Henri Matisse, “il fauve raffinato” che si teneva debitamente alla larga anche dalla chiassosa bohème di Montparnasse è in mostra a Roma alle Scuderie del Quirinale, fino al 21 giugno.

Colori puri, vivaci, forti e una tavola sulla quale distribuirli in maniera talmente eccezionale da far dimenticare il contesto, le dimensioni del quadro e il soggetto raffigurato: Henri Matisse è in mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma e ne condivide gli spazi con manufatti africani, delicate ceramiche mediorientali, preziosi tessuti dall’Asia. L’accostamento non è casuale, l’esposizione si intitola “Matisse. Arabesque” e si propone di spiegare l’influenza che queste diverse forme di arte e artigianato esotico ebbero sullo stile del maestro francese.

Matisse il fauve, la bestia feroce, come lo definì un critico dell’epoca, Louis Vauxcelles, osservando le sue opere esposte per la prima volta al Salon d’Automne, “una pentola di vernice lanciata sul volto degli spettatori” commentò un altro; considerazioni tutto sommato veritiere e che evidentemente incontrarono il consenso di quei pittori che dovettero riconoscere nelle sprezzanti critiche la propria idea artistica, poiché sono poi passati alla storia come i fauves ma non dando certo valore negativo al termine.

Fa tuttavia sorridere accostare la definizione di animale selvaggio al borghese e posato Henri, che si teneva debitamente alla larga anche dalla chiassosa bohème di Montparnasse, e che in tutte le foto dell’epoca mantiene l’atteggiamento serioso e composto dell’ex avvocato ben educato e provinciale, “un fauve raffinato” come lo definì Apollinaire.

È pur vero che la violenza dell’uso del colore primario e l’evidente indifferenza per il concetto di prospettiva, dovette risultare piuttosto indigesto a un pubblico che stava ancora cercando di metabolizzare gli impressionisti ma per Matisse questo era l’unica soluzione possibile per trasferire sulla tela un mondo interiore che poteva prendere forma soltanto grazie a impulsi primitivi e in assenza di mediazione.

I soggetti si dovevano quindi alleggerire del contenuto per prestare le proprie graziose forme a esigenze descrittive.

Apre l’esposizione Calle iris e mimosa una tela verticale di un metro e mezzo per uno del 1913.

Nello spazio attiguo tutta la simpatia di Matisse per l’arte e la cultura islamica si traduce in una serie di ritratti di marocchini, i cui abiti dalle tinte accese e ricchi di ricami costituiscono l’elemento ritmico principale; le figure sono inserite in spazi monocromi e indefiniti, che fanno da sottofondo alla partitura principale scandita dal timbro delle decorazioni.

Le tele dialogano con i tessuti e le ceramiche, antichi manufatti dalle articolate linee geometriche e floreali. I colori accesi tengono il tempo entro un labirinto in cui è necessario smarrirsi per trovare la quiete e Matisse riconosce a questo ripetersi ipnotico di forme e segni la capacità di mettere ordine con semplicità.

Chissà se Mademoiselle Yvonne Landsberg aveva avuto modo di apprezzare la statuaria africana e se aveva compreso le ragioni per cui esercitava tanta fascinazione sugli artisti della sua epoca?

C’è da augurarsi che la risposta sia stata sì a entrambe le domande altrimenti non è difficile immaginare il suo sconcerto di fronte al ritratto che l’artista le fece nel 1914.

Il volto deformato è inespressivo e dai lineamenti marcati, il corpo rigido e raccolto, quasi fasciato e circondato da numerosi archi bianchi tracciati graffiando via il colore dalla tela; con la stessa tecnica è stato decolorato il viso dalle fattezze irregolari e anche l’arco discendente che parte dalla fronte per fermarsi sulla sua spalla destra, mentre gli occhi sono due vuote mandorle nere.

Con questa distorsione dei volumi Matisse cerca di riprodurre in pittura il movimento così come l’aveva ravvisato nelle sculture primitive, in cui la staticità della postura si contrappone al dinamismo suggerito dalle distorsioni del corpo: di nuovo l’equilibrio tra contrasti apparenti genera un ritmo armonico e nelle sale si alternano ai ritratti, maschere di legno e tessuti a motivi geometrici d’area africana, volti ancestrali che sembrano scrutare ben oltre lo spazio e il tempo.

Al secondo piano dell’esposizione sono in mostra gli abiti di scena che Matisse dipinse per la prima de Le chant du rossignol di Igor Stravinsky, per il quale disegnò anche le scenografie; l’artista, inizialmente riluttante a dedicarsi a questo nuovo impegno, comprese che aveva in questo modo l’opportunità di creare un quadro in movimento, potendo nuovamente giocare sulla contrapposizione tra la stasi delle scenografie e le accese macchie di colore dei costumi dei ballerini.

Il dualismo torna anche dal punto di vista formale: da una parte linee semplici e forme geometriche per le scenografie e alcuni personaggi, dall’altra costumi riccamente decorati con motivi orientaleggianti, la storia è infatti ambientata in Cina.

L’artista ricorre a ornamenti e dragoni di chiara ispirazione cinese e giapponese e sperimenta la tecnica del collage per le decorazioni, tecnica che caratterizzerà la sua produzione degli ultimi anni.

Chiudono la mostra una serie di disegni, studi per la rappresentazione degli alberi, delle foglie e dei fiori: inutile dire che gli alberi sono, anche in queste versioni lineari e prive di colore, o forse maggiormente per questa loro essenzialità, proiezioni di altro. Corpi con le foglie, alberi con le braccia, l’osservazione dei rami e della vita di cui fanno parte è per Matisse inesauribile fonti d’ispirazione; disegna ripetutamente e ordinatamente sempre lo stesso fiore alla ricerca dell’unica esatta manifestazione del suo sentire affinché diventi simbolo e parte integrante del linguaggio artistico universale.

L’ultima tela su cui si posano gli occhi del visitatore prima di uscire, è l’enorme vaso con I pesci rossi, opera del 1911 un metro e quaranta di altezza per uno di larghezza, un tempo proprietà di Piotr Scukin, grande collezionista russo di Matisse e di arte esotica, e oggi esposto al Museo Pushkin di Mosca.

Il quadro dialoga idealmente con l’altro, sotto di lui, che la mostra l’ha aperta, Calle iris e mimosa; lo richiama per dimensioni, verticalità e ritmo della composizione, è nato un paio d’anni prima ma suona la stessa musica e parla la stessa lingua fatta di accordi cromatici ed elementi danzanti.

Rossi riverberano tra le orchidee offerti alla primavera di Roma, lasciando alla vista il segno di quello che per l’artista fu soltanto un sogno.

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Diana Orini
Giornalista

Nata nella bassa bergamasca, nell'anno '78 del secolo sbagliato, è laureata in storia dell'arte, e si occupa in varie forme di giornalismo, arte e comunicazione.