L’arte esiste nel momento in cui la riconosci.
Goethe
La forma di governo più adatta all’artista è nessun governo.
Oscar Wilde

Fosse così come l’ha pensata Wilde, in Italia gli artisti non avrebbero nulla di cui lamentarsi.
In tanti hanno provato a cambiare la situazione del nostro patrimonio artistico dall’interno del Mibac, ma tutto è rimasto nel campo degli annunci:la defiscalizzazione dell’investimento culturale in materia di collezionismo e compravendita di opere d’arte, il marketing applicato ai siti archeologici e museali, fino alla semplice manutenzione ordinaria dei monumenti, restano solo parole mai tradotte in azioni per via della leggenda da strapaese, tutta italiana, che vuole che con la cultura non si mangi.
Essendo questo il trattamento riservato alla grandezza che c’è stata tramandata, nessuno si stupisce dell’assenza di considerazione per gli artisti viventi da parte dello Stato.

Prendiamo per esempio il Decreto Valore Cultura, approvato il 9 ottobre 2013: tra le Disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, troviamo, quale unico aiuto agli artisti residenti in Italia, ma solo di età compresa tra i 18 e i 35 anni e solo se riuniti in associazione o cooperativa, la concessione di spazi dismessi del demanio di Stato ad uso esclusivo di atelier a canone abbattuto del 10%, con oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria a carico degli artisti locatari!
Quello che leggo in queste disposizioni urgenti sono una discriminazione anagrafica inconcepibile e delle richieste  agli artisti, senza contare la manodopera gratuita sugli interventi di manutenzione straordinaria che per legge spetterebbero al locatore, non certo all’inquilino.

Non vedo come tutto questo possa davvero favorire il confronto culturale e la realizzazione di spazi di creazione e produzione di arte contemporanea, soprattutto in questo momento storico, come invece si legge nelle motivazioni dell’art.6 del decreto.

Questa subdola concessione, dietro la quale si cela ancora una volta la visione distorta dell’arte come fosse un qualcosa da cui attingere senza mai restituire, ci lascia ancora indietro rispetto al mare di possibilità che continuano invece ad avere gli artisti viventi negli altri paesi del mondo.
Qui continua a latitare l’istituzione pubblica atta a gestire e promuovere la diffusione dell’arte contemporanea, sia in patria che all’estero.
Non siamo nemmeno paragonabili all’Inghilterra, che dal 1936 è attiva per la promozione internazionale dei suoi artisti residenti con il British Council, e dal 1946 con l’Arts Council, che opera su tutto il territorio nazionale per supportare la divulgazione dei suoi talenti.

Siamo anni luce dalla Francia, con i suoi centri no profit, i FRAC, Fondi Regionali d’Arte Contemporanea, la cui missione è quella di acquisire opere di artisti contemporanei e di diffonderne l’operato dentro e fuori i confini nazionali, con un lavoro costante fatto di gemellaggi tra pubblico e privato, capaci di promuovere collaborazioni con musei francesi e stranieri.
Ci manca quel formidabile strumento di sostegno che sono le Kunsthalle tedesche, create per accompagnare la crescita dei loro artisti, attraverso tante sedi istituzionali dedicate ad ospitare e produrre mostre d’arte contemporanea.
In Germania, che tu sia un disoccupato tedesco o di altra nazionalità non importa. Se ti rechi in cerca di lavoro presso i loro uffici di collocamento, gli Arbeitsamter, e dici che sei un artista, non ti ridono in faccia proponendoti lavori diversi dal tuo:verificano le tue capacità e ti affidano un tutor per gestire la tua immagine e inserirti in un percorso che incontri le tue inclinazioni, necessità e desideri.

Il paese più fantascientifico di tutti è però il Giappone. Qui, l’artista è considerato bene culturale vivente, essendo iscritto di diritto nel Patrimonio Culturale Intangibile. Rientrano nella categoria le attività del teatro, della musica e delle altre arti applicate che posseggono un alto valore storico e artistico per il Paese. Poiché l’essenza di tale patrimonio è costituita dalle capacità dei singoli individui, tali beni sono personificati negli artisti o nei gruppi di artisti, che eccellono in tali attività.
Ma attenzione: per il Giappone preservare il patrimonio culturale intangibile significa conferire due milioni di Yen (poco più di 14.000 Euro) ogni anno ad ogni artista che sia stato riconosciuto come patrimonio nazionale vivente, e provvedere alle spese dei costi dei gruppi artistici. Un altro bene culturale intangibile è rappresentato da tutte quelle attività necessarie a comprendere lo sviluppo delle performing arts e delle arti applicate, per renderle accessibili al pubblico.

C’è quindi più di un motivo se a casa nostra il collezionismo è ancora molto esterofilo, se l’invasione british è ormai consolidata da anni e quella dei paesi emergenti è attualità prorompente.
Non c’è da stupirsi se i nostri restano stritolati tra le mille difficoltà quotidiane che comporta essere un artista italiano vivente, restando così indietro rispetto al resto del mondo. Aggiungo anche che, con i soldi in tasca per portare avanti la propria ricerca, è facile essere più bravi degli altri, senza contare il maggior tempo a disposizione per dedicarsi completamente alla propria arte, invece di rincorrere mestieri di sostegno e bollette.
Le politiche adottate altrove, e la totale mancanza di supporto che l’artista nostrano continua a subire per il semplice fatto di essere tale, fanno di noi un paese retrocesso e superato nel suo proprio campo da quei paesi che noi, davvero, non possiamo permetterci di chiamare Terzo Mondo.

In Italia continua ad essere pensiero comune, e volgare, che la sua condizione emarginata l’artista se la sia andata a cercare, forse perché troppo intriso di narcisismo patologico per trovarsi un’occupazione normale. L’artista e le sue aspirazioni sono viste come un qualcosa di pretenzioso, capriccioso, e assolutamente non necessario, come fosse un vizio o un lusso. I sentimenti per queste scelte di vita poco condivise e mai capite fino in fondo, variano dalla pena al disprezzo.
Finché lo Stato Italiano non aprirà gli occhi su quella bellezza contemporanea che in tutti gli altri paesi non solo fa rima con Arte e Cultura, ma anche con Turismo ed Economia, continuerà a costringere l’artista italiano vivente a rispecchiarsi, suo malgrado, nei versi della famosa poesia di Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale.

Sono ancora la maggior parte quegli artisti per cui realtà non è diversa dal Quadro I de La Bohème:perseverare, nel loro caso, non è roba da matti, da viziati o da sognatori. La battaglia che combattono ogni giorno è degna di rispetto, non di biasimo o compatimento. Soprattutto perché proprio in questo momento, lì in mezzo, c’è chi lotta nei panni dell’uomo invisibile per lasciarci qualcosa di grande domani. E continuare a farlo in Italia non è condizione da miserabili. E’ un’esistenza da eroi.

 

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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