasi imbarazzata, a seconda dei caratteri.
Accanto, una sua fotografia; e di fronte la riproduzione di un’opera. Faceva eccezione Fellini, che nel suo testo affermava di non avere mai dipinto ma eseguito «soltanto scarabocchi fatti con i pennarelli», di cui comunque non disponeva, poiché li aveva inviati tutti a un editore svizzero-tedesco, che li “stava raccogliendo in un volume”, al quale Milena avrebbe dovuto chiederli in prestito.
Quindi non erano, né per lui, né per chi li pubblicava, poco degni di considerazione; ma da quella Diogenes Verlag di Zurigo arrivò solo la risposta dattiloscritta – stampata nel catalogo al posto dell’opera prevista – con l’affermazione che i disegni di Fellini «…are quite precious, and as we have read quite shocking things in the papers about the Italian postal service…».
Perciò quel prestito era meglio che la “Dear Ms Milani” se lo scordasse; e Fellini pure. Ma altre risposte compensarono a dovizia la freddezza elvetica: ecco, per esempio, quella di Valentino Bompiani:

Ettore Petrolini entrava in scena con una lunga canna da pesca, da cui pendeva un pezzo di spago. Il compare gli diceva: “E che fai? Vai a pesca senza amo e senza esca?” “Embè?” rispondeva Petrolini “io pesco per divertimento, mica per interesse”». Conclusione? «A mettersi davanti al cavalletto in un’analoga condizione di spirito, si è già a metà strada. L’altra metà la colma il piacere di adoperare le mani in un rapporto diretto con il proprio lavoro, senza intermediari come la carta o l’inchiostro o la stampa. Unendo le due cose, si tocca con mano la libertà. I risultati? C’è anche la Provvidenza…

Nella stessa pagina, lui, fotografato al tavolo della casa editrice; di fronte il suo dipinto, rigorosamente verista, raffigurante una folla inverosimile stipata, tra un muro e la parete ad angolo di una casa di città. La didascalia: Il fiume, tecnica mista su tela.
Di Milena, ritratta a sinistra accanto a Cardarelli, era riprodotto a destra uno dei quadri su tela emulsionata del tipo che ben conoscevamo: tra oggetti sparsi, vi figuravano tre baguettes legate e una grande scritta in corsivo: “pane prigioniero”; sotto la firma e l’anno, 1972; «io continuerò a mettere parole e simboli nei miei collage, o sulle mie ceramiche-scritte» – mi scrisse tempo dopo – «Il mio lettering (come lo definì il poeta Sinisgalli) sarà tutt’uno con i romanzi, i racconti, le poesie».


Forse, mi dissi tra me e me, sentendosi, col tempo, come il “saggio” che per Cardarelli, in chiusura della lirica citata, «non è che un fanciullo / che si duole di essere cresciuto», trovava giusto non abbandonare quel gioco, per continuare a essere lei. Così mi è sembrata, passato tanto tempo senza sentirci, quando l’ho chiamata al telefono, sei anni fa, chiedendole un testo su Cardazzo, che avrei pubblicato nel catalogo di una mostra dedicata allo Spazialismo di cui mi stavo occupando.
Immutate in lei la verve e la voce, come sempre forte anche se un po’ roca, fluente come la corrente di un fiume la capacità di rievocare e raccontare, immediata e con calore l’accettazione, perfetto il rispetto dei tempi fissati. E ancora – a siglare i suoi biglietti-lettera che per la durata di quell’impegno si sono susseguiti – il medesimo piccolo fiore disegnato con la firma, segno e dono speciale d’amicizia.
In quell’occasione le ho chiesto di togliere un paragrafo, che secondo me non era in armonia con lo spirito della pubblicazione; inserendolo qui penso di rimediare al suo – peraltro controllatissimo – disappunto:

Ho vivo il ricordo di vent’anni di amore e di lavoro con Cardazzo, senza pensieri materiali e volgari. Siamo sempre stati giovani nella nostra vita insieme. Non rimpiango nulla. E se oggi, alla Fondazione Guggenheim a Venezia, si ricorda il mio compagno e io sono nell’ombra, pazienza. Ma per la mia dignità scrivo queste righe, rievoco lo Spazialismo come un vessillo di libertà. Sono orgogliosa di ciò che Cardazzo e io abbiamo costruito minuto per minuto. Quasi tutti i nostri amici sono morti, non possono confermare le mie parole. Credo però che prima o poi, negli anni futuri, qualcuno scriverà la nostra vera storia, saprà leggere nei miei libri la testimonianza di quell’amore. E ci sarà ancora Venezia, ci sarà Albisola, ci saranno Milano, Parigi, Roma, Londra, New York e tantissimi altri luoghi, Cortina d’Ampezzo, Savona, il Mare Ligure e l’Adriatico, gli atelier dei pittori, le Dolomiti e la neve, gli animali con noi, la gatta veneziana Tigrina, il cane Black, la voglia di fare, di lasciare un segno, una traccia in questo mondo vorticoso e meraviglioso dove siamo nati, cresciuti e ci siamo amati.

 

About The Author

Ennio Pouchard
Critico d'Arte

Vive e lavora a Treviso. Critico d’arte, collabora a giornali e periodici, ed è curatore di esposizioni d’arte contemporanea. È autore di grafica d’arte e si è anche affermato con lavori di poesia visiva, esposti in Italia e all’estero.

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